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2-8-2009 Crocodiles @ Rough Trade East, Londra (Regno Unito)
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É da un po' di tempo che l'onda Californiana è così anomala che invece di portare surfisti abbronzati porta gruppi che non sono mai scesi in spiaggia. Una vena che a noi, mediterranei indie-rockers(.it) non avvezzi a cavalcare onde oceaniche, sta piacendo non poco. É il fascino di trovare qualcosa dove non te l'aspetti. Nella terra che ha dato i natali alla filosofia hippie, dai Beach Boys ai Doors, per poi tradirla e trasformarla in retorica. Luoghi che negli '80s si sono riciclati in mastodontiche macchine da guerra del rock consumista, dai Guns'n'Roses ai Red Hot Chili Peppers. In California la musica, come ogni cosa, é imponente. Assordante. Simbolizzata da centinaia di migliaia di persone, nude ad un festival o ammassate dentro uno stadio, drogate di erba o di un basso slappato. Scoprire che i No Age, un gruppo con pochi seguaci radunati in un sottoscala, sono di Los Angeles da lo stesso piacevole effetto di una doccia rinfrescante dopo una giornata di sole. E proprio i No Age hanno il merito di aver portato all'attenzione dei media i Crocodiles. Confessando in qualche intervista che il loro brano preferito era 'Neon Jesus'.
Per localizzare i Crocodiles bisogna scendere ancora più a sud. I confini col Messico ormai si contano in metri, San Diego. Mi sforzo ma non riesco a pensare ad una altra band di San Diego, luogo di pensionati milionari e dei loro figli surfisti, non certo di rockstar alternative. Brandon Welchez e Charles Rowell, il duo che forma questo progetto, in effetti non si dimostra entusiasta della sua terra, confessano: "Se ci vivi, ci muori lentamente... La cattiveria nella nostra musica è una reazione alla cultura noiosa del luogo... Ed una reazione al sole, sole che può diventare oppressivo."
Sarà per questo che alla prima occasione sono venuti a passare l'estate tra le fresche nubi del nord Europa? Non so, io l'occasione la colgo perché è ghiotta. Un concerto acustico (e gratuito) dentro Rough Trade East, il più bel negozio di dischi da quando ha chiuso Disfunzioni Musicali. Situazione intima. Prima del set chiacchiero trenta secondi con quello che oggi sarà il chitarrista, Charles Rowell. Una sorta di Noel Gallagher, più emozionato lui di suonare che lo scarno pubblico di ascoltare. Il cantante, Brandon Welchez, é invece una specie di sosia del giovane Dylan che mi fa subito simpatia. Un terzo misterioso figuro, sfugge dai credits dell'album e li accompagna al tamburello. Giacche jeans, skinny jeans, sorridenti e alla mano, decisamente "California style". Mi odierebbero se glielo confessassi ma, nonostante la loro repulsione per le origini, l'impressione che danno è di quell'amichevole buonumore che avere il sole per 12 mesi l'anno ti regala e ti lascia dentro. Provate a stringere la mano e chiacchierare serenamente con Kevin Shields se vi riesce.
La mia curiosità per questo acoustic-set è alta come i dubbi. 'Summer of Hate' l'album di debutto, è un disco che oscilla, come un'amaca sulla spiaggia, tra gli estremi del noise-pop. Feedback a graffiare melodie sognanti, loop elettronici a far ballare riff orecchiabili. Di certo non ci sono chitarre acustiche, tamburelli e tutto quello che fa focolare dopo la 'surfata' del tramonto. Niente hippies ne scenografie da 'Un Mercoledì Da Leoni'. La formula adottata dai Crocodiles non è originale ma è efficace. Conosciuta dai tempi di Velvet Underground and Nico, perfezionata da Jesus and Mary Chain e My Bloody Valentine, influenzata dalle esperienze contemporanee dai No Age, per l'appunto, ai Japandroids. Sull'album questi sono i riferimenti che appaiono più evidenti.
Dal vivo, Brandon mette subito le mani avanti confessando che è una prima assoluta e non hanno mai fatto niente di simile. Il pubblico si tiene misteriosamente lontano dal palco nonostante sia pieno di spazio. Non capisco da cosa sia intimorito. Di certo non può esserlo dai suoni addolciti, dalla chitarra quasi sussurrata. Che si sia gelato ascoltando 'I Wanna Kill' o 'Summer Of Hate' suonate a ritmo di tamburello, amplificatori spenti e col laptop più vicino in mano ad un ragazzo che controlla la posta sfruttando il wi-fi del negozio? Probabile. Il problema di questo concerto non è infatti nelle canzoni ma tutto nella loro trasposizione unplugged. Non sono mai stato convinto dall'affermazione (credo di Dylan) che una buona canzone resta una buona canzone anche suonata voce e chitarra. Sarà pure un ottimo strumento per testare le sue, ma nel 2009 il rock ha fatto un bel po' di passi avanti. É evoluto, ha assorbito suoni dalle più disparate fonti e l'arrangiamento ormai conta quanto, se non più, dell'efficacia del giro armonico. La conferma stasera è davanti ai miei obiettivi. Quello che resta strozzato negli amplificatori spenti è proprio la parte migliore dei brani dei Crocodiles.
Mancano i 'rumori', il feedback, i distorsori, i riverberi. Tutti gli elementi che perturbano canzoni altrimenti troppo leggere per il messaggio che portano. Non ci si può ribellare alla noia Californiana con un set di strumenti che viene da quella cultura. Chiunque gli abbia suggerito l'idea ha fatto un grosso errore. Suono e messaggio non si incontrano. Come se i Beach Boys si mettessero a fare covers dei Velvet Underground o, peggio, il contrario. Le versioni acustiche finiscono per sembrare perfette per il falò di surfisti sulla spiaggia, se non parlassero del suo rifiuto. I brani più melodici diventano nenie pop, a tratti piacevoli ma senza nerbo. Le più rumorose semplicemente non possono essere suonate in quel contesto. Un esperimento improbabile già sulla carta e decisamente poco efficace nella pratica. Ed è un peccato perché la band c'è e il disco pure.
Mi riprometto che la prossima volta che andrò a sentire i Crocodiles deve essere 'the real thing'. Voglio vedere la California venir demolita a colpi di feedback, effetti e drumbeats lanciati a 130dB contro le mie orecchie. Esco lasciando ai fans la gioia di farsi autografare il cd. Io ho in mano una copia fresca di stampa di Post-Nothing dei Japandroids.
Valerio Berdini [courtesy from 'Liveon35mm.com']
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