Teenage Fanclub @ Teatro Antoniano, Bologna
19-2-2017

di Riccardo Cavrioli

Te li ritrovi li davanti i Teenage Fanclub e sembrano quasi gli zii che vengono a farti visita dopo che hanno passato la giornata a fare modellismo in cantina o hanno appena finito il lavoro in banca. Maglione nero per Norman Blake (sempre sorridente e pure ammiccante ai presenti) mentre Raymond McGinlay e Gerard Love (decisamente più schivi) preferiscono le camicie, con il primo che da un piccolo segno di trasgressione, giusto tenendola fuori dai pantaloni. Sobri, tranquilli, poco disposti alle chiacchiere, ma con quell' animo sonico sempre pronto ad emergere, insomma proprio come ti aspetteresti i Teenage Fanclub a dire il vero, ormai veri eroi del pop scozzese, che dal 1989 ad oggi ne hanno viste e suonate assai.

Il Teatro Antoniano di Bologna pare davvero essere il posto ideale per loro più che un club, anche se poi, nel finale gran parte dei presenti in platea si precipita sotto il palco per una pacifica, ma doverosa, invasione di campo, ed è stato assolutamente bello anche così, perché in realtà i nostri scozzesi hanno plasmato il teatro alle loro esigenze, ottimale per il riscaldamento, in cui un pubblico seduto ci sta, ma poi rivoltato come un guanto nel finale con la calca sotto il palco e il teatro stesso diventa club a questo punto.

Un concerto che inizia più o meno alle 21:30 e per un'ora e tre quarti circa snocciola i brani dell'ultimo lavoro 'Here', ma sopratutto ci delizia con il saccheggio dei due album migliori dal punto di vista compositivo, ovvero 'Songs from Northern Britain' e 'Grand Prix'. I classici ci sono e sono eseguiti a dovere, con il fonico che forse ci mette un po' a trovare la giusta misura per far risaltare anche il lavoro vocale dei nostri (lavoro sublime, lasciatecelo dire), ma basta poco, perché, in ogni caso, canzoni come 'I Don't Want Control of You', 'Don't Look Back' e 'Ain't That Enough' brillano come fari nella notte più buia, in virtù di un guitar rock che dal vivo guadagna in abrasività, ma non perde nulla dal punto di vista melodico.

Da brivido l'esecuzione di 'Going Places', non suonata nelle date precedenti di questo tour, che mette sempre i brividi e i lacrimoni li chiama a gran voce, ma in generale qui si vede che il motore è oliato alla perfezione, nonostante (e per fortuna!) non ci sia mai la sensazione di 'pilota automatico'. Anzi. Il concerto deve essere stato abbastanza duro per il buon Raymond che si è portato una bella scorta di fazzoletti anche sul palco, evidentemente trafitto dal raffreddore e, quando può, si prende una piccola 'pausa naso', eppure questo non gli ha impedito di fare egregiamente anche le canzoni in cui era richiesto il suo apporto vocale, così come il buon Norman porta a casa un brano pure con una corda della chitarra che è andata a farsi benedire.

La doppietta 'Starsign/The Concept' che chiude la prima parte del set è da 10 (mila) e lode. Figurarsi. Poi 4 bis di cui due, mi duole dirlo, sono un po' sprecati, con l'esecuzione di un brano dell'ultimo disco (che poteva tranquillamente essere lasciato dov'era, magari in favore di una canzone di 'Thirteen', disco che non ha visto nemmeno un pezzo in scaletta!) e poi addirittura la cover di 'He'd Be a Diamond' dei Bevis Frond, uscita a suo tempo come b-side (non ho nulla contro le cover ma, con tutti i pezzi magnifici marchiati Teenage mi da un po' fastidio, lo ammetto), ma poi ci pensano 'Sparky's Dream' e la ipersonica 'Everything Flows' (che nonostante gli anni fa sempre la sua porca figura!) a risollevare il mio morale.

Poco da fare, un pezzo di storia del guitar pop è passato da Bologna, lode a questi veri e propri fenomeni, ma anche lodi meritate a chi c'era ad applaudirli e a gioire di queste perle musicali. Intenditori.


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