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CONCERTI

Optimus Primavera Sound @ Oporto (Portogallo) - Giorno 1

di Cristiano Gruppi

Arrivando dall'Italia in aereo e attraversandola sulla nuovissima metroplitana/tram che porta fino in centro, ad Oporto non si darebbero due lire. Una classica città del sud Europa con una certa densità edilizia, in cui si possono notare i panni stesi fuori da quasi tutte le finestre e la tendenza degli abitanti più anziani a giacere sull'uscio della propria abitazione. E' però cominciando ad attraversarla a piedi, nei vicoli scoscesi tra il fiume, il mare e le colline su cui si è estesa, che si subisce una sorta di seduzione immediata e sempre più coinvolgente da parte dell'ambiente urbano: a Oporto convivono, spesso adiacenti tra loro, edifici lussuosi, esperimenti di moderno design anche un po' kitsch, abitazioni popolari che necessiterebbero di più di una revisione, e caseggiati diroccati che paiono poter crollare da un momento all'altro. Fa impressione anche il numero di negozi dalle vetrine vuote e esponenti il cartello "affittasi" o "vendesi" e che sembrano essere chiusi da moltissimo tempo. Tutto pare sul punto di essere lasciato all'incuria e al pessimismo, ma allo stesso tempo si può notare il grande orgoglio e la grande forza di volontà di una terra nobilissima: quella "cidade invicta" che non perde una guerra dai tempi degli antichi romani.

I locali, poi, sono estremamente gentili con i turisti. Capita spesso vedere gli addetti alla sicurezza della metropolitana si precipitano a dare consulenza a chiunque abbia in mano una mappa. Oporto è certamente una città dal grandissimo potenziale turistico, probabilmente non sfruttato a dovere in tempi recenti, e di certo un evento come il Primavera può aiutare a recuperare il terreno perduto.

Il festival si tiene al Parque da Cidade, un enorme parco pubblico in riva al mare situato nella zona est di Oporto. Vi si arriva con la metro ma poi serve un'altra decina di minuti a piedi. I palchi attivi oggi, l'Optimus Stage (il principale) e il Primavera Stage sono posti uno accanto all'altro ai piedi di una collina: non è di secondaria importanza la circostanza che, in questo modo, chi segue i concerti da lontano abbia una visuale ottima da quasi qualsiasi posizione.

Il viaggio dall'Italia e relative incombenze non ci permette di seguire il live di Atlas Sound, e dunque giungiamo in loco durante l'esibizione di Yann Tersien (s.v.), che ci perdiamo per girare in lungo e in largo la location, dopo aver espletato in tempi davvero brevi le operazioni di accreditamento e ritiro biglietti. La buona notizia è che c'è già molta gente, nonostante questo sia fondamentalmente un giorno zero, e un festival analogo si sia tenuto la settimana scorsa a Barcellona. Molta gente e di molte nazionalità: su tutti gli inglesi, davvero una marea, ma anche spagnoli e italiani sono in numero più che discreto.

Il primo concerto intero che riusciamo a seguire è dunque quello dei Drums (voto: 4), che mostrano in poco più di un'ora l'evidenza di tutta la loro pochezza. Un cantante stonato, una band scolastica che fatica a trovare un amalgama tra i vari strumenti, canzoni quasi tutte uguali di cui solo 3 o 4 raggiungono lo status di "divertenti", e quando lo fanno si evince chiaramente essere furbate dal contenuto risibile, come i singoli 'Money' e 'Let's Go Surfing'. E pensare che c'è chi dice di averli visti in performance ancora peggiori. Il frontman Johnatan Pierce, poi, si muove goffamente cercando di attrarre il pubblico, ma ha il carisma di un asse da stiro ed è circondato da colleghi che sembrano essere stati caricati a forza sul palco dopo un paio d'ore di corso intensivo per lo strimpellamento del proprio strumento.

L'inabilità dei Drums diviene ancor più evidente quando sul palco adiacente salgono gli Suede (voto: 8). Ora, vi è da premettere che chi vi scrive è sempre stato piuttosto freddo di fronte alle reunion delle band che hanno avuto l'apice creativo in un lasso di tempo superiore ai 10 anni orsono. Oltre al presentimento che sia il fattore economico più che quello artistico a favorire tali esperimenti, c'è anche la frequente contingenza della 'ruggine' dovuta all'età e al mutamento temporale che può rendere un determinato repertorio un po' patetico se riproposto da 40-50enni. Anche in questo caso il rischio è alto, e osservando le tinte dei capelli di molti dei protagonisti sul palco può giungere alla mente l'aggettivo "patetico".

Aggettivo che però in mente vi rimane lo spazio di un paio di canzoni, perché Brett Anderson e gli Suede in generale 'attaccano' il palco con un'energia spropositata, di certo grandemente superiore a quanta ne possedevano nella parte finale della loro 'prima' carriera. Ciò che colpisce è poi la 'voglia' di stare on stage: il quintetto (a parte il compassato e un po' fighetto tastierista Neil Codling) sembra voler dare tutto da inizio a fine show, tanto che i pezzi si seguono uno dietro l'altro quasi attaccati insieme, e persino un black out dell'impianto luci non ferma il fervore di Anderson, che seguitando a saltare e muoversi dice: "C'è qualcosa che non va alle luci, ma non fa niente, noi andiamo avanti lo stesso".

Gli Suede poi scelgono una scaletta estremamente rock dove canzoni come 'Animal Nitrate', 'Can't Get Enough' e 'New Generation', anche per l'intepretazione realmente sentita del frontman, conferiscono sincere emozioni a chi all'epoca era ancora teen-ager. E mostra ai teen-ager di oggi due cose (e il riferimento ai Drums non è casuale): 1) come si tiene un palco, sia dal punto di vista della personalità che della bravura tecnica e 2) come si può rivisitare un periodo storico (la new wave degli '80) creando un suono e uno stile personale, e non semplicemente un insieme di copia-incolla.

Il nostro status di anzianotti debilitati dalla tensione di un viaggio aereo (Dennis Bergkamp quasi ci fa un baffo) ci impedisce di avere forze per seguire anche Mercury Rev e Rapture fino alle 3 del mattino. Riproveremo a raggiungere tali orari notturni nella giornata di domani, la prima con 4 palchi e davvero "un sacco di roba".