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14-7-2010 Interview: Mike Joyce (ex-Smiths)
Mike Joyce è quello che si potrebbe definire "un allegro cinquantenne". Poi però, a questa generica definizione, bisogna aggiungere "ex batterista per Smiths, PIL, Buzzcocks, Sinead O'Connor". Uno che nella vita ne ha viste tante. Uno che della sua vita ha tanta voglia di raccontare. Per ogni ragazzo inglese, Mike Joyce, dovrebbe essere considerato un mito, colui in grado di suonare con i migliori. Uno che ha realizzato i propri sogni. Mike Joyce è, probabilmente, uno dei musicisti più socievoli che si possano incontrare. Ancora prima di sedermi nel divanetto a fianco a lui, inizia a domandare informazioni su di me, curioso di conoscere il background di chi gli sta di fronte. Da qui in poi, inizia un'ora intensa di racconti sugli anni '80, sugli artisti e sulla musica di ieri e di oggi (e di domani). Sulla storia.
Indie-Rock.it - Sei in Italia per promuovere il tuo documentario riguardante gli Smiths ('Inside The Smiths'). Come è nata l'idea di farlo e perché hai deciso di produrlo?
Mike Joyce - E' una grande storia. Per la prima volta non sono solo gli amici, i giornalisti e chi era attorno agli Smiths a parlare, ma anche noi stessi. Il documentario ha un taglio intimo, da qui il titolo 'Inside The Smiths', una prospettiva interna, ancora non conosciuta. L'idea originale è nata casualmente in America, mentre io e Andy (Rourke, l'ex-bassista della band di Manchester) stavamo tenendo un dj set. Mark Standley ci stava registrando e ci propose un'intervista. Da qui nacque l'idea di un documentario 'interno' agli Smiths. L'idea iniziale non prevedeva la nascita del dvd a dire il vero.
Secondo te, come mai gli Smiths sono ancora così contemporanei? Ti sei dato qualche specifica motivazione?
Strano, non è vero? Oramai dai nostri inizi sono passati 25 anni. La nostra musica era fresca ed interessante, ma la vera peculiarità è che era dotata di un sapore senza tempo ("timeless flavour", dice testuale). Non era musica degli anni '80, poteva essere degli anni '70, degli anni '90 o del duemila.
Siete presenti in ogni dj set alternative, oltretutto. Se il dj non mette gli Smiths, sicuramente qualcuno glielo chiederà!
E' quello che mi succede ogni volta che faccio i dj set!
Qual'è il ricordo più importante che hai legato alla tua carriera con gli Smiths?
Tantissimi. Uno dei più importanti è legato ad uno dei momenti cruciali della nostra carriera; la registrazione di 'Hand In Glove', il nostro primo singolo. Era la prima volta che registravano tutti assieme in uno studio. Non aveva mai sentito nulla inciso da noi. Finita la sessione, siamo rimasti a sentire, per la prima volta, una canzone degli Smiths registrata. Fu una sensazione inspiegabile.
C'è un preciso momento in cui avete realizzato che ce l'avevate fatta?
Quando abbiamo iniziato a suonare negli Stati Uniti, periodo 1985-86. Ricordo però un concerto a Madrid nel 1985, dove tutti cantavano le nostre canzoni. Era la prima volta che uscivamo dai confini inglesi, e vedere gli spagnoli intonare i nostri brani parola per parola fu incredibile. Però gli Stati Uniti sono stati decisivi. Abbiamo suonato subito in location abbastanza grandi e lì abbiamo capito che eravamo arrivati. La gente comprava i nostri dischi. Per i fan inglesi è sempre molto importante questo passo vero l'America, è un modo per avvicinarsi a miti immortali come Iggy Pop e Jimmy Hendrix. E' come entrare nella storia. Quando abbiamo sfondato negli Usa, abbiamo capito che ce l'avevamo fatta.
Perché è così importante per una band inglese sfondare negli Stati Uniti?
A causa della storia della musica americana. La lista dei musicisti americani che potrei citarti è infinita, come tu sai. La scena che c'era a New York negli anni '70 ha molto influito sulla musica inglese. Quando suonavamo noi, in Inghilterra si sentiva Blondie, i Television, Patty Smith e molti altri artisti fenomenali di origine americana.
Come descriveresti la tua vita negli Smiths? C'è qualcosa di quel periodo che è presente e ritorna in te ogni giorno?
Non c'è qualcosa che torna ogni. Quell'esperienza è stata fondamentale per la mia carriera musicale. Non ascolto gli Smiths a casa, ma ne parlo ogni giorno, o quasi, tra amici e gente che mi chiede informazioni a riguardo. E' stato un momento importantissimo per la mia vita. Ho dei ricordi bellissimi, indelebili. So che ci sono stati momenti bui e difficili, ma perché portarseli dietro quando posso ricordare tutte le cose belle che son successe?
E' difficile il proseguimento di una carriera dopo che una band, così importante come la vostra, si scioglie. Si passa la vita ad inseguire e a cercare di eguagliare quei successi dovendo rendere conto ad un pubblico che sempre confronterà i nuovi brani a quel periodo storico. Come vivi tutto questo?
Sì, di certo è successo a me, a Andy, a Johnny. Hai ragione, è un peso che comunque ci si porta dietro, un continuo paragone al passato. Questa situazione capita anche solo quando un componente lascia una band, è difficile, anzi, impossibile, ricreare un certo clima se la situazione non è ottimale. Quando una band si divide è impossibile, nel futuro, ricreare quello stesso clima da soli. Se ne possono creare altri, ma non quello specifico. Questo capita a me, come ad ogni altro. Non ho mai visto un concerto di Morrisey, ma mi han detto che quando suona una canzona degli Smiths la gente impazzisce e quando invece suona i brani suoi il pubblico balla normalmente. E' così per tutti noi, è la natura umana.
Senti quindi questo genere di pressione quando registri qualcosa?
Come ti ho detto, credo faccia parte della natura umana. La gente legherà sempre noi a quel passato. Io, fortunatamente, non ne son rimasto intrappolato, avendo suonato per altri artisti davvero interessanti e in altre band strepitose come PIL, Buzzococks e molti altri, per cui ho amato suonare e registrare. Non credo sia producente guardare indietro agli Smiths in continuazione. Siamo stati bravi, ma è giusto andare avanti ora.
Dopo aver suonato per tutte queste band, come mai hai deciso di fare anche il dj?
E' successo una notte a Manchester. Dato che ho uno show in radio, mi han chiesto di trasportare quel suono nei club. All'inizio ero scettico, ma superato il nervosismo dell'esordio, ora mi diverto molto. Che sia musica nuova, vecchia, metto ciò che voglio. Mi piace farlo, non è una carriera, non sono un vero dj, lo faccio per puro divertimento.
Suoni quindi ciò che passi nel tuo programma radio?
Circa. In radio ho più libertà di spaziare, non dovendo preoccuparmi che la gente stia ballando. Mi piace mettere musica nuova che la gente non ha ancora sentito.
Negli ultimi 20 anni sono spariti gli idoli e le band non sono più idolatrate come nei decenni passati...
Credi davvero sia così?
Si, non credo ci sia più quel legame forte tra pubblico e band che riusciva a rendere le band immortali.
Sì, probabilmente hai ragione. Ci sono band davvero interessanti ora, con un background importante. Mi vengono in mente i Flaming Lips ad esempio. Ora manca un grande fan base in grado di sostenerti ovunque. Adesso puoi funzionare in uno stato ma è difficile diventare realmente globali. Oltre alle ovvie canzoni pop, nessuno è stato più in grado di avere un linguaggio universale, in grado di essere percepito allo stesso modo da chiunque.
La musica è diventata totalmente democratica. Ora chiunque può far musica. Siamo arrivati ad un punto in cui l'iper-scelta ci confonde e ci rende più difficile la scoperta di ciò che è veramente valido. Negli anni '80 c'era un altro legame con i dischi e con i musicisti.
Sì, c'era un legame prezioso. Prima di internet e del download, l'unico modo di sentire gli Smiths era andando ad un loro concerto o comprando un loro disco. Niente YouTube o cose così. Il legame che veniva a crearsi era quasi intimo, prezioso. Noi non eravamo nemmeno distribuiti dalle grandi catene di dischi, bisogna cercarci nei piccolo negozi dischi.
Come è cambiato il modo di vivere la musica da quando hai iniziato?
Il cambiamento fondamentale è stato internet. E l'equipaggiamento elettronico per far musica. Si è passati da lavorare in studio a lavorare in casa, pubblicizzandosi in rete. Ora tutto è globale. Chiunque può farsi sentire ovunque, è una cosa positiva. L'unico modo per farsi sentire negli anni '80 era fare un disco, avendo la fortuna di trovare un'etichetta. La musica è cambiata velocemente e in brevissimo tempo. Basta vedere il futuro incerto del formato cd. Sta scomparendo la materialità della musica. L'artwork, ai tempi fondamentale, ora si sta perdendo. Un mp3 è un insieme di dati senz'anima. Questo è il progresso, non è controllabile. Credo che comunque il cambiamento sia, finora, positivo. Più gente può far musica, più gente può sentire musica.
Forse è questo il motivo della scomparsa degli idoli. Troppa scelta rischia di deconcentrare l'ascoltatore.
Sì, sono d'accordo con te. A giovarci sono state le piccole band, quelle che vent'anni fa non sarebbero potute emergere. Oltretutto la musica è cambiata. Non esisteva la musica indie o la disco. I generi erano pochi e ben delimitati. Ora non esistono veri e propri generi, tutto è contaminato da tutto. Questo credo sia davvero un grosso cambiamento.
E secondo te, c'è qualche band che è davvero riuscita a far la storia della musica nell'ultimo periodo? Io, oltre ai Radiohead, ho difficoltà a citare qualcun'altro con totale certezza.
E' come dicevamo prima. E' davvero difficile far qualcosa di nuovo adesso. Prendiamo ad esempio gli Strokes. Per molti sono stati qualcosa di nuovo, con un suono nuovo, per me, che forse sono vecchio, suonavano come tutte le band degli anni '70. Non credo che nell'ultima decade ci sia stato qualcosa di indimenticabile e innovativo. E più probabile che al posto di un disco rappresentativo in sé, sia più importante la band stessa. I Radiohead, ad esempio, come dicevi tu. Credo che uno dei pochi artisti che potremo ricordare sia Damon Albarn. Ha fatto cose incredibili nel suo percorso musicale. La musica fresca dei Blur, l'interessante cambiamento con i Gorillaz e un ulteriore passo con i The Good, The Bad and The Queen. Ha cambiato molto, è stato davvero importante anche se non è considerato un vero e proprio idolo. Band come Chemical Brothers e LCD Soundsystem han trovato un ottimo connubbio tra generi. Ma nessuno ha davvero portato una rivoluzione. Ora una band si focalizza sul suono, in una sorta di puzzle storico di ciò che è stato. Di interessante trovo i Midlake, i Girls e i Fleet Foxes. Ma internet da troppa scelta che qualcosa si perde sempre. Vent'anni fa era difficile capire cosa stesse andando in determinate parti del mondo. Ora è facile sapere che cosa sta funzionando a New York, cosa invece a Londra, cosa a Berlino. Questo è fondamentale per capire il presente. Per mescolare le influenze. Più ascolti e più sei stimolato a creare.
Credi dunque che, nell'ultimo periodo, la musica che stia uscendo sia una sorta di collage di ciò che c'è stato?
Sì. Credo che ogni band prenda un pezzo del passato per modellare il proprio suono. Noi anche, ad esempio, avevamo Marr che era un'amante della Motown e dei Pretenders.
C'è ancora un altro rapporto con gli altri componenti degli Smiths?
No, non c'è rapporto. Solo io e Andy. Lui vive a New York e spesso viene a trovarmi. Ci siam visti a Londra qualche mese fa per qualche drink e qualche concerto. Con gli altri il rapporto si è chiuso dopo il '93, ma, a dir il vero, c'è tanta gente con cui non ho più parlato dopo quell'anno. Ognuno ha preso un percorso diverso. Io, personalmente, sono andato avanti.
Negli ultimi 4-5 anni si sono riunite la maggior parte delle band che hanno fatto la storia della musica. Mancate quasi solo più voi...
Sì, è vero, si sono riuniti quasi tutti! Noi non lo faremo, almeno non è questo nei nostri programmi. La nostra musica è ancora ovunque, ma si riferisce ad un periodo in cui eravamo ancora tutti ragazzi. Ora sarebbe diverso. Prima era tutto nuovo, fresco, interessante, ora sarebbe tutto vecchio e stanco. Non ho desiderio di questa reunion, non andrò mai a pregare gli altri di ritrovarci a suonare. Se mai me lo chiedessero, però, non potrei certo dire di no!
Sprigioni un'energia incredibile e hai gli occhi di chi ne ha viste tante. Ora una domanda che mi viene dal cuore: come ci si sente a far parte della storia della musica?
It's fucking great! E' fantastico. Volevo fare il batterista per suonare in una band, volevo suonare in una band per vendere dischi, volevo vendere dischi per suonare in tutto il mondo: ed è successo tutto ciò. Una cosa che accade una volta su un milione credo. Vedere gente che dopo vent'anni compra i miei dischi e parla ancora così tanto dei The Smiths mi fa sentire bene, mi fa sentire orgoglioso. Non so spiegartelo. E come far dire a Buzz Aldrin come è stato camminare sulla Luna. E' una sensazione unica. It's fucking great. Questo è quello che cerco di spiegare nel DVD, cosa si è provato a farne parte.
Gli Smiths sono stati la tua migliore esperienza?
Credo di si, ma come potrei non citare quella con Johnny Rotten? Quell'uomo ha un'energia incredibile. Dal vivo, dopo aver dato il tempo, sentivo la sua forza colpirmi. Con Sinead O'Connor, invece, mi emozionavo a sentire la sua voce.
Gli Smiths non moriranno mai. Non finiranno mai. A registratore spento rimaniamo con Mike a parlare ancora per un po' di tempo, catturati dal suo modo anglosassone di raccontare gli aneddoti. Per chi ama gli Smiths, e la musica inglese, parlare con Mike è un'esperienza forte a livello umano. Come parlare con un uomo che ha vissuto il miglior sogno possibile.
Mattia Barro |
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1-6-2010 Interview: James Holden
La segreteria di James Holden è una voce elettronica interrotta dal suo proprietario solo per enunciare il proprio nome tra il rumore di fondo di una festa in casa. Dopo un paio di chiamate James risponde. Non siamo di fronte allo stereotipo del dj annoiato, assonnato dalla notte prima. James sa cosa vuole e sa come ottenerlo: a 19 anni è uscito il suo primo singolo, a 23 ha aperto la sua etichetta producendo, tra i tanti, Nathan Fake, un altro talento della scena britannica. Da poco è uscito il suo 'DJ Kicks', ovviamente per !K7 (nella foto la copertina).
Indie-Rock.it - Come è nata l'idea di aprire una propria etichetta ('Border Community') ad un'età così giovane?
James Holden - Non avevo esperienza discografiche alle spalle. Sapevo solo che c'erano molte etichette davvero mal organizzate che facevano uscire prodotti di bassa qualità. Io facevo musica, e molti altri miei amici anche, quindi l'idea è venuta così. Era un'occasione per fare musica liberamente senza vincoli economici, senza stress. E' iniziata così, semplicemente.
Come avete cominciato?
Durante il primo periodo ci siamo appoggiati ad un'impresa esterna per farci aiutare nelle varie fasi riguardanti la produzione. Partire è stato difficile, ma eravamo spinti dall'idea di avere tra le mani un'ottima opportunità. Il nostro obiettivo era fare bella musica e basta, semplice no? (ride).
Credi che ci sia una particolare definizione per il suono della Border Community?
Non credo ci sia un suono, c'è un'idea. Quando la gente parla di Border Community sound è solo un modo di commercializzare e riunire il nostro operato. E' un modo di etichettare, niente più. Se senti le nostre produzioni, noterai che è difficile sintetizzare il tutto con una sola parola.
Scegli tu i nuovi artisti da mettere sotto contratto? Devono avere qualche particolare caratteristica?
Si, scelgo io, anche se non sono proprio un talent scout. Le persone che hanno partecipato, e stanno partecipando, alla mia etichetta fanno parte della mia "famiglia". Sono persone con cui vivo. Forse a volte è solo fortuna! Ad ogni modo, non siamo un'etichetta che ricerca gruppi da mettere sotto contratto per fargli fare dischi in senso tradizionale.
Qual'è la differenza tra il remixare e il produrre una traccia secondo te?
Remixare è davvero difficile, almeno secondo me. Quando finisci un remix, è quello. Se piace sarà per sempre così, in parte non è nemmeno tuo. Il vantaggio di lavorare su produzioni proprie è quello di poter aver tutto il tempo a disposizione per lavorare, modificare, cancellare e re-incidere tutto. Diciamo che è meno stressante da questo punto di vista.
Stai lavorando su un nuovo album?
Si, ho in programma la lavorazione di un nuovo album. Non c'è ancora una data fissata però.
Per un dj è molto difficile affrontare la produzione di un long-album, soprattutto al debutto. Tu invece hai ricevuti consensi ed elogi dalla critica per il tuo lavoro 'The Idiots Are Winning'. Quale pensi sia la motivazione di tale successo?
Credo che la differenza con parte degli altri album prodotti da dj/produttori sia che il mio disco non è stato fatto con l'idea di essere un prodotto da dj per dj. Non è un elenco di tracce da pista fine a se stesse. Questo può essere il motivo, l'aver provato a fare un disco vero.
Nel tuo disco mi ha colpito 'Intentionally Left Blank', un brano muto di un paio di minuti. Ha un significato particolare questa scelta o è pura provocazione?
E' molto semplice: il disco è stato pensato per essere ascoltato in macchina, a casa, posti così. Quella traccia è solamente una pausa di due minuti dove puoi togliere il cd o aspettare le tracce conclusive, viste come una sorta di 'regalo'. Mi ha sorpreso e fatto ridere il fatto che molta gente si sia offesa a sentire una traccia vuota! L'ho trovato assurdo!
Nelle tue produzioni ti affido a strumenti analogici o al mondo digitale?
Quando ho iniziato nessuno lavorava ancora con i computer in modo ossessivo come adesso. Non avendo avuto molti soldi a disposizione però, mi sono comprato un pc per far musica. Ora però sono annoiato e stanco della musica da computer. Troppo perfetta. I suoni simulati hanno raggiunto un grado di perfezione elevatissimo. Il computer ha cambiato la concezione di produrre musica; la gente pensa che ora basti semplicemente muovere il mouse e gestire la struttura del brano nel sequencer. Mi sono stancato ("sick", dice) di questa idea, sembra così innaturale. Con 'The Idiots Are Winning' ho iniziato ad introdurre nella mia musica strumenti analogici: basso, tastiere, chitarre, microfoni ("bass line, broken keyboards, broken guitars, cheap microphone", testuale). In questo modo cambia la percezione che si ha del brano. La gente lo nota. Sono proprio stanco di questa perfetta musica da computer, non voglio ascoltarne mai più. Il computer ora lo utilizzo solo come registratore e poco più. Credo che dargli meno importanza sia un ottimo passo da compiere ora.
Com'è cambiato il tuo rapporto con il dj set e con il pubblico da quando hai iniziato?
Non credo di essere cambiato molto. Sono migliorato a livello tecnico prendendo quanto di buono ci fosse nei miei primi dj set. Ho capito cosa il pubblico preferiva e voleva da me e ci ho lavorato su. Non ho mai, ma proprio mai, dato retta a chi in fondo alla folla mi chiedeva di suonare più forte. Mi son sempre immedesimato con chi è in mezzo alla pista e balla, volendosi godere la serata e la musica. L'errore che i dj fanno è quello di considerare il pubblico stupido, proponendogli musica brutta, banale e stupida. Il mio lavoro è fare il dj, non insulto la gente, quindi provo a dar loro la migliore selezione possibile. Le persone non sono stupide, apprezzano la buona musica. Non credo che tutti i dj saranno d'accordo con me (ride)! A volte è più facile suonare musica banale per sopravvivere.
Credi sia questa la differenza tra un buon dj e un pessimo dj?
Non so, molti dj hanno un diverso approccio. Prendi ad esempio Superpitcher, o Cox, o altri che io amo. Di certo in loro c'è qualcosa di particolare e di interessante, non saprei spiegartelo.
Cos'è che ami dei dj set?
Mi piace il fatto che ogni dj set sia una cosa di una notte. Ciò che preferisco è il fatto che le serate che vanno bene, quelle dove tecnicamente funziona tutto, il pubblico è caldo e risponde, durino semplicemente una sola notte. One magic night. Ora non saprei dirti un luogo o un dj set in particolare, ho tanti bei ricordi, ma come se fossero sospesi. Il fatto che una notte sia diversa da ogni altra è ciò che la rende magica. Ogni serata ha un proprio tempo e dopo sparisce fisicamente, rimanendo solo nella memoria.
Nei tuoi dj set come lavori? cd, vinili, sequencer o gestisci proprio un live set?
Non ho ancora mai suonato dal vivo. Mi sono diviso tra cd e vinili in passato, ma ora sto pensando di portare qualcosa per un live. E' un periodo interessante per me, vedremo cosa accadrà in futuro.
Dove pensi si stia muovendo la musica dance?
Non so predire il futuro! Ciò che è più interessante ora, per me, sono le produzioni di Caribou e Four Tet. Sono album che puoi ballare, ma che non centrano con il dancefloor in senso proprio. Sono dischi da ballare e da ascoltare allo stesso tempo.
Hai delle date programmate in Italia per quest'estate?
Si, credo di avere dei dj set in Italia, ma onestamente non mi ricordo quando!
Mattia Barro
Video: intervista a James Holden (@ EMPO TV) |
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2-5-2010 Interview: Pete & The Pirates
Pete And The Pirates provengono da Reading e sono stati eletti dalla stampa inglese come una delle migliori band indie-rock del 2008, anche grazie al buon LP d'esordio, ‘Little Death’, fresco ed ispirato. Proprio in questo periodo stanno ultimando il loro nuovo lavoro, in uscita presumibilmente verso la fine dell’estate, e presto passeranno dal nostro paese per quattro date: Roma (5 maggio al Circolo degli Artisti), Fucecchio (6 maggio alla Limonaia), Milano (7 maggio al Plastic) e Bologna (8 maggio al Covo) dove presenteranno anche alcuni nuovi pezzi. Noi di Indie-Rock.it abbiamo approfittato dell’occasione per intervistarli via e-mail.
Indie-Rock.it - Ho letto che il vostro gruppo esiste già da alcuni anni, ma vi c’è voluto parecchio tempo per riuscire a pubblicare il vostro esordio. Diteci qualcosa riguardo ‘Get Even’ e ‘Wait Stop Begin’, i due EP che avete pubblicato ben prima che il vostro album ‘Little Death’ uscisse.
Pete And The Pirates - Erano i primi giorni del nostro viaggio musicale insieme. Nessuno sapeva chi fossimo allora, così stavamo solo provando a migliorare e a farci conoscere in giro. E’ stato un periodo eccitante.
‘Little death’ è stato etichettato come uno dei migliori album indie-pop del 2008 dalla stampa musicale inglese e, inoltre, avete ricevuto un '8.0' da Pitchfork. Queste recensioni positive vi hanno dato la carica per tentare di migliorare ulteriormente la prossima volta?
Qualcosa del genere. Una recensione però è solo l’opinione di una singola persona. La cosa bella delle recensioni è che ti espongono ad un pubblico più vasto, così nuove persone possono ascoltare la tua musica e avere un’idea in merito, positiva o negativa che sia.
Chi scrive e canzoni? Di solito scrivete prima i testi o la musica?
Ci sono alcuni modi di scrivere le canzoni. Alcune volte esce prima un riff giusto, altre volte invece scriviamo prima i testi. Di solito tendiamo a scrivere prima la musica ed inserire le parole su di essa in un secondo tempo. Pensiamo che la cosa vitale sia che la musica e la melodia siano buone.
So che state mettendo gli ultimi ritocchi alla vostra nuova fatica. Cosa ci dobbiamo aspettare dal vostro secondo album? Quando uscirà? Ci saranno dei grossi cambiamenti rispetto al primo? Credo che questa volta abbiate dovuto scrivere le canzoni in un tempo più ristretto rispetto al precedente lavoro. La vostra etichetta vi ha messo pressione?
Il secondo album è, per la maggior parte delle band, una sfida più grande rispetto al primo. Ovviamente c’è più pressione per realizzare un buon secondo lavoro se già il primo ha ricevuto buone recensioni. Ma questo si può anche rivelare dannoso se il gruppo non è pronto. Ci stiamo divertendo parecchio in questo momento, stiamo sperimentando un nuovo sound, saprete tutto quando l’album sarà nei negozi.
In passato siete stati paragonati a Futureheads, Young Knives e Mystery Jets dalla stampa musicale inglese. Vi piacciono questi paragoni? Pensate di essere simili a loro?
Queste band hanno alcune ottime canzoni. Spero che tu stia parlando di quelle!
Vi ho visti al Reading Festival nel 2008: suonavate all’una del pomeriggio di venerdì sul palco di BBC Radio 1/NME, il festival era appena all’inizio, ma sembrava di essere sul mainstage mentre suonava uno degli headliners. Era una specie di concerto a casa. Che esperienza è stata per voi? Siete andati spesso al festival quando eravate ragazzi?
Sì, ci siamo stati alcune volte quando eravamo ragazzi e il nostro sogno era quello di suonarci un giorno. Un sogno che si è realizzato.
Suonerete presto qui in Italia. Testerete alcuni pezzi nuovi? Cosa ci dobbiamo aspettare dal vostro show?
Se gli aerei voleranno... Al momento ci sono grandi problemi con la cenere del vulcano islandese. Sicuramente sentirete qualche nuova canzone. Ci auguriamo che vi possano piacere.
Ho visto sul vostro MySpace che alla fine del tour italiano non vi sono altre date. Cosa farete? Suonerte a qualche festival? Oppure aspetterete che il vostro album esca prima di suonare ancora dal vivo?
Metteremo qualche ciliegina sulla torta...
Antonio Paolo Zucchelli
Video: Pete & The Pirates - Knots (live @ Radio Città del Capo) |
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16-4-2010 Interview: Dum Dum Girls
Le californiane Dum Dum Girls sono uno dei tanti progetti di Kristin Gundren - in arte Dee Dee - iniziato come solista e poi allargato ad altre componenti. La garage band tutta al femminile, che ha pubblicato da poche settimane l’attesissimo album d’esordio ‘I will be’, sta per intraprendere un tour europeo che toccherà anche la nostra penisola con due date, Milano (25/5, Rocket) e Marina di Ravenna (26/5, Hana-Bi), a fine maggio. Noi di Indie-Rock.it abbiamo intervistato proprio la frontwoman via e-mail.
Indie-Rock.it - Quando hai iniziato le Dum Dum Girls doveva trattarsi di un progetto solista, in seguito si sono aggiunte altre tre componenti. Il vostro sound sembra essere influenzato da band tutte al femminile degli anni ’60 e ’70 come Blondies e Go-Go’s. Confermi?
Dee Dee - Mi piacciono, ma non sono un’ispirazione diretta per me. Sono più influenzata da band garage femminili e gruppi vocali degli anni '60, così come da quel punk con influenze pop tipo i Ramones.
Parecchia stampa musicale vi ha etichettato come "nuove Vivian Girls". Lo consideri come un complimento o guardi avanti e cerchi di essere migliore di loro?
E’ stupido pensare che ci sia posto per solo una di noi o che abbiamo bisogno di esistere dentro il loro contesto.
Ho letto che eri una fan di Frankie Rose (la batterista delle DDG, ndr) quando suonava nelle Vivian Girls. Come vi siete incontrate? Come le hai chiesto di entrare nella tua band?
Ci siamo incontrate su internet! Le ho chiesto di aiutarmi a far diventare le Dum Dum Girls una live band. Comunque lei non è la soluzione definitiva.
Chi scrive le canzoni? Scrivete prima i testi o la musica? Le vostre canzoni sono state scritte parecchio tempo indietro oppure pochi mesi prima dell’uscita dell’album?
Scrivo tutto io. Normalmente scrivo la musica e i testi insieme. Le canzoni sono tutte state registrate nei primi otto mesi del 2009.
La stampa musicale vi ha eletto miglior band del CMJ 2009. E’ cambiato qualcosa nel vostro modo di fare musica da quel momento?
No, ma mi ha fatto venire voglia di assicurare che suoneremo sempre così bene per mantenere la stessa buona impressione di noi.
Sono usciti alcuni 7” ed EP per piccolissime etichette indipendenti prima che firmaste per la Sub Pop. Poche settimane prima dell’uscita di ‘I Will Be’ è uscita una cassetta in edizione limitata chiamata ‘Blissed Out’. Cosa ci puoi dire a riguardo? Il vostro vecchio singolo ‘Catholiked’, uno dei preferiti dai fan, è su questa cassetta, ma non sull’album. Come mai?
Il mio amico Mario dirige l’Art Fag Recordings e voleva raccogliere tutte le vecchie uscite in una cassetta e io ho detto di sì. Non abbiamo messo ‘Catholiked’ sull’album perché era già stato pubblicato due volte (tre con la cassetta).
Tuo marito è Brandon Welchez dei Crocodiles. Il suo gruppo ti ha influenzato mentre scrivevi la musica o ascoltavi già band garage-punk?
Ho sposato una splendida collezione di dischi, ma è il suo talento e supporto che m’ispirano maggiormente.
‘Blank Girl’ è una canzone molto lenta e romantica. Che cosa ci puoi dire del tuo duetto con Brandon? Di chi è stata l’idea?
Stavo registrando il pezzo a casa nostra e ho deciso che sarebbe stato un duetto, così gli ho insegnato le sue parti e gli ho anche chiesto di registrare la lead guitar.
In maggio passerete per l’Italia con un paio di date, ma la maggior parte dei redattori di Indie-Rock.it avrà la possibilità di vedervi al Primavera Sound Festival a Barcellona. Cosa ci dobbiamo aspettare dai vostri show europei?
Tante atmosfere cupe, ma anche tante armonie...
Antonio Paolo Zucchelli
Video: Dum Dum Girls - 'Jai La La' |
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7-4-2010 Interview: Los Campesinos!
I Los Campesinos! hanno appena pubblicato il loro terzo album, 'Romance Is Boring', e a tal proposito ho l’occasione di intervistare, insieme all’amico Valerio Berdini, il batterista Ollie Campesinos!. Ci troviamo a Cambridge, appena prima del loro concerto al Junction.
Indie-Rock.it - La vostra band è composta da sette persone…
Ollie - Durante il tour siamo in otto, il nostro amico Rob 'Sparky Deathcap' Campesinos! ci dà una mano.
Quando Tom scrive la musica riesce a pensare a tutti gli strumenti che potrebbero far parte della canzone, come il violino o il glockenspiel?
Tom scrive la musica, ha idee su come suonare la canzone in differenti maniere. Ultimamente, per alcuni pezzi, Gareth vi scrive sopra i testi mentre stiamo registrando. I brani vengono influenzati da ciò che è suonato in quel preciso momento come, ad esempio, se troviamo un buon violino o una buona batteria li utilizziamo.
Mi ricordo che sei un batterista molto carico!
Cerco di suonare il più tranquillamente possibile, visto che la gente dice che sono molto rumoroso. Ma in alcuni pezzi è necessario che sia un batterista potente.
Alla fine del 2006 avete firmato il vostro primo contratto con la Wichita, tantissime cose sono successe da quel giorno come, ad esempio, la dipartita di Aleks o l'ingresso nel gruppo di Kim. Cosa è cambiato dai vostri primi concerti ad oggi?
Dopo il concerto al Camden Barfly in novembre in cui ci avevi visti, abbiamo suonato un’altra decina di show, abbiamo fatto tantissime cose, siamo migliorati negli arrangiamenti, ci siamo perfezionati ed ora sappiamo scrivere canzoni migliori. Quando Kim è entrata a far parte della band eravamo tutti un po' stanchi, ma lei ha saputo 'ringiovanirci'. Non eravamo annoiati, ma avevamo già suonato negli stessi posti per almeno due volte e sapevamo cosa aspettarci. Per Kim invece era tutto nuovo, era eccitata di suonare in nuovi posti, ha rinvigorito lo spirito di gruppo, ciò è veramente positivo.
Cosa ci puoi dire del tour che avete fatto nel 2008 con i No Age e i Times New Viking, due delle migliori nuove band statunitensi?
Volevamo che fosse un ottimo tour. Era sponsorizzato da Drowned In Sound, è uscito anche un singolo chiamato 'Shred Yr Face Tour' che conteneva un pezzo per ogni gruppo. Avevamo lo stesso blog, condividevamo lo stesso bus, era come una comunità, siamo stati bene insieme alle altre band, siamo diventati buoni amici. Spero che potremo rifare qualcosa di simile in futuro.
Fate un genere di musica diverso rispetto alle altre band che suonavano con voi.
Era un tour con tre band che non scrivono lo stesso tipo di musica. Il lato positivo era che magari qualcuno veniva per vedere, per esempio, i No Age senza essere un fan dei Los Campesinos! e poi decideva di rimanere a vederci e si divertiva anche al nostro show. E’ stata una buona cosa che ogni gruppo introducesse i propri fan alla musica degli altri gruppi.
Nel febbraio del 2008 è uscito ‘Hold On Now Youngster...’ e a fine ottobre avete pubblicato ‘We Are Beautiful, We Are Doomed’. Come avete fatto a scrivere due album di canzoni nuove nel giro di così pochi mesi?
Il primo album conteneva le canzoni che avevamo scritto quando avevamo cominciato a suonare insieme, ‘Death To Los Campesinos’ è stata una delle prime. ‘Hold On Now Youngster...’ era una specie di raccolta di questi pezzi. Poi siamo migliorati come band e abbiamo firmato un contratto, volevamo suonare del nuovo materiale. L’idea era quella di pubblicare un EP o un mini album, Tom e Gareth hanno scritto nuovi pezzi e abbiamo registrato dieci pezzi, ci siamo accorti di essere migliorati come band ed abbiamo deciso di dare alla luce un nuovo album. Se guardi negli anni '60 e '70 non era così inusuale che i gruppi pubblicassero due album in un anno.
E' stato difficile convincere la vostra etichetta a pubblicare un secondo album nello stesso anno?
Avevamo detto alla Wichita che volevamo pubblicare un EP alla fine dell’anno. Quando hanno saputo che avevamo dieci brani pronti, invece che realizzare un EP con quattro canzoni e tenere le altre sei per il prossimo album, ci siamo accordati per pubblicarne uno nuovo. Abbiamo anche realizzato un’edizione speciale con incluso un DVD.
Parlaci del video che avete realizzato per presentare Kim.
Normalmente le band, quando un componente lascia e un altro musicista prende il suo posto, fanno una conferenza stampa. Noi non volevamo fare così e abbiamo deciso di presentare Kim attraverso un video in stile 'trasferimento calcistico', tipo quelli trasmessi dalla BBC. Ci siamo divertiti tantissimo a realizzarlo, eravamo tutti molto eccitati dal fatto che Kim entrasse a fare parte della band.
E’ la sorella di Gareth?
Sì, ma i Los Campesinos! sono tutti una grande famiglia.
Nella recensione di Drowned In Sound di ‘Hold On Now Youngster...’ hanno scritto che voi siete una band inglese, ma con il cuore americano, che da teenager non leggevate NME o Melody Maker, bensì Pitchfork. Condividi?
Abbiamo ascoltato tantissima musica americana: Pavement, Grandaddy, Built To Spill. Penso che abbiamo ottenuto una migliore risposta in America rispetto a qui in Inghilterra. E credo che alla fine abbia pagato. Lo scorso anno siamo stati negli Stati Uniti da gennaio a maggio e abbiamo fatto due tour importanti. Abbiamo allargato il nostro mercato, nuovi fan anche al di fuori del Regno Unito.
Qualche settimana fa stavo intervistavo i We Were Promised Jetpacks e ci siamo trovati d’accordo sul fatto che ora conquistare l’America è diventato un po' più facile per le band europee dopo l’avvento degli Oasis. Cosa ne pensi?
Gli Stati Uniti sono larghissimi, ci sono così tanti gruppi, la gente non riesce a prestare attenzione a tutti. Ci erano riusciti i Beatles, ma ora c’è una nuova ondata di band inglesi che stanno andando bene là, tipo i Camera Oscura. E’ positivo avere molti fan oltreoceano.
Quali piani avete per il futuro?
Tra pochi giorni termineremo il nostro tour inglese. Poi in aprile e maggio saremo in Nord America e in estate inizierà la stagione dei festival.
Ci vedremo a Glastonbury?
Lo spero proprio. Ci siamo divertiti molto a Glastonbury. Vi abbiamo già suonato un paio di volte.
Dopo aver salutato il mio vecchio amico Tom Campesinos! ci lasciamo con la speranza che tornino presto a trovarci in Italia, magari proprio a Rimini, città in cui risiedono alcuni parenti del chitarrista.
Antonio Paolo Zucchelli e Valerio Berdini
Video: Los Campesinos! - 'Death to Los Campesinos!' (live at Maps) |
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