Father John Misty @ Fabrique, Milano
16-11-2017

In leggerissimo (ma visto il personaggio possiamo tranquillamente definirlo elegante) ritardo Joshua Tillman si presenta su un palco piuttosto scuro, avvolto in un lungo cappotto nero. I suoi musicisti lo hanno preceduto, ognuno al proprio posto. Lo accoglie, naturalmente, il tributo di benvenuto di un pubblico numeroso, sebbene non straripante, e subito viene a formarsi un magico silenzio quando, come da un copione facilmente prevedibile, il nostro cinico antieroe comincia ad intonare il canto dantesco che dà il titolo al suo ultimo album.

Il clima sotto il palco è pervaso di una tale riverenza che lui stesso, in un momento di pausa, percependo l'atmosfera seriosa, sfodera un dissacrante “chill out” che ha il merito di provocare qualche sincera risata, ma che, cosa più unica che rara, riesce solo a scalfire quel muto sentimento di rispetto e ammirazione del pubblico, che sembra essere in toto lì non per divertirsi o per fare compagnia al/la fidanzata/o, ma solo ed esclusivamente per lui. Per le prime canzoni l'audio, la voce in particolare, non sembra essere impostato nel migliore dei modi, ma con l'avanzare dello spettacolo questa sgradevole sensazione svanisce in sordina.

Tocca soffermarsi sul personaggio Father John Misty, visto che, senza sminuire la musica, è indubbiamente motivo di fascino e curiosità. La versione concertistica, per lo meno durante questo specifico concerto, si rivela piuttosto sobria, se non per le pose narcisistiche e i gesti che lo accompagnano, lontana parente del satirico provocatore multimediale a cui deve gran parte delle attenzioni che gli vengono rivolte.
Si mostra tenero complice quando, a un certo punto, in procinto di suonare il pezzo successivo, raccoglie il grido di una ragazza dal contenuto inizialmente poco chiaro che, al secondo tentativo, gli fa fare spallucce e posare la chitarra per eseguire il pezzo richiesto (per la cronaca 'True Affection'). Il suo potere carismatico impone gentilmente l'atmosfera intensa e dilatata che gli spettatori assecondano con complicità. Il protagonista della serata si scioglie parzialmente solo verso la conclusione, quando ammette di non essere in clima festaiolo, come simboleggia il suo vestiario elegante ma, a detta sua, 'pigiamesco', optando quindi per un atteggiamento rilassato che non inficia minimamente su di una prestazione di spessore e gran classe, estremamente professionale.

Questa performance senza sbavature sembra avere il pilota automatico e sfiora persino le vette del sublime in alcuni attimi difficilmente rintracciabili a posteriori, in particolare durante l’encore con 'So I'm Growing Old On Magic Mountain', penultima traccia dell'ultimo lavoro, lunga ed amara come su disco, particolarmente coinvolgente, essendo nella stesso tempo un brano tanto personale quanto universale.
E' quasi commovente il momento in cui confessa di sentirsi grato che le persone che gli stanno davanti in quel momento siano lì per lui: una considerazione sdolcinata, ma per nulla banale, che svela infine il tenero Honeybear™ debitore di un amore che ripaga offrendo un'esibizione impeccabile, l'ennesima per lui, ma soprattutto unica per molti.


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