Shed Seven + Inspiral Carpets + Allo Darlin @ Londra (Regno Unito)
19-12-2015

di Stefano Bartolotta

Le toccate e fughe all’estero per concerti sono sempre piuttosto stancanti, però quando c’è di mezzo un programma particolarmente invitante è difficile rinunciare e stare a casa. Questa volta, siamo stati spinti nella capitale inglese da un piatto ricco che prevedeva due concerti in due posti diversi, uno al pomeriggio e uno la sera. Cose che succedono quasi solo a Londra.

La parte pomeridiana si svolge in una location che è l’apoteosi dell’estetica DIY, e non solo per il nome. Il DIY Space For London si trova nella periferia sud est della città, a pochissima distanza dallo stadio del Milwall e, se fossimo in Italia, potrebbe essere tranquillamente scambiato per un oratorio. Di solito, in queste circostanze, i live vengono suonati in sale dalla pessima acustica, ma qui, invece, si sente in modo ottimale. È incredibile la capacità degli inglesi di tirare fuori un suono perfetto anche nelle situazioni più improbabili. Per il resto è tutto molto fatto in casa e indipendente: al bancone, infatti, ci sono in vendita alcuni biscotti home made e dei soft drink che non hanno nulla a che fare con quelli delle multinazionali. Si rivive, ovviamente su dimensioni più piccole, l’atmosfera di grande complicità e quasi familiare degli eventi indiepop, con il pubblico composto esclusivamente da appassionati veri, che non sanno nemmeno cosa siano le pose, che portano con sé i propri figli anche piccoli e sempre predisposti a socializzare con chi non conoscono.

Siamo venuti fin qui per vedere al vivo gli Allo Darlin’, e la performance del gruppo principale è preceduta dai Bill Botting & The Two Drink Minimums. Bill è il bassista degli Allo Darlin’ e viene coadiuvato al canto dalla sorella Hannah, leader degli ottimi Owl & Mouse. Questo progetto ha all’attivo un EP su cassetta, edito dalla Fika Recordings, etichetta particolarmente amante delle uscite su questo supporto, e alla realizzazione ha partecipato anche Darren Hayman, presente anche qui ma solo in veste di addetto al merchandising; completano la lineup Paul, sempre degli Allo Darlin', e Dave e Jonny dei Wave Pictures.

Le canzoni sono, ovviamente, pop e lo stile è piuttosto vario, si capisce che sono il risultato della voglia di un gruppo di amici di fare un po’ quello che vogliono, senza costrizioni stilistiche particolari. I brani sono tutti ben riusciti e ben suonati: sono tutti musicisti di buon livello e affiatati, quindi è assolutamente naturale il fatto che siano riusciti a realizzare un bel risultato. Durante una canzone ci godiamo anche la performance di Emma Kupa al sax: normalmente vediamo Emma in veste di frontwoman (ha guidato gli Standard Fare e ora è a capo dei Mammoth Penguins, oltre che avere un progetto solista) e anche in questa versione inedita è molto brava. Un ottimo live in definitiva, vedremo quanto questo progetto sia estemporaneo o no, ma in ogni caso è un gran bel sentire. Il consiglio, quindi, è di ascoltare l’EP, che merita.

Gli Allo Darlin’ ci regalano 70 minuti di pura bellezza. La voce di Elizabeth Morris è calda, decisa e espressiva, capace di spaziare tra differenti registri, tuti contigui tra di loro ma con variazioni significative a seconda delle canzoni. Il suono è molto semplice ma gode delle giusta profondità e si arricchisce ulteriormente nei brani in cui sale come ospite il violinista che partecipa anche alle realizzazione dei dischi. I momenti con quest’ultimo sono i più alti dell’intero set e, in particolare, l’esecuzione di ‘Europe’ è da brividi veri. Basterebbe isolare il momento in cui Elizabeth canta “this is life, this is living”, perché lo fa in modo che più sentito di così non si può e su un suono che valorizza al massimo la grande genuinità di questa artista. Tutte le canzoni sono già belle di loro e suonate perfettamente e col cuore e il pubblico è completamente trasportato. C’è un’atmosfera di tale unione tra musicisti e pubblico che, per scegliere l’ultima canzone, gli Allo Darlin’ decidono di ascoltare le richieste, cosa che si preferisce fare in concerti solisti e che è difficile avvenga per una band che, tra l’altro, da diverso tempo ha pochissime occasioni di suonare insieme. Viene accontentato chi chiede l’esecuzione di ‘My Heart Is A Drummer’ e meno male, perché miglior finale non avrebbe potuto esserci.

Dopo il lungo viaggio necessario per recarci alla Roundhouse, entriamo nella prestigiosa venue di Camden proprio mentre iniziano gli inspiral Carpets. Le dimensioni e la struttura sono ovviamente di un profilo molto più alto, ma va detto che, rispetto ad altre location di questo tipo, qui va apprezzata la selezione delle birre e dei sidri serviti al bar, di qualità nettamente più alta rispetto al solito. Quella degli Inspiral Carpets è indubbiamente la performance di livello più basso della nostra giornata. Non che la band suoni male, per carità, però c’è poca verve e non tutte le canzoni dal vivo rendono bene. Fa piacere ascoltare live vecchi classici, in particolare ‘She Comes In Fall’ e ‘Saturn 5’, però l’impressione è quella di un gruppo ormai scarico, che sale ancora su questi palchi esclusivamente per quanto fatto in passato. Il pubblico è comunque ben disposto, applaude e a ogni canzone fa il verso della mucca, simbolo della band.

Tutt’altra qualità e energia arrivano dai protagonisti della serata. Gli Shed Seven continuano nella loro idea di fare un tour a dicembre ogni due anni e basta, senza voler cercare di fare nuove canzoni delle quali non interesserebbe nulla a nessuno. Per il sottoscritto questo è il terzo di questi tour biennali e ogni volta è lecito chiedersi se magari si noteranno dei segni di invecchiamento da parte di questo quintetto. Anche stavolta, comunque, la risposta è decisamente negativa: gli sheds hanno ancora una forza e una convinzione da ragazzini e questo è dimostrato anche dal fatto che stavolta non si sono nemmeno accontentati di suonare nella formazione consolidata, ma hanno aggiunto una sezione fiati che dà al suono ulteriori sfumature, potenza e freschezza. In 90 minuti di concerto, i cinque non sbagliano un colpo e nelle canzoni in cui intervengono i fiati, il loro utilizzo non ha alcun effetto collaterale negativo ma è sempre un’aggiunta valida. Anche dal punto di vista vocale e di tenuta di palco, Rick Witter è ancora perfettamente sulla cresta dell’onda: il suo carisma è immutato e il suo modo di cantare non è mai conservativo: Rick aggredisce la canzone ogni volta e non si tira mai indietro quando sono previsti cambi di tonalità: spesso a una certa età, i frontmen non se la sentono più di affrontare tutte le difficoltà previste dai brani che devono cantare, ma lui invece dà tutto come vent’anni fa.

Inutile dire che il numeroso pubblico è completamente impazzito, canta tutto il tempo, salta quando c’è da saltare, è parte integrante di un’atmosfera di grande festa. I due momenti topo sono una ‘Disco Down’ che fa letteralmente tramare la Roundhouse e il finale con ‘Chasing Rainbows’ e con un ritornello che la gente non vuole più smettere di cantare, anche diversi minuti dopo che la band ha salutato.

Il tempo di recarci al vicino Barfly per un rapido saluto allo stesso Rick che è lì in veste di DJ ed è ora di avviarci verso l’albergo, del resto abbiamo una certa età e siamo in giro dalla mattina presto. Finché queste giornate continueranno a darci simili emozioni, possiamo già dire che non ci tireremo indietro se ci saranno altre opportunità, nonostante la stanchezza.

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