Wolf Alice @ Santeria Social Club, Milano
13-1-2018

di Carlo Villa

C’era un po' di scetticismo sull'interesse del pubblico all'annuncio, mesi fa, della data milanese dei Wolf Alice. Il quartetto nord londinese vive di una notevole fama in patria, dove hanno un pubblico trasversale che va dal regista famoso al semplice indie-kid. Ma qui in Italia, ahinoi, è una band abbastanza sconosciuta; ignorata dai media generalisti e per certi versi pure osteggiata dalla stampa di settore. La sorpresa di sapere che il concerto previsto alla Santeria di Milano fosse sold-out con largo anticipo, lasciava quindi adito a qualche sospetto.

Puntualmente il mistero viene svelato nel momento in cui ci accingiamo ad entrare nel luogo in questione: ben la metà del pubblico presente è straniero. Avevamo già avuto modo di vedere la band britannica agli esordi quando, circa tre anni fa, vennero a suonare come supporter degli Alt-J al Forum di Assago. Sembrano passati anni luce da quella mezz'oretta di performance ultra carica di decibel, e con una gruppo decisamente molto rigido e impacciato. Oggi i Wolf Alice (il cui nome deriva da una short-story della scrittrice femminista inglese Angela Carter) sono decisamente una formazione compiuta. I due dischi che hanno all'attivo (il primo 'My Love Cool' e il recente sophomore 'Vision Of Life') sono la quintessenza di quello che oggi significa fare indie rock in Inghilterra (e non solo). In un mondo sonoro ormai dominato da hipster-ismo, rap, electronica leggerina e radical chic-ismo dilagante, trovare qualcuno che suoni indie chitarristico con stile, passione, profondità e originalità è quasi un miracolo.

Il concerto si apre con due brani dal nuovo album, 'Haevenword' e 'Yuk Foo', seguiti dalle classiche 'You’re A Germ' e 'Your Loves Whore'. Già da questo inizio si capisce da dove provengono le influenze della formazione capitanata dalla cantante Ellie Roswell, sono gli anni ’90 a farla da padrone, con sonorità che escono dirette da quella che è stata la golden-age dell’indie. Agli inizi i Wolf Alice erano stati paragonati a un misto tra Hole e Elastica, anche se che la base sonora della band si sviluppa spesso tra pianissimi e fortissimi, e a caratterizzare i loro pezzi ci sono anche alcune influenze psichedeliche di chiara matrice shoegazer.

Il concerto, come dicevamo, vive di momenti sonori intimi ma anche carichi di decibel spiazzanti. Alla fine si conteranno ben 19 brani. Da segnalare, oltre l’inizio, una parte centrale con brani molto melodici ('Planet Hunter' e 'St Purple Green'). Bisogna dire che, in effetti, il gruppo ha cercato anche uno spostamento leggermente sul pop più accessibile a volte etereo, tanto che vengono in mente paragoni con formazioni quali Sundays, Cranberries o Garbage. Man mano che si procede verso il finale, troviamo pezzi imprescindibili come 'Bros' (il debut-single) e 'Silk' (già nella colonna sonora di 'Trainspotting 2'), oppure il bel divertissement di 'Beautifully Unconventional'. Finale carico di suoni aggressivi con, tra le altre, la caparbia 'Moaning Lisa Smile' e la title-track 'Vision Of Life'. Il bis prevede le vecchie 'Blush' (con il suo intro vagamente acustico) e la monumentale stadium rock song 'Giant Peach'. Wolf Alice: una luce in fondo al tunnel?


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