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Maccabees + Pete And The Pirates @ Junction, Cambridge (UK)
Kasabian @ Mediolanum Forum, Assago (MI)Kasabian @ Mediolanum Forum, Assago (MI)
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Maccabees + Pete And The Pirates @ Junction, Cambridge (UK)

Mi ritrovo su due ruote in mezzo a un nubifragio d'Agosto, per andare a sentire un estemporaneo concerto in quel di Cambridge, UK. Golden Silver, Pete And The Pirates e Maccabees festeggiano il terzo anno di SPC, un'agenzia che promuove live in Inghilterra.

Ci sono i tour e ci sono i concerti estemporanei: se i primi sono garanzia di efficienza, con le band rodate da
incessanti tour de force su e giù dai tour bus, i secondi sono fonte di sorprese. Con i Maccabees da qualche tempo chiusi in sala a registrare il nuovo album, questa serata appartiene alla seconda categoria. Una serata opportuna.

Cambridge ad Agosto è popolata da: A) migliaia di ragazzi italiani venuti ad imparare l'inglese, B) centinaia di vecchietti che si riposano sulle panchine dei parchi, e C) qualche gruppetto di adolescenti annoiati su muretti di cemento. Con l'università chiusa e gli studenti che lasciano i college, nessuna band si avventurerà da queste parti fino a settembre.

La tempesta si protrae e io, costretto a ripararmi nel parcheggio di un supermercato, arrivo che i Golden Silvers hanno cominciato. Sono comunque in tempo per sentire qualche brano. Un trio che si fa notare a colpi di synth adagiati sopra i 4/4 scanditi da un batterista con capigliatura alla Mars Volta e passione per il funk. Synth-pop con venature psichedeliche che, come insegnano MGMT, sta tornando di moda.

Sono invece in tempo per Pete And The Pirates dopo mesi che inseguo senza successo questo quintetto di Reading.
Se c'è una cosa che la stragrande maggioranza del brit-pop paga oggi è
la mancanza di idee. L'80% del rock britannico è costruito inesorabilmente su 3 minuti di ritmica sostenuta in cui entrano ed escono veloci riff di chitarra su testi più o meno originali. Una realtà così magra che chi ha osato giusto un po', aggiungendo tastiere ed un groove più dance si è garantito il Mercury Prize. Il resto è una rincorsa tra band che si copiano a vicenda appiattendo il risultato.

Pete And The Pirates non ne sono estranei ma hanno qualche asso nella manica: tre chitarre che tessono una rete fatta accordi, arpeggi e riff che si cercano dando struttura e movimento alle canzoni. Un uso dei back vocals che va al di la del solito coretto alla Kaiser Chiefs (o Futureheads). Un batterista che sa dare i giusti contrappunti ai passaggi più interessanti. Inutile negare che sprizzano Arctic Monkeys da ogni nota, ma se la regola e prendere un modello, è giusto che sia il migliore. I ragazzi ci sanno fare.

Riprendo la mia posizione avvantaggiata per le foto e noto che per l'arrivo dei Maccabees le prime file si sono popolate di una miriade di ragazzine in fibrillazione. Segnale inequivocabile di una band che si è saputa costruire un seguito anche grazie all'immagine. Il cartoon 'copertina' sulla cassa della batteria e una foto di una bimba (?) su uno degli ampli, rafforzano il concetto e la nomea di 'art rock' band.

Quando i fratelli White, una chitarra mancina e una standard, entrano in scena e Orlando Weeks comincia a cantare sotto il suo zuccotto rosso, quei ragazzi hanno finalmente la loro ora per sfogare la frustrazione di un'estate umida passata su un noioso muretto. Mentre loro pogano senza sosta, il mio gioco di questa serata è cercare lo spunto originale. Per i Maccabees è sicuramente la voce. Orlando con il suo tono cupo e
misterioso con cui canta testi ermetici quanto il loro nome, è il fulcro attorno a cui sono costruite le canzoni. Per quanto non posso fare a meno di percepire l'evidente richiamo a Robert Smith, le chitarre dei fratelli White si intrecciano inseguendosi su ritmi che portano ad influenze sonore ben più vicine nel tempo. Non sarà un caso che 'Colour It In' è uscito per la Fiction, storica etichetta dei Cure, ma è altrettanto vero che quando usciva 'Seventeen Seconds' nessuno di questi ragazzi era ancora nato.

Tornando a questa strampalata serata, con l'incedere delle canzoni finalmente ne capisco lo scopo. Un warm-up gig per riprendere il contatto con il pubblico, prima di un veloce giro dei festival d'Agosto, e soprattutto un'occasione per provare dal vivo cinque o sei nuovi pezzi. Per chi, come ma, ha ascoltato l'album trovandolo sì piacevole ma non abbastanza intrigante da voler approfondire l'ennesima brit-pop band, realizzare che l'alternarsi dei nuovi brani non soffre al confronto con gli hits (che scatenano il delirio nelle prime file), è una conferma che i ragazzi, oltre ad un'indiscutibile presenza, hanno la stoffa per portare avanti la loro avventura.

In un'intervista di più di un anno fa confessarono che il loro obiettivo era lavorar duro per realizzare il sogno del secondo album, banco di prova per ogni band ambiziosa. Il sogno si è avverato e a sentire il risveglio sembra anche sia stato ispiratore. Non resta che aspettare, ascoltarlo e poi ritrovarli alle prese con un vero e proprio tour che per forza di cosa si muoverà su locali ben più grandi. Costruire una stretta relazione con i fedelissimi fan è sicuramente la cosa che gli è riuscita meglio.

Valerio Berdini [courtesy from 'Liveon35mm.com']