Mogwai @ Fabrique, Milano
27-10-2017

di Giovanni Aragona

E' una serata piacevole a Milano, una di quelle in cui resti ore inebetito a capire come vestirti, visto il clima così mite di fine ottobre. Puntuali, circumnavighiamo la città in auto per raggiungere il Fabrique e tra un isterico traffico targato venerdì sera, e dopo i circa 50 semafori rossi incrociati, arriviamo giusto in tempo per accodarci al (poco) pubblico, intento a salutare l'esibizione delle Sacred Paws, gruppo spalla di serata.

La storia dei Mogwai inizia esattamente il 27 ottobre del 1997, quando 'Young Team' imperversava in lungo e largo in tutto il mondo, proponendo un post-rock granitico e di grande impatto. Non potevamo mancare, e in 15 minuti la sala si riempie in ogni ordine di posto (un quasi sold out ci dicono dall'organizzazione) attende l'ingresso degli scozzesi.

Salutato da ovazione, strumenti in spalla si inizia ed il primo quarto d'ora è epocale: 'Mogwai Fear Satan' è un pugno nello stomaco, perché nessuno si immaginava un estratto datato proprio 'Young Team'. Siamo come bloccati, il cuore pulsa, gli occhi di tanti presenti sono colmi di lacrime. Vent'anni in 15 minuti, come un piacevole tuffo nel passato suonato con la potenza del 1997, da parte di ex giovanotti, con tanta pancetta in più e tanti capelli in meno.

Il pubblico presente è variegato: dalla matricola universitaria con la t shirt dei Ramones, al distinto uomo con giacca, tablet e cravatta, passando per una deliziosa coppia di distinti signori genovesi sui 60 con adorabile figlia sui 25. E' il non compleanno dei Mogwai, è uno dei live più caldi di questa stagione e Stuart Braithwaite (con tanto di calice di vino) e compagni sono in splendida forma. Si cercano, si scrutano, ed i loro strumenti sembrano vivere in un perenne orgasmo sonoro. Cadenzati, piacevolmente claustrofobici, tra timidi sorrisi al pubblico infilano la storia dei Mogwai in mezz'ora: 'Cody', ' New Paths To Helicon Pt. 1' e ' 2 Rights Make 1 Wrong' , hanno il compito di proiettare lo spettatore in altra dimensione sonora, tra soffi melodici e rumori potentissimi.

Da tempo non ci capitava di assistere ad un concerto partecipato da così tanto religioso silenzio; la sensazione è forte, e ci sentiamo come immersi un catatonico stato meditativo. Il post-rock è materia dei Mogwai, e se oggi sono meritatamente riferimento per tante band, questo concerto spiega perché: spiazzano per la facilità con cui riescono a costruire dal vivo queste atmosfere cosi rarefatte, capaci come pochi di creare un percorso sonoro così crudo e sconvolgente.

'Rano Pano' è la canzone in scaletta che più bussa forte al nostro cuore: la bellezza portata agli estremi che coinvolge sia la dimensione spirituale che quella corporea-sessuale, perfetta. In questo turbine di sensazioni, in pochi si sono accorti dell'assenza dello storico batterista Martin Bulloch, sostituto egregiamente da una perfetta Cat Myers, in tanti si sono però accorti della facilità con cui Barry Burns passa da uno strumento all'altro. Dopo quasi due ore di perfezione, il fischio finale è preceduto da 'Every Country's Sun' e 'We're No Here', suonate a ritmi e volumi altissimi, supportate da un meraviglioso gioco di luci e ombre.

Il pubblico abbandona soddisfatto (crediamo) la venue in rigoroso ordine, commentando a gran voce una scaletta perfetta (qualcuno ha lamentato la poca presenza dell'ultimo album 'Every Country's Sun'). In auto, al ritorno, incrociamo ancora tanti e troppi semafori rossi, questa volta non abbiamo fretta, e lucidamente pensiamo che, per una notte, i Mogwai sono stati capaci di fermare il tempo. Un suggerimento: manca poco al Natale, come tradizione Gremlins, regalate un Mogwai alla persona che amate.


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