Moon Duo + Lali Puna @ Monk, Roma
18-11-2017

di Daniele Cardarelli

Sullo sfondo di un Monk andato sold out va in scena l’atto conclusivo della seconda edizione del Rome Psych Fest, una due giorni che ha fatto della capitale l’epicentro italico del sound ‘psichedelico’, dove si sono succeduti su ben tre palchi nomi di alta caratura internazionale come i Liars, ma anche valide realtà nazionali emergenti (vedi alla voce Andrea Laszlo De Simone).

In questo sabato sera atipico, post derby e dal clima mite sono attesi altri due pezzi da novanta quali Lali Puna e Moon Duo, ma prima di loro a scaldare il pubblico della prima ora accorso già numeroso al club ci sono i nostrani Malihini e New Candys. I primi sono una coppia trapiantata a Londra che propone sonorità e intrecci vocali che richiamano da vicino gli Xx, mentre i secondi sono una band di Venezia votata anima e corpo allo psych-rock più nero. Per entrambi una mezz’oretta intensa di ottimi propositi.

Alle 23 in punto salgono sul main-stage (soprannominato ‘Lupertola’) i Lali Puna, accolti da una sala gremita all’inverosimile. Seppur ormai orfani del Notwist Markus Acher, i tedeschi creano un climax che li consacra fini maneggiatori della materia indietronica, facendoli apprezzare anche da chi non li hai mai presi particolarmente in simpatia (tipo il sottoscritto). Guidati dalla graziosa e timida Valerie Trebeljahr, stretta in una lunga camicia di jeans a bottoni rossi e capello raccolto, e armati di drum-machine e qualsiasi tipo di strumento a tasto e a manopola da cui è possibile estrapolare un suono, i tre di Monaco regalano un set che ben pesca gli episodi migliori del loro ultimo ‘Two Windows’ combinati ai loro pezzi storici. Accompagnati da una scenografia austera che impreziosisce un’esibizione volutamente minimal, rimane impressa la bellissima resa live della cover di ‘The Bucket’ dei Kings Of Leon. Insomma, nonostante qualche problemino tecnico che la band ha fatto notare, le atmosfere sognanti regalate dai Lali Puna sono senz’altro da pollice alzato, apprezzati anche dai colleghi Moon Duo in incognito in mezzo al pubblico adorante.

Appena i tedeschi chiudono il set, attaccano nella parte opposta della sala (dove è stato allestito il più piccolo Fuzz Club Stage) i Sonic Jesus, che confermano di essere uno dei pochi nomi italiani spendibili con fierezza all’estero. 40 minuti di suggestioni post-punk, dove le note claustrofobiche si fondono a meraviglia con le immagini torbide che vengono trasmesse alle loro spalle a velocità folle. Grande conferma!

È ormai quasi l’una di notte quando le sagome del barbuto Erik ‘Ripley’ Johnson e consorte Sanae Yamada si palesano sul palco principale accompagnati dal batterista John Jeffrey. Reduci dalla pubblicazione dell’opera magna ‘Occult Architecture’ raccolta in due volumi, e stasera riproposta per lunghi tratti nella loro ora abbondante di show, i Moon Duo rappresentano senza ombra di dubbio la faccia più psych della kermesse. La band di Portland non delude le attese, allestisce un set da ipnosi pura, supportata da un potentissimo gioco di luci che fa splendere loro e abbaglia noi, che eleva la cifra artistica dei due (anzi tre) a livelli considerevoli. Stati di trance, cascate di chitarre e infiniti loop di droni: Ripley e Sanae sembrano posseduti dal loro rock spaziale, tanto da non proferire parola alcuna col pubblico, se non per i saluti finali. E non poteva esserci saluto migliore di questo, chapeau a loro e alle quasi 5 ore di musica d’alto livello che c’hanno accompagnato in questa serata magica.

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