Arctic Monkeys: ‘Tranquility Base Hotel + Casino’ (Domino, 2018)

Era evidente già da tempo come per Alex Turner il marchio Arctic Monkeys non fosse destinato a essere associato ad alcun genere o stile musicale. Dopo i primi due LP ‘adolescenziali’ (ma soltanto dal punto di vista anagrafico), il primo scossone giunse con le sessions nel deserto insieme a Josh Homme che diedero vita ad ‘Humbug‘ (2009). Non senza polemiche da parte dei fan duri e puri, un’altra decisa sterzata si ebbe con la pubblicazione di ‘AM‘ (2013), una rilettura in chiave personalissima del rhythm and blues di qualche decennio fa. Condensava le influenze più disparate (“dagli Outkast ai Black Sabbath“, dichiarava lo stesso Turner) e comportò la definitiva consacrazione della band di Sheffield, che riuscì allo stesso tempo a emanciparsi dall’etichetta “brit-rock” e a guadagnare considerazione anche da chi li aveva sempre approcciati con scetticismo.

La ragione è semplice, ed è la stessa per cui, lo premettiamo, anche questo ‘Tranquility Base Hotel + Casino‘ è un indubitabile successo compositivo che andrà ulteriormente a elevare la reputazione degli Arctic Monkeys. E’ il cambiamento, l’evoluzione. Ed è un concetto estremamente concreto e lapalissiano: chi riesce ad avere successo e credibilità con prodotti artistici differenti, mostra di essere bravo a fare più cose, ed è dunque più abile di chi è bravo a fare una cosa sola. David Bowie sarebbe forse così presente nell’immaginario collettivo senza i suoi continui mutamenti? I Beatles sarebbero diventati così influenti se si fossero limitati a replicare pedissequamente ‘She Loves You‘? E cosa ci saremmo persi dei Radiohead se avessero semplicemente rifatto un’altra mezza dozzina di volte ‘The Bends‘, come li considereremmo oggi se ‘OK Computer‘ e quindi a ‘Kid A‘ e ‘Amnesiac‘ non fossero mai arrivati? Al contrario, quanto stancamente si sono trascinati (fino a implodere) gli Oasis dopo ‘Morning Glory‘, realizzando praticamente sempre lo stesso disco?

Del resto, non siamo tutti qui a scrivere e a leggere queste pagine perché da ragazzini, un pomeriggio, ci siamo trovati ad ascoltare qualcosa di così diverso dal solito ma allo stesso tempo così affascinante, qualcosa che non avevamo trovato nella collezione di dischi dei nostri genitori, qualcosa che i nostri compagni di classe non avrebbero mai ascoltato? Non è forse la caratteristica principale del cosiddetto ‘alternative-rock‘ l’essere alternativo, differente, diverso, sorprendente e magari anche disturbante rispetto alla media delle proposte musicali? Per chi scrive di musica da così tanti anni come il sottoscritto, questo è un tema centrale, soprattutto in questi tempi di ricerca spasmodica del like immediato (non solo da chi fa musica, ma anche da parte della sedicente critica): si eleva dalla massa colui che indica una strada nuova, diversa, non chi continua a guardarsi alle spalle per essere rassicurato del fatto che coloro che lo seguono siano sempre nel numero più alto possibile.

Alex Turner, ovviamente, fa parte della prima categoria. E bisognerebbe tenerselo stretto, uno come Turner, in anni in cui vengono spacciati come ‘alternativi’ prodotti pre-confezionati e ultra-ordinari, in anni in cui è sufficiente una base musicale ben impacchettata per guadagnare otto-punto-qualcosa su webzine che orientano i gusti di migliaia di ascoltatori, che a loro volta mutano in perfetta contemporaneità con il mutare di una linea editoriale. Bisognerebbe tenerselo stretto uno come Turner, che obbliga ad ascoltare il suo lavoro almeno 25 volte prima di poter comprendere appieno tutta la genialità di una stratificazione sonora che, ancora una volta, quasi crea un nuovo genere musicale condensandone una ventina. Non si sottovaluti l’importanza della fatica, di quanto si possa essere premiati con l’insistere nell’ascolto di un album apparentemente ostico, in cui spesso e volentieri non ci sono neanche i ritornelli, e della soddisfazione che si può ottenere scoprendolo strato dopo strato, parola dopo parola.

La grandezza di ‘Tranquility Base Hotel + Casino‘ è proprio questo: proporre qualcosa che nessuno aveva mai proposto prima, senza curarsi di copie vendute, di ciò che oggi ‘funziona’, della promozione (niente singoli prima dell’uscita), senza curarsi persino della propria fanbase. Cercando semplicemente di creare “il proprio mondo” (come lo ha definito il suo autore alla BBC), di pensare esclusivamente a ciò che si ha in animo di dire e fare, e quindi condividerlo. E’ così che hanno sempre agito coloro che hanno fatto la storia della musica, coloro che nessuno ha dimenticato: le grandi rockstar, di cui Alex Turner è probabilmente l’ultimo esemplare rimasto.

VOTO: 😀



 

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