Phoenix @ Ippodromo delle Capannelle, Roma
22-7-2017

di Silvia Somaschini

Sette anni. I Phoenix non suonano in Italia dal 2010 e io non li ho mai visti live. Così, quando viene annunciata l’unica data italiana del 'Ti Amo Tour', comprare il biglietto e prenotare un treno a caso Milano-Roma è quasi un automatismo. Il disco non è ancora uscito, ma la fama di animale da palcoscenico di Thomas Mars mi garantisce che il concerto varrà il viaggio.

22 luglio 2017: sono a Roma da 24 ore, i miei occhi hanno già consumato una gran dose di bellezza (e il mio stomaco almeno un paio di cacio e pepe). L’attesa del concerto mi infonde una certa ansia, quella frizzante e adrenalinica tipica del grande evento. Arrivata all’Ippodromo delle Capannelle prima ancora dell’apertura dei cancelli, mi rendo conto che forse siamo in pochi a pensarla così. Niente code per i controlli sicurezza, un’atmosfera di totale relax al 'Villaggio', come chiamano la zona bar che precede l’area palco. C’è davvero poca gente, e ne deduco che forse i romani sanno godersi la vita senza la frenesia dimostrata dai milanesi qualche giorno prima al concerto degli Arcade Fire.

Ho perso la cognizione del tempo, ma capisco che ci siamo quando iniziano a suonare gli Yombe, il duo elettro-pop italiano scelto per l’apertura. Sono emozionantissimi, ma reggono bene su un palco così importante. Ieri ci hanno suonato i Kasabian e il giorno prima i Red Hot Chili Peppers, per dire. Mi guardo intorno e resto perplessa: non so come ci quantificherebbe la Questura, ma ai miei occhi non saremo più di qualche centinaia, di cui almeno una ventina amici milanesi in gita.

Possibile che dopo la lunga assenza i Phoenix siano stati dimenticati? Sarà colpa del nuovo album, di certo più leggero e scanzonato dei precedenti? Che quell’omaggio semi-serio all’Italia fra frutti di mare e via Veneto abbia deluso le aspettative? Ci penso su mentre gli Yombe hanno finito il set e nell’aria risuona il Lucio nazionale, citato per l’appunto da Mars e soci insieme a Battiato, Sanremo e al Prosecco come orgogli italici (la mia percentuale di DNA trevigiano ne gioisce).



Si spengono le luci e resta solo il neon rosso a forma di cuore a illuminare la batteria: è qui che cambia tutto. Look da film anni ’70, un’entrata in scena un po’ timida, ma quando attaccano 'Ti Amo' è subito boato + coro “Don't tell me, don't tell me no". A seguire partono 'Lasso' (da 'Wolfgang Amadeus Phoenix', che considero il loro capolavoro) ed 'Entertainment': tre pezzi e Mars ci ha già comprati con la sua voce perfetta e le sue pose da finto scazzato che al contrario sa bene quel che fa.

Quando attaccano 'Lisztomania' mi accorgo che sotto palco siamo diventati qualche migliaia e non c’è un culo che non si muova: pare un miracolo. La scaletta continua alternando i pezzi nuovi ('J-Boy', 'Role Model') a quelli che da tempo sognavo di sentire live ('Trying To Be Cool', 'If I Ever Feel Better'). Eleganti, divertenti e impeccabili, nonostante un leggero riverbero del basso percepibile da chi come me sta in transenna. Thomas infuoca l’atmosfera buttandosi fra il pubblico e scatenando a ruota qualche episodio di crowd surfing.

Non mancano i momenti romantici, come su 'Countdown', dove Mars sembra un ragazzino innamorato e si fa accarezzare dalle prime file. Torna sul palco e parte 'Fiordilatte', forse la più attesa da 'Ti Amo', insieme a 'Telefono', richiesta a gran voce ma non inserita in scaletta. Piccola delusione, niente sogni hollywoodiani stasera.

Chiude il set '1901', decisamente il pezzo meglio riuscito, anche per lo straordinario accompagnamento delle luci. I Phoenix lasciano il palco, li acclamiamo a gran voce perché quei 15 pezzi non ci bastano. Tornano per un unico bonus: 'Ti Amo (Di Più)', che chiude il cerchio riportandoci all’apertura, ma con un mood assai più rock. Il frontman si lascia trasportare dal pubblico e canta in piedi in mezzo alla folla, sostenuto dalle spalle di qualche fortunato fan.

Ne vogliamo ancora, ma niente. Restano i fonici a distribuire scalette, qualcuno chiede un plettro e si sente rispondere “ma che te ne fai del pletro, pija almeno ‘na chitara”. Roma, ti amo.

Grazie Phoenix, tornate presto.


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