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San Miguel Primavera Sound @ Barcellona (Spagna) - Giorno 1
The Men @ Village Underground, LondraThe Men @ Village Underground, Londra
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San Miguel Primavera Sound @ Barcellona (Spagna) - Giorno 1

di Massimo Rancati

Due i problemi organizzativi immediatamente percepibili giunti al San Miguel Primavera Sound 2012: una certa macchinosità nelle procedure di ingresso con riferimento prima allo showcase inaugurale all’Apollo con in lineup Chairlift, Beach Fossils e Kindness (che subisce un corposo ritardo sulla tabella di marcia dovuto all’inizialmente richiesta prenotazione online per poter varcare la soglia, per poi accorgersi lo staff che la lunga coda nel locale ci stava un po’ tutta e si poteva far ben più alla svelta), poi al ritiro dei braccialetti press, che costringe a due ore e mezza sotto il sole cocente del mezzogiorno di Barcellona; al Parc Del Forum la vicinanza eccessiva tra i palchi Pitchfork e Vice e le conseguenti sovrapposizioni di acustiche nelle retrovie dello spazio dedicato al primo. Intralcio quest’ultimo, va detto, comunque facilmente aggirabile: grazie probabilmente alla neonata manifestazione-split con base ad Oporto, la libertà di movimento in loco è ottimale e raggiungere posizioni avanzate è, indipendentemente dallo stage, raramente arduo. Resta comunque il Primavera, pur in quella che verrà ricordata anche come l’edizione delle defezioni (Bjork, Death Grips, El-P quelle già annunciate, un altro paio che verranno evidenziate in corso di report), il miglior festival europeo a livello puramente qualitativo.

La nostra avventura parte con l’incontro con i Pegasvs (voto: 6) al Pitchfork stage. La proposta del duo catalano è fatta essenzialmente di cupe ondate di synth analogici, la voce di Luciana Della Villa ad aggiungere nuvole qua e là. Non stupisce insomma che paghino eccessivamente il non suonare in notturna ma col sole ancora alto delle 17. Comunque dignitosi.

Seguono sullo stesso palco i Purity Ring (voto: 8). Live impeccabile che è un po’ la presentazione al grande pubblico di Shrines, album di debutto del duo in arrivo su 4AD il 24 luglio. Corin Roddick a costruire il suono (una fusione fra R&B, art-pop e witch) con drum-machine collegata a lampade operanti a percussione, Megan James childlike spettrale non soltanto vocalmente. È un globo sonoro fuori dal mondo il loro. Ammalianti.

Ci spostiamo poi al Mini per i Friends (voto: 7). C’è il timore un live come quello della buzzband di Brooklyn che gioca in particolare sul coinvolgimento anche fisico del pubblico ed è quindi di per sé adatto ai club possa venire affossato dalla dimensione festival, specie svolgendosi su quello che è il secondo palco in ordine di grandezza al Parc Del Forum. Invece funziona: l’ampia distesa al cospetto dello stage acquista sulle sonorità disco-funk-wave di Manifest! il sapore di un pre-party tutto hipster sulla spiaggia, Samantha Urbani riesce, in barba al finale di convalescenza del suo grave infortunio alla caviglia rimediato sugli ultimi del tour europeo, a farsi comunque il suo giro fra il pubblico e ci si mette pure il tramonto ad amplificare la presa di pezzi quali ‘Stay Dreaming’ e ‘Sorry’. Il valore delle loro bassline resta poi indiscutibile.

Di corsa di nuovo al Pitchfork e riusciamo pure ad assistere al finale del set degli Iceage (voto: 4). Ci basta: incapacità di tenere il palco per loro e incapacità nostra di cogliere un qualsivoglia barlume di talento nei danesi. Aggiungendo a questo il fatto che l’enorme folla presente è tutta già sul posto sol per attendere Claire Boucher, fatta eccezione per una manciata di individui, probabilmente amici, in transenna centrale, si ottiene il perfetto ammontare dell’imbarazzo provato. Atroci.

Non appena spunta Grimes (voto: 8) partono i boati. C’è ancora da montare tutto e da fare il soundcheck, che sarà piuttosto lungo per incomprensioni varie coi tecnici del suono: non sarà l’unica artista assegnata allo stage in questione a cui toccheranno queste difficoltà. Sta di fatto che i boati continuano imperterriti, il pubblico si gasa già con le basi a provare spie e monitor e la canadese si gasa di rimando. Converte così la grande emozione che le si legge in volto per il suo “biggest show ever” in un’energia pazzesca, in un set fatto di pick perfetti da Visions (ma senza dimenticarsi di ‘Vanessa’) che lascia raramente il tempo di prender fiato. Stare a guardarla muoversi e districarsi fra i propri gear, sia indiavolata o in autentica trance, è uno spettacolo che rende davvero superflui i “ballerini” trash che le stanno attorno e di cui non avrebbe necessità alcuna per tenere la scena. Bello comunque il momento in cui uno di questi si appropria della bandiera rossa sventolata nelle prime file a simboleggiare il supporto alle proteste studentesche in corso da mesi in Québec.

La prima delusione del festival la portano i Death Cab For Cutie (voto: 5) al Mini. Partono bene con l’interminabile ‘I Will Possess Your Heart’, poi nel giro di un paio di pezzi gli salta l’impianto e paiono decidere di proseguire da lì a mò di mero compitino. La scaletta discutibile (si trova online, ndr) non aiuta. Avremmo fatto meglio a scegliere Mazzy Star.

È poi la volta di metter piede pure al palco ATP per i Thee Oh Sees (voto: 7). Non sono la cup-of-tea di chi scrive, ma ci sanno fare ed il tiro del loro garage-rock con digressioni psichedeliche è di evidente pregio. Il frontman John Dwyer, che porta avanti il live anche ricordando ripetutamente ai presenti tra un brano e l’altro che dopo di loro tocca agli Sleep, si ritrova al termine del proprio set a dover dar personalmente l’annuncio che la band stoner definitiva invece non ci sarà, per problemi di salute e conseguente ricovero in ospedale di uno dei suoi membri. Suonano qualche altro pezzo su due piedi per scontentarne il meno possibile. Bravi.

Ricordiamo bene il concerto degli XX (voto: 8) cui abbiamo assistito nel 2010 e, lungo il breve tragitto che separa l’ATP dal Mini, l’ora prossima all’una di notte a cui è fissato questo nuovo appuntamento con il trio ci fa temere un repentino avvicinamento al sonno che sul momento vediamo ancora lontano. Il concerto dei londinesi si rivela invece la più bella sorpresa non soltanto del primo giorno ma dell’intero Primavera Sound: nulla a che vedere con le loro performance a seguire il disco d’esordio, il live mostra un Jamie Smith ben più inserito nelle dinamiche e ad aggiungere tutta l’esperienza maturata come solista via suoni e beat extra -che paiono caratterizzare le canzoni dell’atteso ‘Coexist’- anche ai pezzi già noti. Ci scappa pure ‘I’ll Take Care Of You’ di Gil Scott Heron. La noia sta altrove, qua c’è persino chi balla.

Pur dovendo per questo rinunciare agli Spiritualized, vediamo a questo punto bene di prenderci qualche attimo di tregua godendoci i privilegi del lounge stampa: birra ad un euro, wi-fi, prese della corrente a soccorrere uno smartphone defunto già da tempo. E poi dritti al Vice stage che ci sono i Japandroids (voto: 9), ricordando più di un tweet dall’ultimo SXSW che li etichettava come “best live band around”: se non lo sono, poco ci manca. Volumi allucinanti e tirate incredibili, le birre che volano e tutti a sgolarsi di sguaiato romanticismo adolescenziale. I pezzi del nuovo Celebration Rock, coi loro cori che su disco avevano fatto storcere il naso a molti, funzionano dal vivo addirittura meglio di più d’uno di quelli di Post-Nothing (altri invece, e si legga ‘Young Heart Spark Fire’, restano intoccabili). È una performance di sudore e puro cuore, nonchè un boost di adrenalina tale da permetterci di andare oltre (quando si chiude il set sono le 3.30, ndr) e azzardare pure i due act più elettronici in programma.

Al Ray-Ban stage John Talabot (voto: 5) delude: Fin, il suo disco, è bellissimo (e qua attualmente nella top 10 annuale, ndr) ma la sua controparte live è ben lontana dal portare il suo stesso valore, ancora tutta da essere rodata. Al Pitchfork, del producer scozzese Rustie (voto: 7) riusciamo invece a cogliere immediatamente tutta l’abilità di destrutturazione caotica dei tempi e impasto di generi che vanno dalla UK bass al funk, passando per hip-hop e breakbeats.

Dal di lui set storditi ci congediamo. E già un po’ bramiamo le poltrone dell’auditorium con cui inaugureremo il giorno #2.


[Le foto ci sono gentilmente concesse dal Primavera Sound Festival e sono ad opera di Dani Canto ed Eric Pamies]