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CONCERTI

San Miguel Primavera Sound @ Barcellona (Spagna) - Giorno 3

di Massimo Rancati

Terzo ed ultimo giorno di Primavera Sound, ancora Auditorium per il warm-up e buono il concerto di Father John Misty (voto: 7). Da sempre considerato da chi scrive il più talentuoso dei Fleet Foxes, si dimostra oltre che gran artista (voce da alzarsi fisso in piedi ad applaudire ad ogni pezzo) anche gran intrattenitore: non fa alcuna fatica a tenere da solo l’ampissimo palco e, sfruttando gli insegnamenti di Messia Josh T. Pearson (tra l’altro fra il pubblico, ndr), con pose da calendario per i fotografi e battute irreistibili tiene sempre vivissima l’attenzione dell’ascoltatore, anche quando non suona. Personaggio vero.

Al double-decker bus della Redbull posteggiato appena fuori dai cancelli, cogliamo poi il set affatto male degli Odio París (voto: 6), band di Barcellona indebitata in egual misura col C86 e la nuova scena noise-pop di New York (i testi, ci dice chi sa lo spagnolo, sanno di Pains Of Being Pure At Heart), allo stage San Miguel quello invece monocorde (nonostante i musicisti di backup) di Sharon Van Etten (voto: 5), che tarda fin troppo a sfoderare ‘Serpents’ per risollevarsi ai nostri occhi. Dal canto nostro il tempo per attenderla non ce l’abbiamo: siamo già bigliettati (viene 2 euro, ndr) per l’evento clou in Auditorium.

Al cospetto di Jeff Mangum (voto: 8) non si possono fare nè foto, nè video. Divieto superfluo: è un momento di raccoglimento, rispetto e devozione tale che sono comunque ben pochi a pensarci. All’invito del leader dei Neutral Milk Hotel di farsi sotto al palco ci si fionda poi giù per le scalinate, le poltrone non esistono più. Da lì è religioso silenzio, bocche aperte ma nessun suono fino ad ‘In The Aeroplane Over The Sea’, che quella sì, la si canta tutti e non può essere altrimenti.

Se poi è sempre garanzia di qualità il Bradford Cox in solo con Atlas Sound (voto: 7) al Pitchfork, il rammarico di giornata lo portano al Mini i Beach House (voto: 6): in un forse tentativo di rifuggire l’avvento mainstream vero inaugurato da Teen Dream ed ora dilagante grazie a Bloom, il gruppo di Baltimora si ripiega su sè stesso, prende le distanze dal pubblico anche in quanto a lightshows e disposizione sul palco (Victoria LeGrand se ne sta talmente nelle retrovie che si fa fatica persino ad identificarne il volto), appiattisce il proprio sound annientando quei cambi di tempo e giri di chitarra che l’ultimo lavoro possiede (si prenda, ad esempio, ‘Wishes’, ndr) e con loro la possibilità facile di portare il proprio inconfondibile dream-pop in dimensione “da stadio”. Peccato.

Ma ci si rifà subito, al Primavera gli “incidenti di percorso” non sono un problema. I Chromatics (voto: 8) parcheggiano al Pitchfork, tirano fuori dall’autoradio l’acclamatissimo (a ragione) Kill For Love e, pur senza snaturarlo, gli fanno passare una notte su dancefloor coi New Order come riferimento fisso: complici l’elemento live aggiunto della batteria e un Johnny Jewel da visibilio, gli arrangiamenti sono più robusti e la voce di Ruth Radelet li segue a ruota andando a prendere sicura le note alte, senza passare per la cadenza languida che figura tra le rare critiche mosse da alcuni all’ultima uscita. Il valore di una band si misura anche dall’abilità nel far propri pezzi altrui ed inglobarli nei propri sound ed immaginario: la coerenza con cui la band di Portland inserisce nel proprio set entrambe ‘Running Up That Hill’ di Kate Bush e ‘Hey Hey My My’ di Neil Young è strepitosa. Sing-along ed applausi costanti meritatissimi.

I Saint Etienne (voto: 8) si ritrovano in proporzione uno dei seguiti meno numerosi della tre giorni di festival in quel del San Miguel. C’è pure poco da guardare on stage (fatta eccezione per delle azzeccatissime visuals): l’età di Sarah Cracknell e compagni è, d’altronde, considerevole. Eppure la frontwoman pare non sentire la tonsillite che aveva causato la cancellazione di date adiacenti al Primavera Sound e l’atmosfera che il loro show -fatto di brani dal recente Words And Music ma pure di classici del passato- dona a chi c’è, ha sapori e colori della bella Ibiza dei 90s. Si balla (nel senso proprio del termine) come forse a nessun altro dei concerti cui abbiamo assistito e viene naturale ripescare e sottoscrivere l’affermazione fatta da amici su altri lidi: in barba alle “varie superstar in ansia da gioventù”, il dance-pop sono ancora loro.

Dribbliamo a seguire un’altra sovrapposizione prendendo di entrambi i live di Wild Beasts (voto: 7) e The Weeknd (voto: 6) quanto basta per poter esprimere un giudizio. Ai primi, che pur non impressionano, nulla si può dire: perfettini in tutto e per tutto. Il secondo è inizialmente sfortunato: gli salta l’impianto pochi secondi dopo l’attacco di uno dei suoi pezzi di punta, ‘What You Need’, e l’imprevisto viene seguito da uno strano annuncio in catalano che dichiara la cancellazione del concerto perchè sarà necessario tempo per rimediare ai problemi tecnici. Fortunatamente per il canadese a saper l’idioma locale e ad abbandonare il Pitchfork stage sono in pochi. Ci vuol poi meno del previsto per ripartire, la proposta di Abel Tesfay in versione soulfull live band continua non convincere a pieno, ma c’è da dar credito al suo pubblico, fra i più calorosi in assoluto, che non smette per un istante di cantare con lui ed in parte rimedia.

A portare i titoli di coda al nostro Primavera Sound è la disputa chillwave fra Washed Out (voto: 5), che pur continuando a tentare cambi di formazione e varianti a stravolgere i pezzi è ancora ben lontano dall’aver trovato la propria dimensione live, e Neon Indian (voto: 8), che invece ha radunato una crew di musicisti validissimi (recuperate il disco del progetto dream-pop della tastierista Leanne Macomber, Fight Bite, ndr) e mette ora in scena uno show potente ed ipnotico. In mezzo ai due si butta però l’orecchio anche al set particolarmente “nigga-oriented” di Jamie XX (voto: 6): fa impazzire i tanti americani presenti, un po’ meno noi.

Infine la routine, varcando per l’ultima volta i cancelli in direzione sbagliata, è la solita: il totale appagamento che viene immediatamente aggredito dalla depressione post-festival, il sorriso che risponde “sì” al “See you next year” proiettato sul grattacielo fuori dal Parc Del Forum. Per forza.