31-3-2009 The Fall @ Junction, Cambridge (UK)
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Una lezione di storia. Storia della musica Inglese. Storia del post punk. Storia di una società. Storia di tutte le etichette indipendenti, da Rough Trade a Matador. Storia della Radio. BBC. John Peel. Storia dell'arte. Storia della performance. Lo spoken word, il noise, il punk, il rock e la videoarte si incontrano intorno a questo piccolo, brutto (eccome se è brutto) uomo. Recensire i Fall è quasi impossibile, raccontare la loro storia altrettanto arduo. Limitarmi a raccontare un loro concerto è quello che sto per fare.
Mark E Smith da 30 anni porta in giro questa sua creatura. 68 cambi di line-up, 27 album da studio, 28 dal vivo più un'infinità di altro materiale incluso un mega box di 97 canzoni con tutte le BBC session da John Peel, servono a quantificarne l'importanza e stimolare la curiosità a chi non li conosce. Chiunque nel mondo del rock alternativo, del punk e del post-punk, dell'elettronica e via lontano fino al rap, abbia voluto confrontarsi con il passato non ha potuto ignorare The Fall. Dai Sonic Youth ai TV On The Radio l'impronta di quel suono atonale, cacofonico, che sfiora il nonsense o vuole semplicemente essere nonsense viene dai Fall. Senza compromessi di alcun genere, senza concessioni. Radicale.
La leggenda vuole che tutto nacque quando Mark E Smith alla fine dei seventies vide i Sex Pistols dal vivo ed esclamò: "Io posso far meglio di questi". Imprevedibile, al confine tra il genio e la follia, in bilico tra la lucidità e la psicosi, in tre decenni chiunque (e sono tanti) ha avuto l'occasione di collaborare con Mr Smith ha finito prima per amarlo e poi per sfuggirne. Alcuni li ha assaliti e picchiati, sul palco e in albergo (con conseguente notte in carcere in America) altri incapacitati oltre un certo limite ad entrare nei suoi sistemi (il)logici.
Quando arrivo al Junction a Cambridge per una delle ormai rare date dal vivo, mi basta guardarmi intorno per capire l'evento. C'è gente venuta da tutto il sud dell'Inghilterra. Magliette lise, memorie di notti della storia, badges, un banchetto con vinili consumati e CD impolverati. Il gruppo spalla finisce alle 21, ma so che il concerto non aprirà prima delle 10. Che diventeranno le 10 e mezzo. Inusuale in UK, ma a Mr Smith tutto è concesso, incluso sovvertire le regole di sicurezza e non montare le barriere tra il palco e il suo pubblico.
Continuo a passeggiare in questo simpatico pout pourry di birra e supporters che si raccontano delle loro esperienze, di quante volte li hanno visti, di quanti aneddoti conoscono. Alle 10 e mezza un segnale. Entra un laptop e qualcuno che ci smanetta sopra. Si accendono i proiettori e cominciano a trasmettere video retrò di star della musica, da conduttori d'orchestra e Barbra Streisand, da Michael Jackson (era Jackson 5) ai Deep Purple, da Boy George (era 'Karma Chameleon') e Elvis. Scorrono sullo schermo il tutto supportato da un soundtrack "by The Fall" che vuol dire canzoni de-costruite (o distrutte o distorte), suoni sovrapposti. Graffianti, arrugginiti, spigolosi, scomodi. Vengono dal laptop escono dalle casse, sommergono il pubblico.
Simpatico per i primi 5 minuti, esasperante dopo mezz'ora. Che si sta esasperando anche il pubblico lo si capisce dal crescere in volume e pesantezza degli insulti che lancia ad ogni calo di volume. Che questo non sia altro che il fine di un provocatore come Mark E Smith non ho dubbi.
Quando la band entra e poi Smith arriva, auto-spingendosi goffamente la sua sedia a rotelle come a sbattere in faccia al suo pubblico il suo disagio (si è rotto una costola e non può camminare bene), gli insulti vengono dimenticati. Non e' compassione, da bravi ex-punk non esiste la compassione. Casomai ci si sputa sopra, ma la vita si prende per quella che è.
La band ha un solo suono e ad un orecchio non allenato una sola canzone. Io non sono in grado di distinguere le varie "fasi" della loro storia. Ma quel suono e quella canzone hanno un senso, una forza, un equilibrio. Sono più che sufficienti per far arrivare la loro sostanza, il peso di quella storia.
Lui rantola versi incomprensibili (non solo a me), mezzi mozzicati, storpiati, cambiati. Li legge su dei fogli di carta sparsi per terra, tra cavi e nastro adesivo, li calpesta con le ruote, li cerca. Sembra prenderli a caso. Mi chiedo come la band capisce cosa suonare, forse non deve capire.
Si agita sulla sua sedia, azzarda ad alzarsi ma ricrolla giù. Si muove, gira le spalle al pubblico, si nasconde tra due amplificatori per smanettare con le manopole del volume e chissà quale diabolico effetto. Sbuca fuori di nuovo, canta un altro paio di brani, poi esce e va via.
Un festival dell'assurdo, uno spaccato di un passato che sopravvive ai tempi. Un evento al quale sono felice di aver assistito. Come ad aggiungere un altro pezzettino a quei tasselli che reggono insieme tutta l'impalcatura sbilenca della mia storia del rock. Ed è un bene che sia sbilenca.
Che la ragione non prevalga mai sulla follia.
Valerio Berdini [courtesy from 'Liveon35mm.com']
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