Julia Holter @ Locomotiv, Bologna
2-12-2017

E’ un piccolo grande evento il concerto di Julia Holter al Locomotiv Club di Bologna, uno di quegli appuntamenti da cerchiare in rosso nella già ricca stagione della venue bolognese. E lo è perché innanzitutto la Holter non è un habitué dei palchi nostrani e ogni sua apparizione andrebbe presenziata a prescindere, ma soprattutto perché l’artista californiana è una delle migliori esponenti di quel cantautorato che, coniugando il pop con il folk, la neoclassica col jazz e l’avant-garde, ha ridato voce e anima a quel territorio che si trova esattamente tra le sperimentazioni di Laurie Anderson e Nico e il raffinato pop di Kate Bush e Fiona Apple.

E’ un vero peccato quindi non vedere il club bolognese completamente stipato quando, passate le dieci, la Holter sale sul palco accompagnata da Tashi Wada. Come già si sapeva non c’è una band ad accompagnarla e anche l’apporto del musicista giapponese non sarà così determinante, ma la cantante americana sin da subito, fin dall’attacco dei primi pezzi, due inediti che presumibilmente faranno parte di un nuovo lavoro, lascia intravedere il suo enorme potenziale fatto di atmosfere da camera e una voce meravigliosa e potente allo stesso tempo. E’ proprio la sua voce quella che colpisce maggiormente, le perfette modulazioni che riesce a creare, la potenza, ma anche il suo totale controllo, il tutto perfettamente bilanciato da un’intensità incredibile.

Perché nonostante un set scarno, nonostante un minimalismo musicale estremo che si traduce esclusivamente nel suono di un piano elettrico e di un synth appena abbozzato, ogni nota, come nella splendida ‘Marienbad’, ci arriva addosso con una grazia e un carico di emozioni che contrasta sensibilmente con quella apparente povertà di mezzi.

La Holter è magnetica mentre rimane quasi nascosta dietro al suo piano, delle volte sembra quasi scomparire nella sua timidezza, soprattutto quando ringrazia per i convinti applausi che riceve alla fine di ogni pezzo. Ma è sempre la sua voce che riesce perfettamente a calamitare ognuno dei presenti e a creare un’atmosfera ovattata e intima nella quale ogni cosa sembra cesellata, curata in ogni particolare, come la delicata quanto inaspettata cover di ‘Chiamami Adesso’ di Paolo Conte, eseguita anche in un discreto italiano. Il set è breve, forse troppo, riconosciamo una ‘Horns Surrounding Me’ scarnificata e ieratica, mentre altri inediti completano il set prima delle due perle tanto attese quanto emozionanti, ‘Sea Call Me Home’ e ‘Betsy On The Roof’.

Mancano gli archi, certo, e quella pienezza di suoni e ricerca sonora che sono il tratto caratteristico della musica della Holter, ma la dimensione quasi privata del contesto, come se fossimo davanti ad un camino di un salotto vittoriano, non intacca in nessun modo un’ora di grande musica. La speranza, mentre il locale pian piano si svuota, è quella di rivederla ripassare presto nel nostro paese, magari in una formazione più ricca, magari con quegli archi che tanto fascino donano alle sue canzoni, ma soprattutto per un tempo che ci possa far godere pienamente della sua arte.


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