Warpaint @ Rote Fabrik, Zurigo (Svizzera)
16-3-2017

di Luca Franceschini

'Heads Up' delle Warpaint è stato, per quanto mi riguarda, uno dei dischi più belli dell'anno appena trascorso. Le quattro ragazze di Los Angeles sono riuscite a conquistare la scena del rock alternativo nel giro di cinque anni, dapprima con l'EP 'Exquisite Corpse', in seguito con due album ('The Fool' del 2009, 'Warpaint' nel 2014) che hanno messo d'accordo critica e pubblico, dimostrando come sia possibile, alle soglie del nuovo millennio, produrre musica fresca, pur a partire da influenze facilmente riconoscibili. Una cosa non difficile, quando si ha a che fare con una band che è il prodotto di una interazione perfetta tra quattro musiciste dotate ciascuna di una personalità e di un talento davvero fuori dal comune.

E se il terzo disco, come normalmente si dice, è il più difficile, 'Heads Up' non ha affatto tradito le aspettative. Il trademark sonoro è rimasto lo stesso di sempre, anche se le influenze Dark e New Wave sono state in qualche modo stemperate e ricoperte da una leggera patina di synth e da una strizzatina d'occhio al Pop da classifica, che non fa mai male. Probabilmente nessuno avrebbe immaginato, quando si affacciarono sulla scena con composizioni lente e darkeggianti, fortemente debitrici dei primi Cocteau Twins, che sarebbero arrivati a scrivere un brano come 'New Song', che è una riuscitissima e inusuale declinazione pop-dance del loro songwriting. Eppure, le Warpaint hanno dimostrato di avere parecchie frecce al loro arco e di essere in grado di metabolizzare le loro influenze e il loro metodo compositivo, cosa che avevano già in parte iniziato a fare sul secondo disco.

Ancora non si è capito se 'Heads Up' abbia pesato o meno, tra le uscite discografiche degli ultimi mesi. Probabilmente è troppo presto per dirlo, anche se l'impressione generale è che non sia stato valorizzato appieno come avrebbe potuto. L'ampiezza del tour promozionale, comunque, sembra giustificare l'importanza dell'uscita. Il gruppo ha suonato molto in America dalla fine dello scorso anno, è stato da poco in Giappone e ora è approdato in Europa, anche se solo per undici date, prima di ripartire quest'estate per un giro nei Festival. Niente Italia, purtroppo e così non resta che far rotta verso la Svizzera, che è uno di quei paesi che pare nessun gruppo abbia mai intenzione di saltare.

La Rote Fabrik è un locale molto suggestivo, soprattutto dall'esterno, visto che è inserito all'interno di un'area di medie dimensioni che, a giudicare da quel che sono riuscito a vedere, è dedicata agli allestimenti e agli spettacoli di vario tipo. Il tutto non vicinissimo al centro della città, ma situato nelle vicinanze del lago, in una zona tutto sommato piacevole. Arrivo appena in tempo per assistere al set di Ursina, cantautrice locale, che si esibisce in compagnia della sua band di tre elementi (basso, chitarra e batteria, mentre lei stessa si occupa spesso delle tastiere). Al momento ha pubblicato solo due EP ma il suo folk talvolta velato di dream-pop è quanto di meno interessante ci possa essere. Tutta roba molto scontata, piacevole ad un primo ascolto ma non in grado di essere ricordata a lungo. Il pubblico, da parte sua, non sembra annoiarsi: ascolta più o meno con attenzione, applaude convinto ad ogni pezzo, saluta educato quando tutto è finito. Contenti loro...

Le headliner della serata arrivano con dieci minuti di ritardo e questa è già una notizia, nella terra degli orologi a cucù, per dirla con una celebre battuta di Orson Wells. L'attacco è quello classico del secondo album: 'Intro' e 'Keep It Healthy', giusto a far capire di che cosa stiamo parlando. I suoni sono stati fatti benissimo, tutto si sente perfettamente e l'impasto vocale viene valorizzato in pieno. Questa è la prima nota fondamentale della serata: personalmente non le avevo mai viste dal vivo ma tra racconti e filmati vari rimediati in rete, l'impressione era che tante cose da quel punto di vista non funzionassero. Questa volta, invece, tutto è al limite della perfezione: Emily Kokal controlla piuttosto facilmente il suo timbro alto mentre Theresa Wayman la armonizza in modo preciso; la bassista Jenny Lee Lindberg, dal canto suo, funge più che altro da riempitivo sui ritornelli. Il tutto comunque funziona bene, nonostante qualche sparata di volume sulle note più alte. È indubbio che, tra le due cantanti, sia Theresa ad essere dotata della voce migliore, quindi i brani in cui è lei in veste di solista funzionano leggermente meglio ma direi che in generale la resa è stata ottima in ogni caso.

Guardandole suonare, comunque, sono due le cose che balzano agli occhi: la bravura individuale che è messa al servizio dell'impatto complessivo e la spontaneità con cui stanno sul palco. Che siano tutte e quattro padrone dei propri mezzi era ovvio, si sapeva già. Ma quando lo vedi di persona è tutta un'altra cosa. I dialoghi tra le due chitarre (anche se ogni tanto Theresa ed Emily fanno a turno ad occuparsi solo delle parti vocali) sono la componente più importante ai fini della creazione delle particolari atmosfere che ammantano le canzoni. Dietro però, c'è il motore inarrestabile della sezione ritmica: Jenny Lee al basso fa il suo e riempie magnificamente i vuoti lasciati dalle chitarre con un incedere martellante ma sempre molto fantasioso; Stella Mozgawa è invece la vera anima del concerto: la batterista è dotata non solo di una tecnica invidiabile, ma anche di uno stile personale e versatile come pochi. Un drum-kit ridotto al minimo, un tiro e una dinamica di un altro pianeta, tra tempi dispari e stacchi di sorprendente inventiva, non è esagerato dire che si sarebbe tentati di guardare solo lei per tutto il tempo.

Alla fine, come detto, è il prodotto d'insieme quello che vince. E vince soprattutto perché le ragazze si divertono un mondo a suonare e non fanno niente per nasconderlo. Dai continui sorrisi che si scambiano l'un l'altra, a Jenny che balla divertita al ritmo di beat immaginari, prima ancora che certi pezzi esplodano sul serio, da Emily che ogni tanto prende una piccola macchina a rullino e fotografa il pubblico, come se fosse una fan qualunque, alle numerose battute divertenti che scambiano col pubblico tra un pezzo e l’altro, soprattutto verso la fine. Insomma, sembrano semplicemente quattro amiche che godono nel fare quello che fanno e che quindi lo fanno bene. Magari è banale, ma io credo che la forza della loro proposta, le risposte positive che stanno ricevendo, derivino in primo luogo da qui.

Poi magari gli svizzeri non sono proprio l'audience più calda della terra (su 'New Song', per dire, che avrebbe fatto ballare anche le pareti del locale, c'erano giusto due o tre persone che si muovevano timidamente a tempo) ma sono stati partecipi e ben disposti dall'inizio alla fine (lo si capiva dalle reazioni entusiaste tra un pezzo e l'altro) oltre che straordinariamente educati (pochissimi telefonini, e solo per qualche foto rapidissima, pochissime chiacchiere di sottofondo). Insomma, è successo qualcosa tra pubblico e artista, questa sera, qualcosa che la simpatia innata delle Warpaint può senza dubbio contribuire a spiegare.

Sul concerto in sé, nulla da dire. Sono stati 80 minuti intensi, dove la band ha tirato fuori il meglio del proprio repertorio, con il supporto di un allestimento sobrio ma efficace, il cui centro erano una serie di piccoli piante decorate con luci bianche, unite ad un set di luci tutto sommato essenziale. Il nuovo album non l'ha fatta da padrone come si sarebbe potuto pensare: ne sono stati eseguiti solo gli episodi principali (da 'New Song' a 'Whiteout', da 'The Stall' alla title-track, più una 'So Good' particolarmente sensuale) ma alla fine la conta salirà a sei brani su undici, visto che durante i bis le nostre, non senza qualche divertente ammissione di paura, si sono cimentate nella prima versione dal vivo in assoluto di 'Above Control' (che non è uscita affatto male, nonostante loro paventassero il disastro!).

Per il resto, spazio consistente ad 'Exquisite Corpse', con le sempre efficaci, tra le altre 'Krimson', 'Elephants' e 'Beetles', su quest'ultima è stato bellissimo vedere come soprattutto Jenny e Stella godessero un mondo a suonarla, nonostante ormai dovrebbe uscir loro dagli occhi) e a 'Warpaint', sulle cui note lo show si è aperto e chiuso (da 'Keep It Healty' a 'Disco/Very'; in mezzo, quella 'Love Is To Die' che ormai è un po' il loro manifesto). Solo due brani da 'The Fool', anche se 'Undertow' è stato l'unico pezzo in tutto lo show che il Rote Fabrik ha salutato con un boato.

Assieme a quello degli XX a febbraio, anche questo concerto sarà probabilmente in cima alla mia top five, alla fine dell’anno. E guarda caso, entrambe sono band che, nella loro diversità, vivono l'esibizione dal vivo con una semplicità e una serenità che è propria di chi prende la vita sul serio. C'è solo da sperare che passino anche da noi, prima o poi.


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