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20-4-2009 PJ Harvey & John Parish @ Shepherds Bush Empire, Londra (UK)
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Che PJ Harvey sia un'artista non lo si evince solo dal suo curriculum, dove si legge che è stata studentessa di scultura alla prestigiosa Central St.Martin School, ma, su un altro livello, scorrendo l'intera sua carriera. Intransigente, focalizzata sul messaggio, che ruota inequivocabilmente attorno alla sua persona e ai suoi umori. La scelta della performance, l'uso di sé stessa, del suo corpo, é la naturale evoluzione dalla scultura. PJ Harvey fa quello che un qualunque performer fa. Lei, il suo corpo, le sue capacità sono la piece. La sua opera avviene attraverso la musica. Le sue emozioni, le sue espressioni, le sue angosce e le sue rabbie si materializzano prima in uno show (dal vivo o in studio) e dopo, solo dopo, restano documentate su disco. PJ Harvey non è una rockstar, PJ Harvey è un'artista che usa il rock come veicolo, come mezzo espressivo.
Con questo in mente (e limitandomi agli esempi rilevanti per questa sua nuova fase) si capisce come sia passata dalla rabbia liberata di 'Uh Uh Her' all'atmosfera ritirata e bucolica di 'White Chalk'. Lei è presente, mente e corpo, in ogni momento fa solo quello può fare. Comporre e suonare tutti gli strumenti di un album, imparare a suonare il piano oppure delegare tutto a qualcun altro (John Parish) per concentrarsi sulla sua voce. Nel loro ultimo lavoro, 'A Woman A Man Walked By', che si schiude nella sua magia solo dopo ripetuti ascolti, quel fantasma che compare in ogni credit dei suoi album, finalmente si materializza.
Ho sempre pensato che tra i due fosse John Parish quello che aveva da guadagnare dalla collaborazione ma dall'intesa che emerge stasera è evidente che sono io quello a cui sfugge qualcosa. In uno Shepherds Bush Empire sold-out in 10 minuti sarà un concerto a due. La musica sarà solo quella che hanno pubblicato insieme. Polly Jean si concentrerà solo sul canto, il resto delegato ad un'ottima band guidata da un ottimo musicista.
Sul palco salgono, 4 uomini, elegantemente vestiti di nero, ed una donna elegantissima, in bianco. Un complesso abito ricoperto di perle che sembrano la naturale continuazione di un'acconciatura altrettanto articolata. Il rossetto rosso mi fa pensare a una versione rock di Biancaneve. Il lupo al suo fianco si guarderà bene dal mangiarla.
'Black Hearted Love' apre l'album e il concerto. Un qualunque artista avrebbe tenuto il singolo, nonché uno dei pezzi migliori e più accessibili, per la fine, non PJ. Confidenza e intransigenza premiata da un'ovazione. Come nel cd si prosegue con 'Sixteen-Fifteen-Fourteen'. La sequenza numerica riprodotta anche sulle T-Shirt ufficiali. L'origine misteriosa. L'80% del testo è un semplice countdown. La sola idea di cantare un 'conto alla rovescia' è irritante, PJ riesce a renderla un'esperienza magica. Una stranezza che non sentivo da 'Space Oddity', David Bowie, 1967.
Il nuovo album dura 39 minuti. I brani solisti sono fuori, inadatti per la serata a due, la scelta diventa obbligata. É il momento di tirar fuori 'Dance Hall At Louse Point' il loro primo album datato 1996, ben 13 anni fa. Era un'altra scena, musicale e artistica, e soprattutto era un'altra PJ, a cavallo tra quel gioiello dark-gothic che è 'To Bring You My Love' e la sperimentazione di 'Is This Desire?'
'Dance Hall…', Resta sicuramente un album minore della sua carriera ma rispolverato e riarrangiato per l'occasione rivela un suo carattere. Si apre con 'Rope Bridge Crossing', un oscuro incedere acustico viene sporcato da una chitarra elettrica. Fino a quando PJ inizia a cantare e ricorda a tutti chi è la star. 'Urn With Dead Flowers In A Drained Pool' ha un'energia inaspettata, PJ si ritrova, maracas in mano, a danzare. Accenna anche un sorriso. Ritengo che la notizia che PJ Harvey possa sorridere vada riportata per dovere di cronaca.
'Civil War Correspondent' è uno di quei brani in cui il fantasma di Patti Smith diventa troppo evidente e il brano si fa automaticamente meno interessante. Un breve passaggio sul nuovo con 'The Soldier', forse solo perché il titolo siede bene accanto a 'Civil War Correspondent', chissà.
Gli ultimi due brani del passato. 'Taut' cede al passo degli anni. Se cronologicamente sono solo 13, musicalmente il 1996 era 130 anni fa e questa canzone si porta dietro il peso dell'età. Il sofisticato titolo francese, 'Un Cercle Autour du Soleil' si sposa meglio con l'atmosfera più delicata ma la percezione è che il pubblico comincia a irrigidirsi. In pochi conoscono questo lavoro, sicuramente meno di coloro che conoscono il nuovo album appena pubblicato.
Il concerto si sposta sulle nuove canzoni e si illumina, come il palco dello Shepherds Bush. 'The Chair' con la voce di PJ, soave, su una batteria che incede irregolare dimostra subito un'altra stoffa. Sollievo. 'Leaving California' la si riconosce dalla prima sillaba. PJ ritrova e riprova il falsetto studiato in 'White Chalk'. Mollato il piano, delega la musica alla band, lei è sul testo. Cosa le abbia fatto la California non è dato sapere, ma di certo canta di lasciarla. Un'ode indiretta all'Inghilterra che scrive sulla seconda serie di t-shirt ufficiali. Brividi assicurati, sempre che vi piacciano le voci acute. Altrimenti è il momento per una birra.
'A Woman a Man Walked By' è il brano che resta in mente dal primo ascolto del nuovo album, non perché è la title-track, ma per l'uso della voce narrante che si trasforma in un'invettiva contro un qualcuno. “I want your fucking ass!” resta un verso indimenticabile. Dal vivo l'invettiva sembra meno risentita. Cantare è liberatorio e a forza di cantarla la rabbia deve essere andata via. Rimane la canzone che si sviluppa solitaria in una parte strumentale, 'The Crow Knows Where All the Little Children Go'. Parish finalmente emerge a leader e fa capire perché gode tanto della sua stima. Un viaggio sonoro che si espande al di la dei solchi dell'album e dimostra di conoscere molto bene Grinderman e Bad Seeds.
La cosa mi stimola un'amara riflessione laterale. A questo punto ho capito l'importanza del 'momento giusto' nella storia delle collaborazioni. Se dopo 13 anni PJ, invece di ri-incontrare Parish, avesse deciso di ri-incontrare Nick Cave oggi, avrebbero trovato quell'idillio che a metà degli anni novanta sembrava troppo precoce.
Cave non più legato a quelle 'Murder Ballads' che con gli anni si sono rivelate il suo passaggio più debole, Harvey più sicura e più cantante, sarebbe oggi perfetta per assecondare i virtuosismi di Warren Ellis. Se solo... Ma sognare è gratis.
'Passionless, Pointless' e 'Cracks On The Canvas' sono il passaggio malinconico della serata. La storia di un amore finito e una riflessione sulla morte che riesce a non essere retorica solo per la capacità di PJ di scrivere fantastici versi: "How do we cope With the days after a death? / Empty days, nothing left. Not even a funeral."
Il momento perfetto per chiudere, ma PJ, l'intransigente, tira fuori dal cilindro quella 'Pig Will Not' tanto aggressiva quanto, a questo punto, fuori luogo. Un residuo che sembra fuoriuscire da 'Uh Uh Her' cinque anni in ritardo.
Nel bis arriva una cover di 'False Fire', “una delle mie canzoni preferite” dice. Non sono riuscito a capire di chi sia questo brano, forse dello stesso Parish, certamente è sua stasera. Parish si diverte di nuovo a fare il Nick Cave, peccato che l'assenza dei Bad Seeds a seguirlo non è un dettaglio. Si chiude con 'April', altro falsetto, altro momento da brivido. Opportuno.
É Aprile, lunedì 20, Shepherds Bush Empire, Londra. Un'altra data da segnare. Ero arrivato scettico e timoroso esco dopo aver ascoltato il perfetto concerto complementare a quello che PJ solista è. Un'artista in grado di procurarmi brividi lungo la schiena, cosa che succede sempre più di rado.
Valerio Berdini [courtesy from 'Liveon35mm.com']
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