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30-11-2008
Glasvegas + White Lies + Thomas Tantrum @ Junction, Cambridge (UK)
Che la recessione stia travolgendo l'Inghilterra è ormai notizia che occupa quotidianamente le prime pagine. L'ultima accezione sulla nuova ossessione albionica verteva proprio sugli effetti della crisi economica sulla musica dal vivo. I dati riportano un crollo nelle vendite dei biglietti per i concerti medio-piccoli e le previsioni per il 2009 non sono rosee. Considerando che tra download illegali e crisi del CD la principale fonte di entrate per le etichette e band indipendenti sono i live e il loro merchandising, avranno di che preoccuparsi.

Sarà che i biglietti per questa serata erano esauriti mesi fa, che i Glasvegas navigano l'onda del successo a gonfie vele e che Cambridge è una ricca eccezione all'economia nazionale, di segnale di crisi io non ne ho visto nemmeno l'ombra. Un mare di giovani e meno giovani, interessante dettaglio, sono accorsi riempendo il Junction fino all'ultimo centimetro quadrato. Questo è il terzo passaggio dei Glasvegas in meno di un anno e saranno di nuovo qui a Febbraio, headliners dell’NME tour.

Va notato che 12£ per vedere tre band capitanate dalla promessa più spinta dalla stampa anglosassone sono un prezzo equo ed accessibile. Ci si dovrebbe riflettere di più, soprattutto in Italia dove il mercato indie è da sempre di nicchia ma i prezzi si stanno allineando al mainstream. Ma torniamo al concerto.

Thomas Tantrum

Mai sentiti. Mi aspetto un Thomas qualunque e sale invece sul palco un quartetto capitanato da una biondina in calze, maglietta e Fender mustang. La premessa è buona, il set un po' meno. Un'altra indie-party-rock band che si muove sui territori dei CSS senza il carisma di Lovefoxxx. Una specie di Ting Tings con le chitarre elettriche ma senza quel groove che ti si infila in testa anche quando non vuoi. Qualche riff c'è, gentilmente offerto da un chitarrista con occhialoni nerd che vorrebbe strafare. Tanto impegno ma una tecnica da raffinare. Sono giovani, diamogli tempo e un occasione diversa. Una serata capitanata da band cupe come le prossime due non era certo humus ideale per far sbocciare la loro musica.

White Lies

Il motivo per cui ho sfidato la pioggia e il freddo per arrivare presto sono loro. Visti quest'estate in una felice apparizione in un festival mi ero ripromesso di seguirli. Una band in bianco e nero in tutto e per tutto. Si muovono con agilità sui sentieri ben battuti dai soliti noti: Joy Division, Cure, Editors, Interpol. A differenza dei Thomas Tantrum, i White Lies hanno un pugno di canzoni efficaci, un cantante con quella voce baritonale necessaria a sostenere l'incedere della batteria, il pulsare del basso rigorosamente Rickenbaker e l’organo Roland a tenere alta l'eredità degli eighties più dark. Tom Smith è avvertito.

Su sei brani in scaletta leggo 'To Lose My Life', 'The Price Of Love' e la chiusura con 'Death'. Questo per avvertirvi che andare ad un loro concerto in una serata di depressione potrebbe avere conseguenze letali. Se invece siete di quelli che si rotolano felici nell’infelicità, questi quattro ragazzi vestiti di nero, arrivano in vostro soccorso e ve ne regalano a man bassa, pure ben suonata. Merce sempre più rara. Da continuare a tenere sott'occhio.

Glasvegas

Tornando all'osservazione di apertura: considerato che 12 sterline non sono molte per un concerto anche in tempi di crisi; considerato che con un album di 10 canzoni una scaletta di 11 può sembrare generosa; sottolineerei che 45 (quarantacinque) minuti di concerto sono un po' striminziti. Se tolgo le due canzoni del bis il set non è stato più lungo di quello che suonarono quando, emeriti sconosciuti, aprirono per Ian Brown.

Tutto questo, nota a margine, per ascoltarli senza vederli (lasciamo perdere il fotografarli). I quattro suonano praticamente nell'oscurità totale con strobo e accecanti spot in controluce a esaltare i fumi e le silouhettes.

Che siano bravi, almeno a farsi notare, non si può negare. Sarà il fascino Velvet Underground-iano di Caroline McKay, in piedi alla batteria, sarà il feedback controllato di Rab Allan che riporta agli 80s di Jesus And Mary Chain, sarà la voce potente dietro la sagoma di James Allan che ombra nel buio é sempre più identico a Joe Strummer... Sarà... Ma Alan McGee ha ragione: i Glasvegas sono attualmente una delle migliori band Britanniche.

Quale é il problema? Che come tutte le band scoperte da McGee (leggi Oasis) il plauso esagerato del loro mentore e il tam tam della stampa che lo ascolta manco avesse il look da santone di Rick Rubin, gli fa montare la testa. Un pizzico in più di umiltà, un po' più di dedizione al pubblico, una presenza meno presuntuosa e, proprio a voler esagerare, un quarto d'ora in più non sarebbero stati disdegnati. Per non parlare delle magliette a 15 sterline, spillette a pagamento e un mini-album natalizio in uscita ma soltanto assieme al solito CD. Un'odiosa pratica che costringerà i fans (e ce ne sono tanti) a ricomprare il CD in deluxe edition per sentire la cover di 'Silent Night' e cinque altre delizie. Scorretto.

Sul palco l'ego si crogiola dietro un set tirato via, come se il solo concedersi sia abbastanza da poter tralasciare la musica. I Glasvegas sono stanchi di suonare e si vede. Sfogliano distrattamente il loro album, non si dilungano più in quegli stacchi strumentali che sono i loro momenti più interessanti. James Allan, nonostante le centinaia di serate, ha una delle migliori voci in circolazione per potenza e timbro ma stasera la risparmia. Delega al sing-along, al ritornello corale, alla ricerca del riconoscimento. Più di un anno costantemente in tour con le stesse 10 canzoni deve essere usurante, finire a verificare se la gente le ha imparate a memoria mi sembra inopportuno.

Il set inizia con 'Flowers And Football Top' come da CD, poi si attiva il random mode. Si passa per 'Geraldine', il miglior testo del 2008 e si chiude 35 minuti più in la con 'Go Square Go'. Il ritornello rimbalza sulla folla e continua incessantemente fino a che I quattro non si ripresentano sul palco. "Here we, here we, here we fucking go...."

Si riprende con l’arpeggio di 'Stabbed', che grazie a dio ci risparmia il Chiaro di Luna di Beethoven con cui è stata ridicolizzata nel CD e torna ad essere la bella canzone che è. Peccato che viene tagliata, James Allen si ricorda del pubblico e decide di annunciargli l'unica canzone che conosce pure la security. É l'apoteosi finale, prevedibile come il Natale, di 'Daddy's Gone'. La batteria rimbomba nella tristezza dei versi, la sontuosità della musica cresce, il riverbero si espande, occupa ogni spazio fino a spingere la band di nuovo via. Loro non ci sono più ma la gente continua a cantare stavolta si va con "Forget your dad, he’s gone".

Non so se tale conclusione volesse essere una metafora. Se si, non regge. I Glasvegas hanno ancora un bel po’ di strada da fare prima di essere considerati "padri" di qualcosa o di qualcuno. Per ora sono solo figli della migliore pop-Inghilterra, se loro si accontentassero, noi ne godremmo.

Valerio Berdini [courtesy from 'Liveon35mm.com']

Glasvegas + White Lies + Thomas Tantrum @ Junction, Cambridge (UK)
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