Frank Turner + Teenage Bottlerocket @ Circolo Magnolia, Segrate (MI)
9-8-2017

di Stefano Bartolotta

Il suo ultimo album risale ormai a due anni fa, e il prossimo è in avanzata fase di realizzazione, ma Frank Turner non può stare troppo tempo lontano dal palco, così eccolo ancora qui tra noi a dispensare la propria proposta musicale in bilico tra punk-rock, rock n roll e venature acustiche più o meno accentuate. Anche in un periodo in cui i milanesi sono in piena vacanza, il pubblico non tradisce il rocker inglese, e l’affluenza al Magnolia è più che buona fin dai supporter Teenage Bottlerocket.

Questi ultimi provengono dal Wyoming, sono attivi dal 2000 e sono dei punk-rockers duri e puri, con uno stile volutamente ruvido, canzoni dirette e senza fronzoli e la classica parte vocale con molte armonie tra due diverse voci. Il sound è piuttosto pesante per il genere, ma i brani scorrono via che è un piacere e il quartetto mostra fantasia e qualità nelle melodie, con un’interpretazione live ruspante e coinvolgente al punto giusto. Il chitarrista che canta di più sta tendenzialmente fermo, mentre l’altro si muove molto e agisce come vero e proprio frontman. Il ritmo è serrato e spesso la band non si ferma nemmeno a prendere gli applausi; ciononostante, non manca la capacità di interagire con il pubblico e farlo divertire anche con la propria presenza e le proprie parole, non solo con le canzoni. Un ottimo modo di prepararsi all’headliner per un nome assolutamente da seguire per gli appassionati del genere e quantomeno da rispettare per tutti gli altri.

Turner, nella nostra recente intervista, ci ha detto che per lui è un piacere dividersi tra concerti grandi e set un po’ più ridotti e intimi. Questa sera siamo nel secondo caso, e la cosa che balza subito all’attenzione del pubblico è il grande carisma di un musicista che, se sa tenere il palco in scioltezza di fronte a 20mila persone, vede la propria autorevolezza da frontman centuplicata in un contesto come questo. Ormai Frank ha raggiunto lo status di quegli artisti che non devono nemmeno fare niente per attirare lo sguardo di tutto in modo magnetico: gli basta la propria presenza, decisamente catalizzante. Inevitabilmente, la gente è tutta ai suoi piedi: quando chiede di saltare, tutti saltano; quando chiede di cantare, i cori sono sempre puntuali; quando chiede di formare un circle pit, decidendone lui stesso le dimensioni, la gente si allinea prontamente come un piccolo esercito devoto al proprio generale. Verso la fine, Turner chiede alla sua gente di dividersi in due, con la stessa dinamica del cosiddetto wall of death, ma lui vuole un wall of hugs, ovvero ognuno deve correre verso una persona a caso dalla parte opposta e abbracciarla: nessuno si fa pregare e il momento di gioia e senso di appartenenza è speciale.

La riuscita di un concerto, però, non passa solo da momenti come questo, ma si basa inevitabilmente sulle canzoni, e anche qui, Turner ha ormai un repertorio che gli permette di sparare un serie di granate prettamente rock nella prima mezz’ora per portare subito l’entusiasmo a mille, senza rischiare che gli inevitabili momenti di rallentamento e di variazioni sonore in cui l’elettrico cede il passo all’acustico sortiscano l’effetto di addormentare l’atmosfera. Il livello di adrenalina è costantemente alto per tutti i 90 minuti di concerto, anche quando, appunto, il resto della band si allontana temporaneamente per consentire al leader un’escursione solo voce e chitarra, durante la quale verrà anche suonata una canzone che farà parte del prossimo disco. Nel momento in cui si torna a suonare con la band al completo, come detto non c’è più l’elettricità pura, ma il suono è costantemente arricchito da inserti acustici, e il tiro generale è più da ballo che da pogo, ciononostante la gente continua a partecipare con enorme trasporto, proprio grazie alla forza delle canzoni, al carisma del leader e a un’esecuzione sempre perfetta e impeccabile, sia dal punto di vita tecnico che da quello della genuinità emotiva. Frank Turner e i suoi Sleeping Souls si divertono un mondo nel fare quello che fanno, e questa sensazione palpabile si trasferisce al pubblico e lo fa stare tremendamente bene.

Gli encore vedono un’ottima cover di ‘Thunder Road’ di Bruce Springsteen e gli ultimi due brani in cui si torna al rock puro dell’inizio e Frank si lancia in mezzo alla gente, prima col crowdsurfing e poi semplicemente ballando in mezzo ai fan. È stata una serata entusiasmante, che ha visto presenti tutti quegli elementi che ogni appassionato di musica vorrebbe trovare quando si reca a un concerto: qualità, cuore, connessione tra musicisti e pubblico e tante vibrazioni positive.

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