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CONCERTI

Soundgarden + Afghan Whigs + Refused @ Arena Concerti Fiera, Rho (MI)

di Nicolas Merli

Giornata retrò-maniaca, questo milanese primo lunedì di giugno. Sorvolando sulla location (una delle peggiori mai viste, a questi prezzi), il cartellone è di tutto rispetto, con tre reunion fresche fresche: gli Afghan Whigs di Greg Dulli, che torna all'ovile dopo i suoi più recenti progetti Twilight Singers e Gutter Twins, gli svedesi Refused, ritornati insieme dopo 14 anni e i Soundgarden, riunitisi probabilmente anche per la volontà di Cornell di recuperare credibilità nei confronti dei fan di vecchia data dopo lo collaborazione-scivolone con Timbaland.

Aprono le danze i Triggerfinger, power-trio belga con il sosia di Maurizio Coruzzi (in arte Platinette) al basso e quello di Landini della FIOM alla batteria: autori di un energico blues rock trito e ritrito, sono il tipico gruppo 'antipasto' da festival estivo: divertenti, ma poco interessanti. I Gaslight Anthem deludono: buona voce e belle canzoni, ma l'orario e il target del pubblico rendono l'esibizione un po' sfocata e fredda, veramente coinvolgente solo per una decina di fan.

Si inizia a fare sul serio con gli Afghan Whigs. Sul palco intorno alle 18, suonano il miglior set della giornata: una carrellata dei loro grandi classici, purtroppo sconosciuti alla maggior parte del pubblico (vi prego, ascoltatevi i dischi!): da 'Debonair' a 'Gentlemen', da 'Fountain And Fairfax' alla catarsi finale della splendida 'Milez Iz Ded'. Autori di uno splendido alternative rock in bilico tra sensualità black e nichilismo bianco, tra chitarre funky, ritmiche soul e brutalità hard dell'Ohio, hanno rappresentato quando di meglio il rock alternativo a stelle e strisce abbia prodotto negli anni '90, anche se la maggior parte dei presenti sul piazzale sembra non saperlo: che peccato! Dulli è in forma vocale e fisica eccellente, e come frontman annichilisce molti dei suoi epigoni odierni. Dietro le quinte, a studiare le mosse dell'amico Greg, anche Manuel Agnelli. Gli afghani ci mancavano, e tanto.

Con i Refused si va un po' fuori tema: il pubblico soundgardeniano (ovviamente la stragrande maggioranza) non apprezza un granché, ma un buon numero di teenager e qualche navigato punk-rocker vanno in estasi. Per la prima volta in Italia, i rinati alfieri dell'hardcore svedese danno vita a un set di un'ora e mezza che è una fucilata nel petto, con una trascinante performance dell'algido Dennis Lyxzén, che si muove come un mix di Cedric Bixler Zavala, Iggy Pop e Michael Jackson. Suonano quasi completamente il loro capolavoro 'The Shape Of Punk To Come' (magari il titolo fosse stato premonitore, ndr) lasciando il palco esausti, i fan in delirio, il resto del pubblico non indifferente.

Eccoci agli headliner. La maggior parte del pubblico abbandona gli stand solo ora e il piazzale finalmente è pieno almeno fino al mixer (siamo lontani dal pienone dei Foo Fighters dell'anno scorso). Cornell e compagni entrano in scena al tramonto. L'apertura è affidata a 'Searching With My Good Eye Closed', subito seguita dal classicone 'Spoonman' e sembra di essere partiti col piede giusto. Seguono in sequenza quattro brani tratti dai loro ostici capolavori della fine degli anni '80, 'Gun', 'Hunted Down', 'Loud Love' e 'Ugly Truth', interrotti solo dall'esecuzione della nuova 'Live To Rise', che dal vivo è meno inascoltabile che su disco, ma rimane comunque scialba. Il pubblico si raffredda, i brani sono sì sedimentati nella memoria di molti, ma avvertono incredibilmente il peso del tempo. Miglior sorte hanno i pezzi tratti dai best seller 'Badmotorfinger' e 'Superunknown'.

Cornell non è quello del 1994, ma se la cava più che bene, Cameron dietro i piatti fa come sempre il suo dovere e si conferma un gigante dei tamburi. Shepherd e Thayll faticano invece a tenere il palco: come due usati sicuri, funzionano ancora anche dopo 15 anni, ma tengono il freno tirato e non osano mai. Non che i Soundgarden fossero mai stati una band che dava il suo meglio dal vivo, ma Thayll con una cuffia nera in testa sembra davvero un dinosauro del rock, e non si muove di un passo.

La band gioca male gli assi nella manica 'Fell on Black Days' e 'Black Hole Sun', che sono infilati repentinamente nel set come fossero due brani qualsiasi (un consiglio a chi non ne ha bisogno: Chris, suonatele da solo!). 'My Wave', 'Outshined', 'Rusty Cage', 'Superunknown', e i bis (la cavalcata 'Jesus Christ Pose' e la mastodontica 'Slave And Bulldozers') risollevano però le sorti della serata, rasentando la perfezione nell'esecuzione e scuotendo gli animi del pubblico, che a dire il vero sembra aver per la maggior parte apprezzato l'intero concerto.

Non c'è che dire: la band è arrugginita, fatica a tenere il palco e il loro sound è inevitabilmente passato di moda (al pubblico, composto per la maggio parte da reduci della stagione d'oro di Seattle, quindi quarantenni, interessa in realtà poco, ma è un dato di fatto la scarsa attrattiva sui più giovani, comunque presenti). Ma, come un'opera d'arte in un museo, i Soundgarden continuano ad essere evocativi, non solo su disco: li rivedi finalmente sul palco e non puoi non sentirti catapultato indietro di vent'anni. Poi si può discutere se questo sia un bene o un male. Non sono più il “gruppo grunge/metal che fa figo ascoltare”, ma un tour invernale con un po' più di date alle spalle e un nuovo disco decente, potrebbe riproporli in una versione aggiornata, anche se non credo sarà facile. In definitiva si dimostra molto più interessante la reunion degli Afghan Whigs, ma i Soundgarden centrano comunque il loro obiettivo, qualunque esso sia.