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CONCERTI

Patrick Wolf @ MiTo Festival, Magnolia, Segrate (MI)

di Chiara Fracassi

Nell’esercizio di stile di una classifica dei pezzi più rappresentativi degli anni '00, ne metterei senza dubbio uno del Lupo. Lo credo fermamente da quando ho ascoltato per la prima volta senza prender fiato 'Lycanthropy', opera prima, onirica e a tratti sinistra, del Nostro. E devono essere di questa convinzione molti di quelli qui questa sera, se hanno sfidato le ritorsioni del diluvio che ha appena spazzato i cieli meneghini per il primo effettivo ritorno di Patrick Wolf in Italia con la full line-up del suo gruppo.

L’organizzazione – c’è da dirlo – non è stata generosa con il Peter Pan britannico: il suo nome non appare su nessuno dei materiali promozionali, né cartacei né virtuali, a supporto della manifestazione che unisce in questi giorni Milano e Torino col fil-rouge della proposizione della musica colta al popolo bove. Una trascuratezza promozionale che si perdona proprio per aver – giustamente – inserito il Lupo tra i fautori di una musica che sarebbe un torto definire semplicemente 'indie' o 'pop' o 'rock' o 'alternative'.

Ed eccolo sul palco Patrick: il sospetto di un ritardatario divismo è sbaragliato immediatamente dalla generosità scenica e di performance del ragazzo. Quanti anni avrà ormai Patrick? 25, 26 appena? Eppure domina la scena immediatamente: indossa e personifica la musica che produce come gli abiti da umbratile dandy post-punk che indossa stasera. Inizia con 'Who Will', brano del nuovo album: un esordio solenne eppure intimista che definisce subito lo spessore delle composizioni e della voce di Patrick. Il concerto è un crescendo in cui il passo è dato dalla numerica di strumenti che Patrick 'possiede' e fa vibrare sotto le sue mani: che sia un violino su 'The Libertine' o un ukulele o una chitarra elettrica potente e d’estetica cafona – come in 'Hard Times' – o un pianoforte appena sfiorato o violentato, è evidente che il Lupo possieda la musica con la cifra euforica e tormentata del vero artista. La differenza tra lui e altri suoi coetanei che biascicano dietro riff di indie-rock riciclato è sconcertante quanto rincuorante. Oltre a quella strumentistica, la varianza che rende i concerti di Patrick un’esperienza assoluta è quella stilistica e interpretativa: in una manciata di minuti hai davanti l’artefice eclettico di una cavalca d’archi noir come 'Damaris', oppure un’icona camp che riprende le gesta e le note madonnare di 'Like A Virgin' e le riversa nel più avvincente e sorridente esperimento fatto con scale ascendenti e toni in maggiore degli ultimi anni (leggasi 'The Magic Position'), così come l’interprete fragile che sulle note finali di 'The Sun is Often Out', dedicata ad un amico scomparso e riproposta stasera in memoria della tragica scomparsa di un altro, si scioglie in lacrime e singhiozzi che confonde e mescola con la capigliatura scomposta. Ed ogni ruolo – ogni maschera teatrale - fluisce nell’altro e lo sostituisce senza sforzo né disorientamento.

La sensazione complessiva è in realtà una solida conferma: durante la promozione di 'The Bachelor', Patrick ha più volte dichiarato che molto di quello che si sente in classifica – o nei circuiti che contano - oggi, lui lo faceva già 5 anni fa. Potrebbe suonare pretenzioso, eppure basta riascoltare pezzi come 'Bloodbeat' (ignorata stasera) o ascoltare dal vivo cosine come 'Battle' o la title-track 'Bachelor' per avere la certezza della visionarietà dell’artista, che impasta il folk e l’elettronica e il rock in unica calda e impetuosa visione sonora.

Il pubblico del Magnolia applaude, gli emuli stilistici tra la folla lanciano grida, i piedi battono a terra e le braccia si innalzano al cielo nel più tipico dei rituali concertistici su pezzi più ritmati – o più conosciuti – come 'Tristan' o 'The Magic Position' o sul finale di 'Vulture', su cui ormai la nebbia del vicino Idroscalo sembra più ghiaccio secco di un dancefloor sudicio ed ambiguo. Ma per la maggior parte, il concerto è fatto dell’assorta contemplazione di schegge d’arte genuina e cristallina come 'Blackdown'. Ed è un peccato enorme non avere Patrick a disposizione per qualche oretta in più rispetto agli scarsi 75 minuti di concerto: ne mancano davvero tanti di pezzi all’appello. A fronte della meravigliosamente eseguita 'Wind In The Wires', il Lupo va via lasciando l’acquolina per pezzi come 'Lands End' o 'Theseus' o tanti altri.

Non resta che continuare a confidare in una prolificità tanto grandiosa anche per l’imminente secondo capitolo discografico del progetto 'Battle'. E sperare in una scaletta rinnovata nello show di Firenze di metà ottobre.