Fleet Foxes @ Fabrique, Milano
10-11-2017

di Tommaso Benelli

Da quanto tempo i Fleet Foxes non passavano per Milano? Troppo, mi verrebbe da dire. Sei anni separano il concerto che Robin Pecknold e soci hanno tenuto lo scorso 11 novembre al Fabrique da quello, ormai lontano, del 2011 al Teatro Smeraldo. Al tempo, avevo solo sedici anni e sebbene già fossi un appassionato della musica cosiddetta “alternativa”, la mia attenzione, da buon teenager cresciuto a pane e Arctic Monkeys, era rivolta pressoché totalmente all’indie made in UK. Per farla breve: io al concerto al Teatro non ci andai, non ci andai perché non sapevo nemmeno chi fossero i Fleet Foxes. E mi fa sorridere ripensare a come, nell'arco di soli due anni, i successivi a quel concerto, le volpi di Seattle fossero diventate una delle mie band preferite in assoluto. Di certo, fiorire di passione per i Fleet Foxes nel 2013 non fu la cosa più appagante che potesse succedermi: in quell’anno, infatti, l’allora ventisettenne Robin Pecknold, leader assoluto della band nonché autore di tutti i brani, decise di tornare all’Università e prendersi quindi una pausa a tempo indeterminato dalla musica, lasciando ai suoi ascoltatori due album magnifici, ma anche amarezza e apprensione sul futuro della band.

In realtà, tra l’uscita di ’Helplessness Blues’ (2011) e quella di 'Crack-Up', datata luglio 2017, i Fleet Foxes hanno vissuto un vero periodo di crisi. Innanzitutto, deve aver pesato sulla stabilità della band la dipartita non proprio amichevole del batterista Josh Tillman, oggi reinventatosi nel brillante e sagace cantautore che risponde al nome di Father John Misty. Subentrò poi lo stallo creativo, o 'blocco del cantautore', che dir si voglia: costantemente insoddisfatto dal nuovo materiale composto e scoraggiato dal successo mainstream di band come Mumford, Lumineers e Of Monsters And Men, molto furbe nel cavalcare l’onda di una moda folk che gli stessi Foxes contribuirono a creare, Pecknold sentì come se non ci fosse più spazio nel mondo della musica per le sperimentali e poco radiofoniche trame acustiche della sua band. Non potete immaginare, quindi, quest’anno, la gioia nel riscoprirli tornati a grandissimi livelli: 'Crack-Up' è un album splendido, una complessa opera art-folk che, se da un lato non concede classici immediati come quelli contenuti nei suoi predecessori, dall’altro si pone come un unico e poliedrico flusso sonoro dalle molteplici e sempre nuove potenzialità espressive.

E non potete nemmeno immaginare la gioia nel realizzare come, suonate dal vivo, le canzoni dei Fleet Foxes non perdano un minimo della loro bellezza. Ci scuseranno i lettori che si aspettano una dettagliata descrizione del concerto, ma la verità è che c’è ben poco da segnalare. Non è mia intenzione incappare nella retorica del “ci hanno lasciato a bocca aperta”, sia chiaro: semplicemente, Robin Pecknold, Skyler Skjelset, Casey Wescott, Christian Wargo e Morgan Henderson hanno dato vita ad una performance impeccabile, con una scaletta (riportata a fondo pagina) perfettamente calibrata per abbracciare tutti e tre gli album. Al di là di un Robin che credevamo molto timido quando invece si è dimostrato ben disposto a dialogare col pubblico, non abbiamo episodi o situazioni particolari da segnalare. I Fleet Foxes si sono limitati a portare nel novembre meneghino il loro candido muro di suono, privo di chitarre distorte e amplificatori aggressivi, ma animato da avvolgenti armonie vocali, chitarre folk, mandolini, pianoforti, e tamburi che ricordano la solennità delle campane nelle mattine del primo autunno, linde e malinconiche.

Per distacco dal resto della setlist, oltre che per unicità del momento, meritano però una speciale menzione le due canzoni che Robin, chitarra alla mano, ha eseguito in solitaria nel silenzio di una platea tesa all’ascolto, forse poco numerosa ma sicuramente molto partecipe: sono 'Tiger Mountain Paesant Song' e 'Oliver James’, due inattese sorprese estratte dal primo disco e suonate rispettivamente a metà scaletta e come primo brano del bis, appena prima che un’acclamata 'Blue Ridge Mountains' decreti la fine dell’esibizione.

Può sembrare banale da dire, ma non trovo altre sensazioni da riportare riguardo al concerto se non quella di felicità: l’esibizione dei Fleet Foxes mi ha reso felice, appagato, come se nella sua ora e mezza di durata non avessi potuto trovarmi in un posto più gradito che non fosse la location del concerto. Che scopo avrebbe ora citare l’emozioni suscitatemi da ciascuna della canzoni eseguite? Ho ottenuto ciò che speravo, la conferma che i Fleet Foxes sono realmente una delle 'band della vita'. Non c’è canzone della quale abbia cambiato opinione una volta sentita dal vivo, come non mi è cambiata l’immagine che da sempre i Fleet Foxes mi danno di loro, ermetica e vagamente bucolica. È stato tutto puramente bello, come doveva essere.

Mi scuso se non trovo altre parole, ma si tratta della famigerata sintonia che si crea magicamente tra artista e fruitore dell’arte, pressoché impossibile da riportare per iscritto. Almeno per stavolta, le parole non sono importanti. Con buona pace di quell’artista, l’altro, che pensava il contrario.


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