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12-10-2008 Dirty Pretty Things @ Junction, Cambridge (UK)
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E così mi sono ritrovato ad un concerto dei Dirty Pretty Things che da anonimo tour rimasto invenduto si è trasformato nel loro ultimo. Evento? Un dato è certo, Carl Barat (Pete Doherty e tutto quello che gli ruota intorno) hanno dei PR che sanno come usare i media.
Nel mese che ha visto la scomparsa di Rick Wright e la notizia che gli organizzatori di Glastonbury gli hanno negato il desiderio di suonare un'ultima volta con i Pink Floyd, ho difficoltà a commuovermi per l'annuncio dello scioglimento dei Dirty Pretty Things. Il clamore e la puntualità della notizia ha il sapore di un'astuta trovata commerciale. Un ultimo tentativo per vendere qualche copia in piú dello scadente 'Romance at a Short Notice' e incrementare la prevendita di locali rimasti semivuoti.
Un pubblico implacabile quello inglese, non perdona. L'offerta di nuove band è talmente martellante che sbagliare non un singolo ma un intero album non lascia via di scampo. Eppure 'From Waterloo to Anywhere' non era un debutto malvagio. Riuscito nelle canzoni e nelle vendite, Carl Barat e Gary Powell sembravano prendere l'eredità musicale dei Libertines lasciando a Pete Doherty il ruolo del giullare dei tabloid. Ritmi serratissimi, canzoni brevi, riff squillanti, ritornelli disegnati per pogare ai festival e la voce di Barat che teneva il legame col passato tumultuosamente interrotto.
Ora a interrompersi é il futuro. Voci ciniche leggono la cosa come un modo per vendere qualche biglietto in piú. Voci tra l'informato e lo speranzoso dicono che dall'angolo in cui si sono infilati per far tornare i soldi in cassa è necessario rimettere insieme 'La Band'. Il problema sarà rendere il passaggio credibile, ma sappiamo che di tutta la truppa 'libertina' i PR sono i più creativi. Con il sostegno di NME troveranno una formula. Trovo piú complicato immaginare Barat e Doherty mettersi a scrivere una dozzina di belle canzoni. Vedremo, per ora sono solo mie speculazioni, loro negano tutto. Sono cari amici.
Se era un trucco, stasera ha funzionato a metà. Il Junction è quasi pieno ma la band è svuotata. Assisto ad una specie di performance fantasma. Una cronaca di una morte annunciata.
Rispetto agli esordi, ho ritrovato un gruppo disunito in cui ognuno più che suonare sembra voler emergere. Come se chissà quale addetto ai lavori fosse li a sentire, come dover dimostrare chi è che conta. Più un provino che un concerto. Più impiegati del rock che rockstar. E va aggiunto che le nuove canzoni sono inconsistenti anche dal vivo. Non aiutano. Manca mordente, manca il loro suono o un'idea di suono nuova. Mancano i riff metallici, le chitarre non hanno la freschezza che li caratterizza. I suoni, al contrario, vengono enfatizzati, gonfiati, distorti fino a diventare pesanti.
Gary Powell, con Matt Tong dei Bloc Party uno dei migliori batteristi della nuova generazione, non è credibile seduto dietro ad una batteria che non sfigurerebbe nella line-up degli Yes, è disorientante. Troppi 'tamburi', troppi piatti, troppa auto-referenzialità. Il drumming si riempie di rullate inutili, di stacchi fuori luogo, di intro pompose che sembrano voler esaltare più le doti tecniche (ineccepibili) che le canzoni. Un esibizionismo fine a se stesso, nel luogo sbagliato. Le chitarre invece di contenerlo lo inseguono in una competizione senza linea d'arrivo. In tre si alternano nel canto, Barat lascia (troppo) la voce a Anthony Rossomando e Didz Hammond. Il suono é così carico che gli amplificatori sembra debbano esplodere. Quello che ci si aspetta dalla California, dai QOTSA o da Seattle. Se con il secondo lavoro volevano conquistare l'America, hanno finito per perdere anche Londra.
Al di là dell'esecuzione, del feeling, la band resta generosa. Barat è simpatico. Suonano praticamente tutto quello che hanno prodotto. Il concerto apre con uno dei loro pezzi migliori, 'Wondering', si prosegue alternando brani nuovi, vecchi e B-sides. Il concerto chiude con il brano che apriva l'esordio, 'Deadwood'. Ritornano nel bis per regalare un fuori programma (almeno non è nella scaletta che ho preso al tecnico delle luci) 'In Bloom' dei Nirvana. Qui i distorsori e le chitarrone trovano un senso, una versione sufficientemente fedele per essere piacevole. Si riprende la scaletta, 'BURMA' scorre veloce come avrebbe dovuto essere tutto il concerto e la tromba che introduce 'Bang Bang Yoúre Dead' contemporaneamente diventa il loro inno e il loro canto del cigno. 'You Fucking Love It' fugge via in meno di due minuti.
Quando con due CD all'attivo un concerto si apre, si chiude e ha nel bis solo le canzoni del primo album e una cover dei Nirvana, quando i nuovi singoli, anonimi in mezzo alla scaletta non smuovono nessuno al di là dei fedelissimi fans, non servono altre parole. La consapevolezza che il presente non funziona e diventata amara realtà. Il capitolo Dirty Pretty Things si aggiunge così senza infamia e senza lode alla storia del brit-pop. A tratti perfetta colonna sonora di un viaggio nella frenetica Tube, oggi solo quattro ragazzi che scendono dal treno del rock e aspettano il prossimo.
Per gli amanti dei dettagli…ho recuperato la scaletta, la trascrivo fedele, alcuni titoli sono sintetizzati a voi decodificarli, 'In Bloom' l'ho aggiunta io.
Wondering
Holly Go Lightly
Buzzards
Doctors and Dealers
Hippy's Son
England
Bastards
Kix and Consumptions
Gin and Milk
Gentry Cove
Come Closer
The Enemy
Chinese Dogs
Playboys
Plastic heart
Blood
Deadwood
In Bloom
B.U.R.M.A.
Bang Bang
YFLI
Valerio Berdini [courtesy from 'Liveon35mm.com']
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