Black Angels + A Place To Bury Strangers @ Huxley’s Neue Welt, Berlino (Germania)
1-10-2017

di Michele Corrado

L’Huxsley’s Neue Welt sorge nel mezzo dei casinò e degli ipermercati di Hermannplatz, nel cuore pulsante di Neukolln- vibrante “viertel” berlinese, un tempo roccaforte della comunità turca, oggi anche di quella hipster. La sua capienza abbastanza estesa, azzardiamo numeri intorno alle duemila persone, ci sembra assolutamente adeguata alla fama crescente dei Black Angels, che hanno difatti registrato un quasi tutto esaurito. Così come ci sembra azzeccato il suo nome, che, rimandando alla cultura hippie, evoca un inevitabile parallelo con le radici sixty’s degli angeli texani.

Ma andiamo per ordine, perché l’opening act è stato di quelli altisonanti, gli A Place To Bury Strangers, e, come leggerete, ha contribuito a rendere la serata ancora più speciale. I tre noise-gazer americani hanno eseguito un act breve, ma dall’intensità mostruosa. Quaranta minuti in cui l’esperienza di decenni di violenza sonica sono stati concentrati per travolgere e stordire gli spettatori, bombardati non solo mediante il loro udito, ma anche visivamente, da flash al limite con l’epilessia. Oliver Ackermann si muove come un junky di Brooklin, è brutto, scapigliato e cattivo, non lava i pantaloni da una decina di live e stupra quello che rimane delle sue chitarre. Robi Gonzalez, alla batteria, non è una donna, ma un martello penumatico. Più composto e pulito è il bassista Dion Lunadon, le cui note straziate dai feedback feriscono come quelle degli altri due membri. Più che musica, quella degli A Place To Bury Strangers è oggi terrorismo sonoro. Devastante anche l’immancabile momento in cui Oliver e Dion hanno raggiunto il centro della sala e suonati circondati dal pubblico, come fossero in un ring.



Appena le note di 'Black Angel Death Song' hanno iniziato a risonare nell’ampia sala dell’Huxley’s ogni chiacchiericcio è svanito e l’attività ai numerosi e affollati bar ha accelerato d’improvviso. Nessuno voleva perdersi l’entrata in scena dei Black Angels e il pezzo dei Velvet Underground, che assembla nome e ultimo disco della band di Austin, è il segnale che era giunta l’ora. Il tempo di sistemarsi ciascuno nella propria posizione e di dare il via ai visuals, puri deliri cromatici che avrebbero costituito un immenso valore aggiunto ali live, ed ecco l’attacco di 'Currency'. Sono bastate due note dell’inno anticapitalista tratto da 'Death Song' ad annullare ogni connotazione spazio temporale a risucchiare l’Huxley’s in un limbo psichedelico senza tempo. Come è giusto che sia, data la sua innegabile qualità, l’ultimo disco della band sarebbe stato il più saccheggiato, è stato difatti suonato quasi per intero e ad esso sono stati assegnati i momenti cruciali del live. Il cuore dello spettacolo è stato infatti 'Half Believing', commovente come altre poche cose sentite quest’anno e cantata da Alex Maas con trasporto raro.

Il finale del mai set è stato composto da una violentissima 'Comanche Moon' e dalla polverosa e nostalgica 'Life Song'. Non sono mancati però succulenti ripescaggi dai quattro capitoli precedenti della band, in particolar modo dall’immortale esordio 'Passover', come l’elettricissima 'Black Grease' e 'The Sniper At The Gates Of Heaven'. L’impatto live di una scaletta di quasi due ore ha rimarcato non solo la clamorosa qualità media di ciascuno dei dischi dei Black Angels, ma soprattutto la loro grandezza in quanto strumentisti. La ciurma nella sua interezza ha qualità sopra la media, ma Maas e Christian Bland ne sono il vero cuore creativo ed esecutivo. Il primo è un cantante e polistrumentista eccezionale, ma anche un capo indiano carismatico capace di scatenare l’inferno con un grido. Il secondo, più schivo e ombroso, è un chitarrista cupo ed eccezionale, capace di mettere in suoni le sue visioni psicotrope.

Per il grande finale dell’encore, Maas ha chiamato sul palcoscenico gli A Place To Bury Strangers, dando vita a un mostro psichedelico che chiameremo "A Place To Bury Black Angels". I rumoristi newyorkesi hanno venato e insudiciato di rumore i ricami psichedelici della tribù di Austin, dando vita a una creatura inedita, intrigante e minacciosa, che ognuno dei presenti alla data dell’Huxley’s spera vivamente di re-incontrare su disco. Insomma, la venue di Neukolln ha regalato ai presenti emozioni fortissime e indimenticabili. Siamo certi farà lo stesso tra due giorni, quando ospiterà gli Slowdive e noi, ovviamente, saremo di nuovo lì… Ma questa è un’altra storia…

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