Slowdive @ Magnolia, Segrate (MI)
2-9-2017

di Silvia Somaschini

Complici i magistrali Slowdive e una serie di giovani talenti, italiani e non, andare al Magnolia sabato sera è stato come camminare a un millimetro dall’Iperuranio. Il vecchio Zeus le ha provate tutte per metterci i bastoni fra le ruote: una simpatica escursione termica di 15 gradi, la città improvvisamente grigia e incazzata per la pioggia battente, il primo maglioncino della stagione. Tutto a dichiarare che sì, l’estate sta proprio finendo.

Sarò sincera: i ricordi sono difficili da digitare sulla tastiera (chiedo venia per l’improbabile e involontaria rima). Ricordo il giacchino leopardato e il pink flamingo di Rachel, ricordo i sorrisi e l’emozione malcelata dietro l’anima da shoegazer di una band che ritorna dopo ben 22 anni, con un disco che rischiava di essere pura operazione nostalgica e invece è di gran qualità. Ho visto gente cantare pezzi che quando sono usciti non avevo nemmeno la licenza elementare ('Alison', 'Souvlaki Soul Station'), ho visto bocche aperte in contemplazione, altre baciarsi avvolte dall’intensità delle chitarre. Ho intercettato parecchi cuori che si scioglievano intorno a me. Un rapimento collettivo, gli smartphone nelle tasche, fanc*lo alle notifiche.

Poi più niente. Perché ho chiuso gli occhi e ho lasciato che gli Slowdive mi nutrissero della loro miscela onirica ed elettrica, assaggiando una per una le gocce della loro perfetta setlist. Hanno aperto con 'Slomo', come l’ultimo disco, e chiuso con '40 Days', infilando prima dell’encore pure una cover di Syd Barrett da brividoni ('Golden Hair'). Un concerto così sfamerebbe per un mese anche il più bulimico degli animali da live music.

Ma Unaltrofestival non è stato solo Slowdive. Due palchi, organizzazione e timing perfetti, tanto che a causa del mio ritardo cronico e innato ho perso l’apertura con i Belize, malgré moi. Ma avendoli sentiti ad aprile, stessa location però al chiuso, mi sento di poter garantire sulla loro performance.

A seguire, sempre sul palco piccolo, grande entusiasmo (decisamente giustificato) per Wrongonyou, il Bon Iver de li castelli romani, di cui amiamo il cuore tenero e sincero, ma anche la battuta pronta. E il suo pubblico non è da meno: quando a un certo punto suggerisce di ammucchiarsi per non sentire il freddo si sente rispondere “seee magari” (so che ci teneva che lo raccontassi). Cazzate a parte, se lo avete solo sentito passare in radio, seguitelo per verificare quanto la sua voce abbia da regalare dal vivo.

In tempo zero si presentano sul palco grande i Seafret. Non conoscevo il duo inglese ed è stata tutto sommato una piacevole scoperta, soprattutto per la voce del riccioluto Jack Sedman. Set molto semplice, chitarra e tastiera, campioni di streaming Spotify ma ancora un po’ di strada da fare sul live, da arricchire per non rischiare la monotonia.

Confesso di non essere grande fan dei Gazebo Penguins, ma a giudicare dal pogo sotto palco direi che erano in grande spolvero.

Dopo gli Slowdive ci si è dispersi un po’: ognuno a metabolizzare il suo concentrato di emozioni. L’appuntamento al DJ set era però di tutto rispetto, per chi aveva voglia di muoversi con il triumvirato del dancefloor Carlo Villa (Karmadrome), Mike Joyce degli Smiths e Richey Sixx (CVDA). Garanzie.

Benarrivato settembre, arrivederci all’anno prossimo Unaltrofestival.


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