21-7-2009 Parklife Festival @ Magnolia, Segrate (MI) - Giorno 1
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(CG) C'è tanta gente al Magnolia questa sera, nonostante sia già il 21 luglio e tanti milanesi siano ormai al mare, al lago o in montagna. Diciamo che tutti quelli che potrebbero avere un minimo interesse per un festival musicale presenti in città sono accorsi qui in zona Idroscalo. Lo stesso hanno fatto le zanzare, purtroppo. Nonostante ciò, la prima giornata dell'esperimento 'festival-a-Milano' sembra aver avuto successo. La gente gira per i 3 palchi, si diverte e scopre quelli che potrebbero essere i propri idoli di domani. Oggi bastano gli Horrors a riempire il Circolo, più di metà dei presenti sembrano essere qui per loro. E se qualcuno di essi domani comprerà un disco dei Caribou o andrà ai prossimi concerti di Ebony Bones, allora vorrà dire che, almeno negli intenti, il Parklife Festival ha fatto centro. Da parte nostra, non possiamo che riassumervi i concerti che abbiamo visto per chi (mannaggia!) non c'era:
Camera 237 (voto: 7)
(AD) La band cosentina, formata da quattro giovani musicisti con un’accentuata attitudine strumentale, presenta il suo secondo album 'Inspiration Is Not Here', pubblicato dalla bolognese Foolica Records. Di questi tempi fare post-rock è certamente un’impresa ardua, il rischio di essere considerati stereotipati è altissimo e l’urgente necessità di possedere un forte elemento caratterizzante, in questo ambito rileva più che altrove. La buona notizia è che i Camera 237 dimostrano di possedere la forte identità che serve, con una batteria che in alcuni frangenti raggiunge ritmi metal, labirintici assoli di chitarra, samples di organo e altre interessanti intuizioni (handclapping).
Discofunken (voto: 7)
(ER) Gli italo-francesi Discofunken cominciano alle 21, orario un po' difficile per un duo nu-disco. A quest'ora l'alcol non è ancora entrato completamente in circolo e le poche persone presenti sono sobrie: si accennano timidi movimenti di gamba, ma non si crea la vera atmosfera da discoteca. Constantin Louis sa coinvolgere la platea, e scende tra il pubblico per ballare e cantare su ritmi break-beat che sfociano nell'electro-house. Le incursioni di chitarra e basso danno anche un retrogusto funky, che rende il set abbastanza vario e mai pesante. La voglia di ballare cresce sempre di più e verso la fine del concerto il numero degli spettatori si è quadruplicato. Missione compiuta.
Ah, Wildness (voto: 7)
(AD) Lo 'Psychocandy Stage' è l’area del festival ufficialmente adibita a far muovere i culi flaccidi di questo manipolo di sfaticati indie-rocker e i primi a riuscire appieno nell’intento sono gli Ah, Wildness. La Riotmaker, etichetta fondata da Pasta degli Amari, ha pubblicato il loro primo lavoro 'Don’t Mess With The Apocalipse', che si aggira per territori funk con divagazioni punk-rock. Sul palco sono in sei: oltre al vocalist, ci sono due chitarre (una delle quali suonata da una splendida ragazza che si occupa anche della seconda voce), basso, sassofono e batteria. I pezzi presentati hanno un buon tiro e trovano immediato riscontro nel pubblico, infatti per i presenti è impossibile restare fermi ed anche i più composti si lasciano trasportare molleggiando a ritmo sulle gambe.
Zeus! (voto: 6)
(SB) Questo duo imolese non va tanto per il sottile: infatti la strumentazione è composta esclusivamente da una batteria e da un basso molto distorto, e anche quelle rare volte in cui la voce viene usata risulta molto effettata, ed il suo utilizzo avviene esclusivamente per emettere urla all’altezza del rumore prodotto dalla sezione ritmica. Un bel macello, insomma, che da un lato si lascia ascoltare grazie all’indubbia compattezza globale ed alla buona fantasia del batterista, ma dall’altro è un po’ troppo ripetitivo, per via del fatto che i giri di basso sono un po’ più limitati rispetto a quelli della batteria. Un’interessante botta di energia comunque.
Joe Gideon & The Shark (voto: 7)
(ER) Joe Gideon & The Shark è il nuovo progetto di Joe Gideon (voce, chitarra, basso) e sua sorella, lo 'squalo' Viva (batteria, xilofono). I due sono ex membri dei Bikini Atoll e presentano a Milano il loro debut album 'Harum Scarum'. Le canzoni sono giri rock/blues accompagnati da una parte vocale più narrata che cantata: il risultato è un'interessante mix tra Nick Cave e Black Keys. Viva catalizza l'attenzione del pubblico con il suo fascino e i suoi movimenti, mischiando acrobazie e pose trascinanti. La sua batteria crea ritmi irregolari, con lampi di piatti e xilofono che diventano i veri protagonisti di ogni pezzo. Il biglietto da visita del duo è rimarchevole e la performance lascia tutti con lo stomaco pieno, anche se un contesto più piccolo e raccolto avrebbe reso il concerto ancora più piacevole.
This City (voto: 6)
(SB) Primo nome internazionale in programma sullo Psychocandy Stage, questo giovane gruppo inglese sul proprio MySpace si definisce “indie/hardcore/pop/” ed il bello è che la definizione non appare impropria e/o pretenziosa, ma le canzoni mischiano nel vero senso della parola riferimenti riconducibili ad ognuno di questi tre generi (o etichette, fate voi). Il brutto, però, è che lo fa sempre allo stesso modo, per cui l’ascolto è senz’altro piacevole, il culo lo si muove spesso e volentieri, ma alla fine del concerto l’idea è che se i This City si ripresenteranno a qualche altro festival o come spalla in qualche concerto interessante li si rivedrà volentieri, ma difficilmente ci sarà la voglia di uscire di casa apposta per loro.
Arboretum (voto: 7)
(AD) La band di Baltimora, capitanata dal cantante e chitarrista Dave Heumann, raggiunge, con il suo terzo album 'Song Of Pearl', una considerevole notorietà anche in Italia. Il loro sound nasce dall’unione tra il classico folk americano anni settanta e tiratissime digressioni strumentali che sconfinano nella psichedelia. La dimensione live è evidentemente quella più conforme all’attitudine del gruppo perché permette di sbizzarrirsi in nuove evoluzioni sonore, poste quasi sempre in coda ai brani. L’effetto di queste divagazioni ha però un duplice risvolto: da una parte conferisce solennità e pathos allo spettacolo, dall’altra gli fa inevitabilmente perdere brillantezza.
Pontiak (voto: 8)
(SB) Qui si fa sul serio, perché questo trio proveniente dalla Virginia mostra di avere, scusate la scarsa finezza, le palle quadrate. La loro idea è quella di proporre un rock dal suono monolitico e dal songwriting quadrato, e poi scalfirlo con incisivi colpi di psichedelica anni settanta. La stragrande maggioranza del cantato avviene a tre voci contemporaneamente, ma in realtà la parte vocale è quasi affogata dalla potenza del suono, e in fondo va anche bene così, perché il punto di forza maggiore del trio appare proprio la capacità di produrre un suono granitico ed allo stesso tempo di intarsiarlo con decorazioni che lo rendono bello esteticamente e personale. Momenti vicini alla forma canzone classica convivono con lunghe tirate strumentali, il tutto a decibel sempre elevati. Schacciasassi di classe.
Caribou (voto: 9)
(AD) E' proprio il caso di dire che la sua fama lo precede. Vincitore del Polaris Music Prize 2008 con l'album 'Andorra', Dan Snaith aka Caribou (ora) e Manitoba (prima), rappresenta per gli appassionati di musica il vero headliner della prima serata di questo Parklife Festival. A partire dalla disposizione degli strumenti sul palco non è difficile capire che si sta assistendo a qualcosa di straordinario, la batteria infatti relegata dal 99,9% delle bands nelle retrovie, come baluardo difensivo, in questo caso si trova in primissimo piano e non è sola bensì a farle compagnia c’è una seconda batteria, per formare quello che, continuando con gergo calcistico, potremmo definire un "esplosivo tandem d’attacco". Dietro di loro si posizionano chitarra e basso, meno in evidenza ma comunque fondamentali per l’ottima riuscita dell’esibizione. A picchiare sulle pelli ci pensano da una parte lo stesso Caribou, che suona alternativamente anche chitarra e flauto e dall’altra un giovanotto che sbalordisce per intensità e precisione delle battute. Il live è incendiario, i due avamposti sparano, sulla folla inerme, mitragliate che lasciano il pubblico esanime, l’incertezza di alcune parti vocali risulta irrilevante. I brani hanno tutti un tiro pazzesco, miscelano alla perfezione la parte armonica con gli intrecci, le sovrapposizioni, gli inseguimenti percussionistici. Al termine è impossibile non precipitarsi al banchetto del merchandising e la più brutta sorpresa della giornata è scoprire che Caribou e la sua band non abbiano portato dischi da vendere.
Horrors (voto: 7)
(ER) Gli Horrors sono il gruppo più atteso dell'intero festival, e molte persone sono arrivate al Magnolia solo per vedere la band britannica: grazie al quintetto si raggiunge il picco massimo di spettatori. La maturità raggiunta in studio viene confermata anche dal vivo, con grandi ed evidenti miglioramenti nell'esecuzione dei brani. La vera notizia è che risulta più interessante la musica rispetto ai musicisti: al posto dei completi di Topman e dello sguardo fisso e penetrante di Spider Webb, ci colpiscono le belle canzoni di 'Primary Colours'. 'Mirror's Image' riempie bene la calda serata con il suo coinvolgente giro di basso, mentre la cavalcata di 'Sea Within A Sea' ostenta con carattere la nuova e convincente identità della band. Lo show dark-psichedelico procede senza cadute ed emerge con forza la parte eterea e shoegaze del nuovo lavoro. A volte l'atmosfera si appesantisce troppo (vedi 'I Only Think Of You'), e ci vorrebbero i pezzi di 'Strange House' per dare più aggressività e velocità. Invece il primo album è completamente assente: ci sarebbe piaciuto riascoltare 'Sheena Is A Parasite' o 'Death At The Chapel', suonate da un gruppo cresciuto e migliorato. La cancellazione del passato ha reso l'esibizione un po' troppo omogenea ma, alla fine, si è trattato di un concerto davvero convincente.
Le Corps Mince De Françoise (voto: 5)
(ER) Quando Le Corps Mince De Françoise salgono sul palco, il tendone del 24 Hour Party People Stage è pieno. Il trio di ragazze finlandesi ripropone trucco e vestiti dell'epoca (mai esistita) new-rave. Ovviamente il sound è un electro-punk-pop che sa di CSS, private però degli elementi più rock. Nonostante siano apprezzabili le sfumature hip-hop e i momenti tropical, le canzoni scivolano addosso senza lasciare alcuna traccia e i variegati spruzzi di synth non bastano per coprire le melodie un po' scadenti. Il pubblico sembra comunque apprezzare, grazie anche alla bella e potente voce della cantante. Tanto fumo e poco arrosto.
The Chap (voto: 8)
(SB) Detta brevemente, questo quintetto mostra di avere una certa ammirazione per i Talking Heads, ma non per questo li imita pedissequamente, anzi, è come se svolgesse un’esplorazione nei territori del pop/rock avanguardistico utilizzando le idee di Byrne e soci come punto di partenza, e viaggiando comunque sui binari della coerenza e, diciamolo, della qualità. In realtà poi, per proposte così fuori dal consueto come questa, l’utilizzo di qualsiasi tipo di descrizione non rende giustizia alle capacità degli artisti, se esse ci sono, naturalmente, e in questo caso si può tranquillamente affermare che ai Chap non manca davvero nulla: fantasia, tecnica e capacità di coinvolgere. I numerosi presenti impazziscono e tributano alla band grandi manifestazioni d’affetto, assolutamente meritate.
Ebony Bones (voto: 8)
(CG) Non c'è che dire, questa ragazza londinese il palco lo sa tenere. Merito anche di una variopinta fauna che la circonda, tanto variopinta quanto lei (MIA al confronto veste sobria): una eccentrica backing band e due super-eccentriche coriste che all'occorrenza si cimentano anche in stacchetti simil-velinistici. Ebony Bones propone una mistura di rock, techno, hip-hop e world music che ricorda la succitata MIA ma forse più Santigold. Il tutto però viene proposto con uno spirito più 'cafone' che è presente nel modo di porsi di un Andrew WK. Il risultato di tutto ciò è gente che balla e poga da inizio a fine show, e questo è sicuramente un successo. Poi ci sono i brani, alcuni dei quali interessanti. Certamente, se si necessita di divertimento, Ebony Bones ha dato prova di essere la persona giusta a cui farne domanda.
[Le foto ritraggono: Horrors (principale), Camera 237, Zeus!, This City, Pontiak x 2, Caribou, The Chap, Ebony Bones]
Testi di Stefano Bartolotta, Andrea D'Avolio, Cristiano Gruppi, Eugenio Roveda
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