Ash @ Roundhouse, Londra (Regno Unito)
10-12-2016

di Stefano Bartolotta

Probabilmente, per gli Ash il momento del ventennale di ‘1997’ non sarebbe potuto cadere in un periodo migliore. Il trio nordirlandese, infatti, è reduce da un convincente ritorno nel 2015 dopo anni di scarsa ispirazione, e sicuramente fare dischi belli e che piacciono ai fan aiuta anche la qualità delle performance dal vivo. Questa data alla Roundhouse è l’unica a Londra e una delle poche nel Regno unito, infatti i biglietti sono andati a ruba e il concerto è sold out da tempo.

Essendomi perso il primo dei due gruppi spalla e ritenendo il secondo talmente impresentabile da non meritarsi nemmeno di essere menzionato, passo subito al racconto della spettacolare performance degli Ash. Era l’ottava volta che li vedevo e mai come stavolta i tre sono stati perfetti sotto ogni punto di vista, a cominciare da quello vocale, nel quale Tim Wheeler aveva lasciato a desiderare nell’ultima apparizione italiana a Bologna nel novembre 2015. Stavolta il leader non sbaglia un colpo e sembra essere tornato indietro nel tempo: potenza, espressività, capacità di modulare, tutto perfetto ed entusiasmante. La prestazione alla chitarra non è da meno e la casata di riff che caratterizzano le canzoni scende giù con fluidità ed energia. Il suono del basso grosso e rotondo di Mark Hamilton e la batteria martellante di Rick Murray sono anche essi al top della forma e tutte le canzoni danno al pubblico una botta davvero notevole.

Ad alzare ulteriormente il livello sono, poi, proprio le canzoni stesse. ‘1977’ è un disco sicuramente molto conosciuto, però, al di là dei singoli famosissimi, era difficile ascoltare altre canzoni da quel disco durante i concerti degli Ash, e il rischio era, quindi, di dimenticarsi che questo è un album pieno di perle dall’inizio alla fine. Stasera, per fortuna, ci si rinfresca la memoria alla grande, e se ovviamente le varie ‘Goldfinger’, ‘Girl From Mars’, ‘Kung Fu’ e ‘Oh Yeah’ vengono accolte con calore e entusiasmo, le altre non sfigurano affatto, a cominciare dall’iniziale ‘Lose Control’, che probabilmente era quella con il maggior potenziale da singolo tra quelle che non sono state scelte per questo scopo. Il clima in sala è, quindi, perfetto per tutto il tempo: si canta a squarciagola sempre e comunque, ci si scatena nei momenti energici e si sta tranquilli nei pochi episodi più morbidi.

È tutto talmente bello che quasi non ci si accorge che sta per finire, e personalmente lo capisco solo perché arriva ‘Lost In You’, da sempre una delle mie preferite della band e posta in penultima posizione del disco. Quando poi finisce ‘Darkside Lightside’, qualcuno scherzosamente chiede a Tim di fare anche la traccia fantasma del disco, che per chi non lo sapesse è il rumore di una persona che vomita, ma lui dice che al massimo lo farà nel backstage. Inizia, a questo punto, un omaggio allo stesso periodo di ‘1977’, con l’esecuzione di un paio di B-side, di ‘Petrol’ e ‘Jack Names The Planet’, ovvero le due canzoni di punta di ‘Trailer’, il mini album di un paio d’anni prima, e di ‘A Life Less Ordinary’, venuta subito dopo.

Solo per gli encore il trio si allontana da quei gloriosi anni, andando a ripescare altri singoli più recenti. L’ultimo omaggio agli anni Novanta arriva con ‘Uncle Pat’, tratta anch’essa da ‘Trailer’, poi si chiude come da 16 anni a questa parte, ovvero con ‘Burn Baby Burn’. Con questo tour, o almeno in questa data, gli Ash hanno omaggiato a dovere i propri anni più ruggenti, suonando canzoni stupende con la qualità, l’adrenalina e il coinvolgimento emotivo che esse meritavano. Per chi c’era, è stata una vera e propria epifania.


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