U2 + Noel Gallagher @ Stadio Olimpico, Roma
15-7-2017

di Riccardo Cavrioli
[foto di Stefania Masiero]


Gli U2 tornano a Roma, gli U2 rifanno 'The Joshua Tree'...è una tentazione troppo forte e, come topi incantati dal pifferaio magico Bono, 60.000 mila persone accorrono adoranti, pure il sottoscritto. Sarà un susseguirsi di emozioni questo concerto, come è stato preannunciato, anche drammaticamente contrastanti. Ma andiamo con ordine.

In apertura c'è Noel Gallagher con i suoi High Flying Birds. Esegue 10 brani che ci fanno venire una gran voglia di chiederci dove diavolo sia finita tutta quella magica ispirazione che lo baciava in fronte ogni giorno, ai tempi d'oro. Le sue canzoni da solista sono, ne più ne meno, che mediocre rock da FM, neanche tanto da classifica a dire il vero, visto che le melodie latitano e il fantasma di un futuro come novello Mark Knopfler (sempre più classic rock quindi), tanto per fare un paragone, potrebbe essere vicino (anche se speriamo tutti di no). Una canzone decisamente standard come 'Riverman' crediamo non lasci dubbi sullo spirito ormai perso dal Nostro, che, imbolsito assai nella scrittura dei brani, si "diverte" pure a mandare in malora un classico come 'Champagne Supernova' con un arrangiamento alla Ryan Adams che risulta dare pochissimo lustro al brano.

Non mancheranno altre riprese degli Oasis, accolte con grandi boati, sopratutto 'Don't Look Back in Anger', ma anche in questo caso gli arrangiamenti e le melodie vocali lasciano a desiderare. Ma, ripetiamo, sui brani degli Oasis c'è poco da dire, restano comunque ottime canzoni seppure Noel si impegni inutilmente a cambiarle un po' (poi mi si dirà: le ha scritte lui e ci fa quello che ci vuole, ma perché andare a toccare la perfezione?), le perplessità restano su una carriera solista che, stasera, non ha presentato guizzi degni di nota, se non qualche buon arrangiamento di fiati.



U2. Ha la pelle d'oca chi vi scrive all'attacco di 'Sunday Bloody Sunday': secca, tesa, vibrante. Entrano uno a uno sul palco più piccolo, facendo la passerella e il primo è Larry Mullen Jr che parte con QUELL'attacco di batteria. Si ferma il respiro. L'esecuzione è pazzesca. Adrenalina a mille, capogiro. Subito dopo c'è 'New Year's Day' e addirittura Bono ci canta pure la strofa finale che di solito dal vivo non viene mai proposta. Lo stadio è in adorazione. Una doppietta che ha già messo KO i presenti, e poi arriva 'Bad', forse il brano più bello mai scritto dai ragazzi di Dublino. Commozione. Cerco il fazzoletto nelle tasche, gli occhi sono lucidi. Non perde nulla della sua intensità questa canzone e i frammenti di 'Heroes' di Bowie la rendono ancora più vibrante. Ma non c'è tregua perché è subito tempo di 'Pride'. Passa davanti una giovinezza, le cassette ascoltate sullo stereo di papà, i bootleg con la gente che cantava e la voglia di essere lì, ad urlare il brano: anche stasera succede tutto questo, ed è apoteosi vera. Mentre ancora il pubblico canta, già il fondale diventa rosso e partono le note di 'Where The Streets Have No Name'. Che meraviglia. Saranno 11 perle, 11 magnifici spaccati di un sogno americano, 11 gemme che testimoniavano come gli U2, 30 anni fa, fossero assolutamente una band ispirata e padrona dei propri mezzi. Ascoltare 'The Joshua Tree' in successione, 30 anni dopo, da ancora la pelle d'oca.

L'occhio critico segna, in realtà, la sconfitta di Bono. Il cantante è da prima del tour che cerca di spiegare il perché della celebrazione di questo disco. Per lui non erano solo i trent'anni, ma la scelta di rifarlo era insita nel fatto che oggi ci fossero le stesse ansie e le stesse preoccupazioni politiche di allora. Bene, questa tensione, questa urgenza, questa necessità Bono e compari non sono riusciti a farcela capire in musica, non l'hanno trasmessa. È stata una bella celebrazione di un grande disco, ma non abbiamo avvertito nulla di quello che lui dava come "giustificazione politica" al tour. Meglio così? Così non siamo stati distratti da sottofondi politici? Operazione quindi riuscita solo a metà? Fallimento per Bono che non ha fatto arrivare il suo messaggio? Sinceramente, freghiamocene. Per un' ora e dieci abbiamo assistito a qualcosa di stupefacente. Non solo le quattro canzoni iniziali, ma, tanto per citare qualche titolo, l'esecuzione da brivido di 'Exit' (che sempre più, anche dopo tutto questo tempo, risulta cuore pulsante e oscuro di quell'album), la freschezza di 'Trip Through Your Wires', l'epicità di 'With Or Without You' (anche senza l'assolo catartico di The Edge), beh, hanno esaltato i presenti come lo sarebbe un bambino in un luna park, anche per merito di immagini e filmati che, è doveroso sottolinearlo, rasentavano la perfezione assoluta.

Intendiamoci, non tutto fila. Bono che usa ancora il faro per illuminare The Edge durante 'Bullet The Blue Sky', sa di autocitazione non perfettamente riuscita, l'arrangiamento di 'Red Hill Mining Town' non si sa proprio da dove arrivi e 'Mothers Of The Disappeared' perde, in parte, il suo pathos, ma il cuore non smette mai di viaggiare più veloce del normale, mai. Il leader della band ci prova a spezzare il ritmo con discorsi un po' 'gigioni' sull'Irlanda, gli irlandesi e gli italiani, ma la bellezza di quei brani va anche oltre alle sue banalità, più utili a lui per tirare il fiato che per infondere qualcosa a noi.



Poi il concerto in realtà finisce, e inizia qualcosa che sfocia nel vero e proprio dramma musicale. Si chiude la prima parte e, dopo un piccolo intervallo flash, inizia un secondo tempo che non vorremmo mai aver visto ne sentito: 'Miss Sarajevo' arriva con la sua retorica (a un certo punto manca solo che se ne esca con il vecchio mantra "cancella il debito") e la solita filippica del nostro che diventa messia e salvatore, con dietro le immagini che ti aspetti, purtroppo, pure le persone che si dispongono a cuore. Tra l'altro sentire Pavarotti registrato ha messo solo una patina di patetico al tutto. Canzone evitabilissima, ma funzionale per il nostro Bono per creare l'effetto lacrimuccia. Quindi la scaletta diventa una vera e propria via crucis, con i nostri che forse non si rendono conto che, proporre (in serie tra l'altro!) disastri come 'Beautiful Day' (con tanto di citazione di Zucchero!! Mio Dio!!), 'Elevation' e 'Vertigo' poco dopo aver proposto tutto 'The Joshua Tree', è arma che definire a doppio taglio è dire poco. Sono canzoni che segnano e mostrano drammaticamente la discesa qualitativa della band di Dublino, con album buoni per il cestone del supermercato sotto casa a 50 centesimi. Nonostante tutto il pubblico è in delirio, canta, balla, come se fosse comunque (e in un certo senso lo è, dai, vista la portata dell'evento) doveroso divertirsi. No, la povertà di quanto stiamo sentendo adesso dopo tanta magnificenza è imbarazzante e non deve e non può essere accettata, dalla band in primis a dire la verità. Perché, invece, non si è pensato a chiudere in maniera gloriosa il cerchio, con alcune magnifiche b-sides sempre di trent'anni fa? Sarebbe stata l'apoteosi.

Ecco poi 'Ultraviolet', che ha visto sicuramente esibizioni migliori, e 'One', che resta sempre un pezzo con la P maiuscola. Chiusura mestissima, inspiegabile e assurda con un brano inedito, tra l'altro in odor di Coldplay (ahinoi), che ha spento ogni entusiasmo e con parecchia gente sugli spalti e sulle tribune che ha colto l'occasione per lasciare anticipatamente lo stadio per evitare traffico e ingorghi. Se penso che, solo pochi giorni fa, i Depeche Mode chiudevano il loro live con 'Personal Jesus' con la gente in delirio, beh c'è da rimanere stupefatti per questa scelta davvero poco felice. E no, non premio il coraggio, e quell' impressione agrodolce proprio non va via, nemmeno ora, perché davvero si è avuta la sensazione assoluta di stare toccando il cielo con un dito ma, subito dopo, la caduta da quell'attimo così intenso è stata rovinosa e tutt'altro che indolore.




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