Cymbals Eat Guitars @ Covo, Bologna
25-2-2017

di Vincenzo Papeo



I cancelli del covo si aprono alle 22 di un mite sabato sera, la voglia di ascoltare dal vivo Joseph D’Agostino e i suoi è davvero molto alta. I Cymbals Eat Guitars sono reduci dalla data di Segrate, al Magnolia, del 23/2, e da quella perugina del giorno dopo. Stasera saranno pronti a sprigionare la loro energica rabbia per il pubblico bolognese. ‘Pretty Years’, quarto album della band, è stata un’ autentica gemma, all’interno di un 2016 che ci ha regalato diversi ottimi lavori. L’affluenza si rivela abbastanza alta, l’età media degli spettatori sembra orientarsi dai venti fino ai quarant’anni, e c’è un timido entusiasmo nell’aria.

Alle 22:30 entriamo in sala per il concerto, pochi minuti dopo sale sul palco la band d’apertura: gli Alternative Station, band di Rimini. I quattro ragazzini sbarbati impongono la propria presenza scenica con spavalderia, riuscendo ad intrattenere al meglio il pubblico pagante. Propongono uno stile derivativo del miglior garage rock britannico del primo decennio degli ’00, dimostrando di avere assimilato con assoluta naturalezza la lezione di Libertines e Arctic Monkeys. I pezzi risultano spediti e ben articolati e i componenti sanno come muoversi sul palco. Il pubblico non fatica a lasciarsi coinvolgere durante i brani e non si risparmia sugli applausi. Se non introducessero le canzoni in italiano penseremmo che siano nati e cresciuti a Sheffield. Sono giovani e hanno un solo EP alle spalle, nonostante questo possono già vantare un piccolo seguito di affezionati in prima fila, che conoscono molto bene il loro repertorio. Intorno alle 23:10 i riminesi ci salutano, annunciando l’entrata dei Cymbals Eat Guitars. Rimaniamo piacevolmente impressionati di questa bella realtà locale, e siamo carichi per il piatto principale della serata.

Circa dieci minuti più tardi, Joseph D’Agostino e gli altri salgono sul palco per il soundcheck. Alle 23.25 tutto è pronto, la band newyorkese apre le danze con ‘Finally’, opener tratta dall’ultimo album ‘Pretty Years’. Le tastiere di Brian Hamilton sono protagoniste nel brano, assieme al timbro riconoscibilissimo di D’Agostino. La melodiosità spaziale viene bruscamente interrotta dall’aggressività di ‘Warning’, singolo estratto da ‘Lose’ (2014). La chimica hardcore sprigionata scuote gli animi degli spettatori, che entrano subito in uno stato empatico con le urla di D’Agostino. La staffetta calma/aggressività sarà confermata per tutta la durata del concerto. Peculiare è il cambio di rotta innescato con l’ultimo album, tendente a valorizzare il rumore all’interno di brani che strizzano l’occhio alla melodia. La differenza tra ‘Pretty Years’ e i brani più amati dei loro precedenti lavori è amplificata quando giunge il momento di ‘..And The Hazy Sea’, canzone di apertura di quello che fu il loro primo album: ‘Why There Are Mountains’ (2009). I cori stralunati di Joseph e soci stordiscono e straniano gli spettatori, ma il brano ha due anime e la folla non aspetta altro che ascoltare l’urlo adrenalinico di D’Agostino alla metà del pezzo. Questo arriva puntuale, scaldando definitivamente i motori per quella che si rivelerà un’esibizione da ricordare.

D’Agostino subito dopo presenta la sua band, che riattacca con ‘Wish’, singolo tratto dall’ultimo album dal sapore retrò accattivante, in linea col classic rock dei ’70. L’esibizione è perfetta, tuttavia dobbiamo ammettere che perde notevolmente appeal dal vivo, rispetto alla versione studio, per via della mancanza di quel sax fuori controllo dopo il ritornello. D’Agostino non perde occasione di mettersi, molto spesso, le mani in tasca, svelando quella che è la sua attitudine da crooner dell’indie-rock americano. La scaletta prosegue con ‘Have A Heart’, il pezzo più easy listening dell’ultimo album, dal ritornello pop esplosivo, e con la pirotecnica ‘Chambers’ (da ‘Lose’). È un piacere vedere il chitarrista newyorkese rumoreggiare, con le mani, usando l’effetto del crybaby come arma impropria. L’indole più noise cala con l’esecuzione di ‘Mallwalking’ (‘Pretty Years’), tuttavia quest’ultima si rivela un momento toccante che va ben aldilà di una semplice ballata rumorosa, riuscendo a coinvolgere tutto il pubblico presente.

L’accoppiata composta dai sei minuti di ‘Jackson’ (la opener di ‘Lose’) più ‘4th July of Philadelphia (Sandy)’ è clamorosa, il quartetto non si risparmia un attimo e la maglietta semi-strappata di D’Agostino ne è la prova. Questa doppietta prepara al meglio gli spettatori per quello che sarà, di lì a breve un finale tutto da gustare. La band decide di chiudere questa serata con la lunga coda frastornante di ‘Laramie’ (da ‘Lose’), uno dei brani che meglio si prestano a spiegare il polimorfismo stilistico di questo piccolo grande progetto. Otto minuti terminati con l’asta di un microfono usata per violentare le corde di una chitarra. Il pubblico si lascia andare ad un applauso prolungato per l’occasione.

Sono circa le 00:30: della maglietta semi-strappata di Joseph D’Agostino rimane molto poco, così il nostro beniamino indossa il giubbotto di jeans, che si era tolto nel mezzo dell’esibizione, e se ne va, confondendosi tra il pubblico amichevole. Gli altri membri continuano a infrangere i muri della sala con quel caos acustico e poi, uno dopo l’altro, seguono il carismatico leader della band, mettendo il punto ad una pregevolissima esibizione.

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