Arcade Fire @ Kindl-Bühne Wuhlheide, Berlino (Germania)
2-7-2017

di Michele Corrado

Situato nel cuore di un parco, in realtà una mezza foresta, di Schöneweide, distaccamento urbano poco distante dal centro di Berlino, la Kindl-Bühne Wuhlheide è stata la cornice incantevole di uno show perfetto. Nonostante una capacità di oltre quindicimila persone, la forma ad anfiteatro di questa arena e la posizione del palco permettono una visibilità ottimale da qualsiasi punto. Assolutamente impeccabile è stato anche il suono, spesso nota dolente di tanti concerti all’aperto. Idem dicasi per l’organizzazione, una specie di cronografo svizzero tout court, dalla gestione di cibo e bevande a quella dei servizi igienici con file velocissime, dai controlli antiterrorismo severi ma celeri ai corridoi di fuga sempre liberi. A completare il quadretto idilliaco ci ha pensato il tempo, che, dopo tre giorni di pioggia intensissima, ha scacciato via ogni nuvola giusto una quindicina di minuti prima dell’opening act dei Beak>.

Gli spigoli e le ipnosi geometriche della band di Geoff Barrow c’entrano molto poco con le aperture corali e innodiche degli Arcade Fire, ma una setlist snella e la tecnica impressionante della band hanno rapito l’attenzione anche dei più scettici e disinteressati degli astanti. Appena salito sul palco, Geoff ha presentato il suo side project come i Beak> dall’Unione Europea, inaugurando una serata anche di incontestabili contenuti politici. Dopo un’introduzione più soft con i brani tratti dall’ultimo EP ’Sex Music’, a base di ritmiche kraut e avvolgenti tastierine dal sapore dei vecchi videogiochi arcade, la scaletta si è via via inturgidita. I cui momenti più impressionanti e tesi sono stati registrati da ’Yatton’ e, soprattutto, dal basso ringhiante di Wulfstan II.

C’è gente, irriducibili di non si capisce quale spirito indie a tutti i costi, che ha messo e mette in dubbio ’Everything Now’. Pur riconoscendo tra le note di questa canzone una sana ruffianeria radiofonica, non sono mai stato tra questi e ci tengo a ribadire quanto questa canzone live si sia rivelata efficace. Un anthem gioioso e micidiale che, posto in apertura dello show, ha conferito all’intero spettacolo un imprinting potentissimo. Quello della festa totale. Ma l’adrenalina non è mai troppa devono aver pensato i nove e così boom, ’Rebellion’ secondo pezzo. Scelta che, a conti fatti, i canadesi possono ormai permettersi. Dopo un momento dancey con i groove di ’Here Comes The Night Time’ e del nuovo singolo ’Signs Of Life’ splendidamente legati, è stata la volta del terzo inno, una ’No Cars Go’ ululata in quindicimila come una preghiera liberatoria.

La solennità di ’Intervention’ è stata introdotta da un messaggio di incoraggiamento di Win sull’era l’era Trump; "siamo sopravvissuti al secondo mandato di Bush Jr., presto anche questa nuova merda sarà passata", ha tuonato il più vecchio dei Butler. ’Suburban War’ ha aperto una cospicua e muscolosa sezione dedicata al terzo disco, che passando per la ciondolante title track è sfociata in una ’Ready To Start’ col grugno. Poi ’Tunnels’. Ricordo ancora la prima volta che ho ascoltato questa canzone live; sette anni fa, abbracciato ad una transenna a Bologna, mi scese una lacrima. A Berlino invece l’ho ascoltata stringendo la mano che me l’avrebbe asciugata, ed è stata ancora più bella. Questo per rimarcare il sentimentalismo totale di un brano magico, in tutta probabilità la canzone d’amore e amicizia, di fratellanza più bella delle ultime generazioni. ’Sprawl II’ ha introdotto il momento più synth guided del set, che ha portato alla combo di hit da Reflektor, la sua title-track e ’Afterlife’.

Il finale del main set è stato invece, nuovamente, all’insegna dell’energia e dell’elettricità, grazie ad un infuocato connubio tra il penultimo singolo ’Creature Comfort’ e l’immarcescibile ’Power Out’. A questo punto, anche se accordi introduttivi fuorvianti ci hanno un po’ ingannato, è stato inevitabile vedere la folla esplodere durante un bis secco a base di ’Wake Up’. Ma non ne avevamo abbastanza, ai nostri cori affamati Win e i suoi prodi sono dovuti tornare per un secondo encore, una ’Neon Bible’ a lume di telefonini, accorata e condivisa, destinata a sfumare nell’ennesimo refrain del coro di ’No Cars Go’ ad opera del pubblico.

Grazie a un repertorio dalla densità di qualità fittissima e altissima, a coreografie spettacolari ma mai ridondanti, alle spettacolari rivoluzioni della formazione anche nel corso della stessa canzone, ad una bravura tecnica impari, ma soprattutto grazie ad una capacità innata di instillare nel proprio suono e nelle proprie liriche una forza corale e innodica senza precedenti, è live che gli Arcade Fire trovano la loro dimensione più congeniale. Morale della favola: mi pare ci sia ancora qualche biglietto per Firenze.

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