Joan As Police Woman & Benjamin Lazar Davis @ Magnolia, Segrate (MI)
27-11-2016

di Francesca Arceri

Un concerto come quello di ieri sera conferma due convinzioni nella testa di chi vi scrive: la prima è che Joan Wasser, in arte Joan As Police Woman, è un’artista di altissimo profilo; la seconda è che la prova dal vivo aiuta sempre a valutare in ultima istanza il valore di un disco in studio. Saranno assunti scontati, ma misurarne la verità in prima persona e in più occasioni rende granitiche queste convinzioni.

Che Joan fosse una musicista di valore lo dimostra il suo percorso (lo studio del violino, della musica classica, il polistrumentismo), la sua carriera (10 anni e 6 album in studio) e le sue collaborazioni (Lou Reed, Sheryl Crow, Sparklehorse, Dave Gahan, Elton John, Scissor Sisters, Antony and the Johnsons, Rufus Wainwright e molti altri). Quello che ha di straordinario è la sua continua ricerca musicale, la voglia di sperimentare e di contaminare suoni, generi e influenze restituendo sempre un prodotto inequivocabilmente riconoscibile come suo.

Questo ultimo lavoro ('Let It Be You', realizzato con Benjamin Lazar Davis) conferma la sua attitudine all’eclettismo, unendo suggestioni tratte dalla musica pigmea e sonorità sintetiche alla matrice soul/funk che più le appartiene. Ispirazioni, quelle africane, a cui fanno esplicitamente tributo all’inizio del concerto: prima di salire sul palco, lasciano andare per qualche minuto le registrazioni di canti e musiche africane. Come a esplicitare le linee melodiche che hanno poi elaborato e sintetizzato nel disco.

Il live dà ovviamente grande spazio ai titoli del nuovo album, che ascoltati dal vivo prendono una nuova dimensione. Brani come 'Broke In Two', 'Overload' o la stessa title-track, 'Let It Be You', ci avevano conquistato già dalla loro uscita come singoli, ma mentre su disco si apprezza tutta la sofisticazione di suoni strumentali elettronicamente rielaborati, dal vivo si gusta tutto il calore e la profondità sonora di questi brani.

Oltre al valore in sé di questi pezzi, o allo standing di una voce come la sua, il live set deve molto anche alla resa della band (composta da Ian Chang alla batteria, Ryan Dugre alla chitarra e il succitato Benjamin Lazar Davis al basso e tastiere), che riesce a creare un sound compatto e incredibilimente groovie (la sezione ritmica fa la differenza). Gran lavoro dei musicisti e ottimo supporto dal Magnolia, per service e spazio.

Il concerto non lascia insoddisfatti in termini di setlist: insieme ai brani del nuovo disco, Joan ripropone una scelta fra i suoi classici (prediligendo soprattutto il disco d’esordio 'Real Life' del 2006) rivisitandoli in chiave di questo nuovo sound messo a punto con Lazar Davis e sodali. Così trovano nuova forma 'Holy City' e 'Get Direct', intrise delle nuove sonorità sintetiche; 'Save Me' e 'The Magic', in una versione irresistibilmente groovie/funky; 'The Ride', lieve e avvolgente. Uno dei momenti più intensi, però, accade semplicemente con voce e chitarra, quando Joan canta sola 'We Don’t Own It' (pezzo scritto in memoria dell’amico Elliot Smith) e immobilizza delicatamente tutto il pubblico, come una farfalla trafitta da spilli.

La band cambia spesso ruoli e inverte gli strumenti, nello spirito del gioco e dell’esperimento: il batterista siede al piano, lasciando i timpani al chitarrista, e prende forma una versione delicata e malinconica di 'Feed The Light'. Suona come una canzone sotto la pioggia, perfettamente intonata all’atmosfera nebbiosa e sospesa in cui è immerso il Magnolia questa sera.

Il concerto si chiude con l’ultimo brano di 'Let It Be You', 'Station': un finale in perfetto crescendo dall’intimo della voce di Joan accompagnata solo dalla chitarra e poi sostenuta, esplosa da tutti gli strumenti in progressione. Ipnotica, psichedelica, seducente e rock: Joan vocalizza seguendo il solista distorto della chitarra e ancora una volta tutto il pubblico resta immobilizzato dall’intensità sonora che nasce dal palco.

Uscendo dalla sala ci tornano in mente le parole di 'The Magic' e siamo convinti che quella che abbiamo abbiamo appena ascoltato sia davvero una donna magica: “I'm looking for the magic / I'm feeling for the right way out of mind / Looking for the alchemy to release me from my maze. / I am makin’ myself”...

Curiosità - Sul palco tutta la band indossa tute blu da meccanico, lo stesso look di Joan Wasser e Benjamin Lazar Davis sull’artwork del disco e nei video dei singoli. Benjamin ha raccontato di come ne avesse portato una dal Ghana, per scoprire che a Brooklyn Joan ne aveva una identica nell’armadio: “Così abbiamo deciso di fare un disco insieme”, scherza. Ma noi questa storia la sapevamo già, perché Joan ce ne aveva parlato durante questa intervista.

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