24-6-2009 Dead Weather @ Forum, Londra (UK)
|
Sarò ripetitivo, ma per l'accuratezza della cronaca va sottolineato che l'apparizione Londinese dei Dead Weather, la nuova, ennesima creatura di Jack White, è un altro dei concerti clou di quest'estate. Tanto attesa che gli altri fotografi presenti hanno rimandato la partenza per Glastonbury pur di non perdere questo show.
Quando i White Stripes esplosero, ero in Italia. Persi l'evento ma non persi il commento di John Peel che li definì “la cosa più eccitante da Jimi Hendrix”. Critica e pubblico italiani, ancestralmente vincolati a un culto del classicismo che considera anatema ogni paragone con il contemporaneo, attribuirono a demenza precoce l'iperbole di John Peel. Giunto in Inghilterra e conoscendo meglio il DJ mi fu evidente che la sua affermazione non solo non era forzata ma nemmeno errata. Peel non paragonava la musica, che sarebbe fuori luogo e fuori dal suo personaggio, ma l'approccio alla musica. Quell'impeto irrefrenabile guidato da una passione incondizionata per la chitarra che caratterizza lo stile Jack White era effettivamente raro dai tempi di, ehm... Jimi Hendrix.
Al contrario ero all'Astoria per una delle primissime apparizioni dei Raconteurs. Il side project, semi-supergruppo, con Brendan Benson. Chiunque fino ad allora avesse visto Jack accanto a Meg, si era chiesto cosa avrebbe potuto fare supportato da un vero gruppo. Il concerto fu significativo ma non stupefacente. Col tempo i Raconteurs sono migliorati fornendo live performance a volte travolgenti, ma, al contrario degli White Stripes restano un intermezzo che non ha spostato di una virgola la storia del rock.
Un lungo prologo per dire che accorro al Forum per presenziare ancora una volta ad un debutto di una creatura di Jack White. La stampa continua a parlare di side-side project, ma è una forzatura mediatica. Incurante della priorità del progetto o delle esigenze dell'industria, la sua forza (e la sua debolezza) è sempre stata la voglia di suonare la musica che gli piace, con chi gli piace, quando gli piace. Consacrato come icona rock di questo primo decennio del millennio (trovatemene un altro ma non nominatemi Pete Doherty) la sua inesauribile creatività torna a sorprendere.
Questa volta ha radunato Alison Mosshart, cantante dei Kills, Dean Fertita già alle tastiere con i Queens Of The Stone Age (e i Raconteurs) e Jack Lawrence al basso, sempre dei Raconteurs. Indubbiamente un super-gruppo. Con sorpresa, Jack White siede alla batteria.
Prima dell'inizio del concerto, i roadies che sistemano gli strumenti si presentano vestiti di tutto punto, impeccabili. Giacca, camicia, cravatta e borsalino in testa. Al posto della solita divisa d'ordinanza, shorts militari con i tasconi e T-shirt lisa recuperata da un vecchio festival, sembrano uscire da un numero di Vogue. Quando i Dead Weather entrano in scena, è innegabile che l'alone di 'coolness' che li circonda raggiunga l'apice. Seducenti gli strumenti vintage bianchi, seducenti loro, in nero. Siamo all'apice della cura dell'immagine. Sicuramente da un White Stripe non è inaspettato. Può essere un bene ma anche un trucco.
A scacciare i dubbi ci pensa subito Dean Fertita che apre il concerto con un riff di chitarra insistente, regolare, ipnotico. Pieno d'effetti e sicuramente d'effetto. È '60 Feet Tall'. Jack White si scalda limitandosi a tenere i 4/4, Alison con la sua voce cupa e le sue movenze sensuali conquista il pubblico in trenta secondi netti. 'Treat Me Like Your Mother' segue, e Jack White comincia a mostrare di cosa è capace dietro ai tamburi. Non ha la tecnica che ha alla chitarra ma suona la batteria con lo stesso approccio. Pesante, possente, scandito. Imprevedibile e mai troppo regolare. Lungo il concerto riempie i brani di stacchi e rullate che arrivano quando meno li aspetti. Tira fuori delle raffiche di mitragliatrice per sottolineare i cambi di tempo o va a pescare dei mallets ovattati per enfatizzare i brani più dark. Canta spesso, aiutando Alison e aiutato da un effetto retrò sul microfono.
La musica? Sarò di nuovo banale ma si trova all'incrocio tra la rivisitazione del blues degli White Stripes, la visione lo-fi del noise rock dei Kills a i micidiali contributi sonori che Fertita va a pescare nella memoria dei Queens Of The Stone Age dei tempi di 'Rated R'. Non c'è spazio per il classic rock ma bastano poche canzoni per far diventare un suono così bastardo un classico. Gli amati Zeppelin sono una lontana eco e nonosante i 3/5 siano sul palco, non si sentono i Raconteurs.
Alison Mosshart si scopre ottima front-woman anche senza il suo alter ego nei Kills, James Hince. Offre la solita performance strabordante di sesso, sudore e energia nel suo caratteristico stato di trance pre-ipnotica a metà tra Patti Smith del periodo sciamanico e PJ Harvey del periodo 'SteveAlbiniano'. Sguardo nel vuoto, persa nella musica si aggrappa a tutto quello che trova, selvaggia e inafferrabile. Crolla a terra, si rialza. Una teatralità che può sembrare forzata a chi non può vedere i suoi occhi da abbastanza vicino per capire che è 'into it' e non sta recitando una parte. Se avesse una vocalità più consistente sarebbe una delle più grandi rock performers in circolazione, ma la voce che a volte non è all'altezza.
Così, se Jack White è la superstar, Alison la 'magnetic beauty', l'altro Jack, Lawrence, il look ma soprattutto la ritmica (considerando che White è tutto fuorché un metronomo di cui fidarsi), è Dean Fertita il sound, il cuore e la vera sorpresa dei Dead Weather. I suoi interventi alla chitarra sporcano il blues e ammiccano allo shoegaze, i suoi loop alle tastiere ricordano l'elettronica più grezza ma conoscono la scena attuale. È lui la spina dorsale del gruppo, l'architetto del suono sopra a cui si poggiano gli altri arrangiamenti.
Se con i Raconteurs quello che sembrava ovvio, fornire a Jack White una vera band, si è rivelato in parte deludente, con i Dead Weather l'intuizione che ha spiazzato tutti i fans è la scelta vincente: passare alla batteria ha creato un (super)gruppo bilanciato. Musicalmente e nei rispettivi ruoli-immagine. L'umiltà e la voglia di cambiare di White danno forma all'idea. Se provassi ad immaginare un simile gruppo con il White chitarrista, sarebbe indistinguibile da un progetto solista di Jack White. La sua personalità dirompente, il suo stile strabordante trascinerebbero come una locomotiva tutto il resto sul suo binario lasciando gli altri a interpretare la parte dei vagoni.
Questo emerge quando, nell'unico esempio della serata ed ultima canzone del loro set, Jack lascia la batteria e prende la chitarra. 'Will There Be Enough Water' apre come sexy ballad in cui White duetta con Alison ma l'amore per la sei corde ha il sopravvento nel giro di una strofa. Un assolo stellare lascia il teatro in estasi e ricorda a tutti perché quest'uomo sia così venerato, ma il resto del gruppo finisce per perdersi nel buio. Dean Fertita va alle tastiere per aggiungere un loop che regga l'assenza del basso, l'altro Jack si è spostato alla batteria. Anche il fascino di Alison è offuscato. Idea perfetta per chiudere il concerto, ma l'intero show con questa line-up sarebbe stato solo un'esibizione della tecnica fiammeggiante di Jack White, che in una versione 3.0 si rivelerebbe ridondante.
Il Forum trema dagli applausi. Cori da stadio richiamano dentro i Dead Weather che toccano l'apice. Apre una cover di 'Forever My Queen', dei (purtroppo) dimenticati metal hammer americani Pentagram che scivola dentro il singolo 'Hang You From The Heaven', tra le poche canzoni note ai più. L'album, 'Horehound', uscirà fra un mese. Un'ora esatta dall'inizio, si chiude con un'altra cover la dimenticata 'New Pony' di sua maestà Bob Dylan risplende.
Se è vero che Jack White è in grado di creare un gruppo, incidere un album e organizzare un tour mondiale con la stessa velocità in cui Kevin Shields si alza e decide con cosa far colazione, altrettanto vero è che i partner con cui ha formato questo 'supergruppo' da aggiungere alla storia del rock, sono musicisti di prima categoria che sanno contribuire a definire un suono. Ci sono sicuramente delle cose da mettere a punto, a partire dal cantato di Alison e finire proprio sulla batteria, ma se alcune canzoni lasciano un retrogusto aspro sul palato non è altro che la certezza che questo nuovo frutto abbia bisogno di un po' di tempo per maturare e mostrare tutto il suo sapore.
Valerio Berdini [courtesy from 'Liveon35mm.com']
|
|
|
|