Loading
Indie-Roccia.it

CONCERTI

Wilco @ Conservatorio, Milano

Un cuore caldo di Stefano Bartolotta

Gli spunti per analizzare un concerto come questo possono essere infiniti. Si può porre l’accento sulle capacità dei singoli musicisti, dai virtuosismi di Nels Cline alla chitarra, a quelli di Glenn Kotche alla batteria, alla versatilità di Pat Sansone tra tastiera e chitarra, alla precisione di Mikael Jorgensens al piano e John Stirratt al basso; oppure si potrebbe parlare di un Jeff Tweedy che parte con i segni della stanchezza del tour sul volto e finisce a saltellare ed a far roteare il microfono su 'Hummingbird', tanto era preso bene dall’atmosfera che si è creata; o ancora non si può evitare un cenno alla compattezza d’insieme di questa band, i cui musicisti potrebbero essere ognuno quel fuoriclasse che domina la scena e invece tutti quanti sono al servizio delle canzone che stanno suonando e soprattutto della resa live della canzone stessa; infine per chi, come me, li segue da ormai qualche anno, è necessario parlare del pubblico, che ha fatto letteralmente tremare le pareti della Sala Verdi con possenti cori ad inneggiare la band tra un encore e l’altro, e della differenza rispetto alla prima data italiana a cui ho assistito, quella del 2004 all’oratorio di Chiari, in provincia di Brescia, dove più della metà della gente era presente solo per assistere all’evento del paese, ma anche lì alla fine le manifestazioni di entusiasmo non erano mancate.

Ed è proprio qui che si inserisce quello che secondo me è il punto di forza decisivo che rende, come mi disse una volta una mia amica, ogni concerto dei Wilco il concerto dell’anno, a prescindere da quali siano gli altri: la capacità di arrivare al cuore di chiunque li ascolti, quali che siano i suoi gusti musicali, e di scaldarlo, coccolarlo, farlo sentire bene. Io ieri in più di un momento ho letteralmente riso mentre i musicisti suonavano, e solo le coccole più tenere ed affettuose riescono a farmi ridere così, con quelle particolari emozioni che stanno dietro a quel mio modo di ridere. La Sala Verdi era sold out da un mese, e quando il pubblico è così numeroso e così veloce a prendere il biglietto, significa che la gente è tutta appassionata di musica, dalla prima all’ultima fila, e che i gusti musicali di ognuno difficilmente collimeranno con quelli della maggior parte dei presenti, visto il loro numero considerevole: ebbene, in quel continuo e squassante coro “Wil-co, Wil-co, Wil-co” c’erano gomito a gomito, direi anche guancia a guancia, il patito del folk tradizionale e l’amante del ballo sulle canzoni più frivole possibili, il cultore del classic rock e chi non si perde una novità dell’elettronica d’avanguardia, chi si è appassionato alla musica con il brit-pop negli anni Novanta o con Strokes e Libertines in questo decennio e chi era volato a Londra nel ’79 a vedere dal vivo i Joy Division. Il cuore di ognuno di noi ha una natura diversa da quella di tutti gli altri, e grazie a questa differenza sono tante le band che riescono ad arrivare al cuore di qualcuno, pochi o tanti che siano. C’è solo un gruppo che riesce a farlo con tutti quelli che hanno la fortuna di ascoltarli dal vivo, e in questa occasione Milano li ha giustamente celebrati. Wil-co! Wil-co!! Wil-co!!!


Un viaggio meraviglioso di Andrea D'Addato

E’ passata da poco la mezzanotte quando le luci della sala si accendono e tutti noi ci ricordiamo improvvisamente di trovarci tra le mura del Conservatorio di Milano. I volti straniati dei presenti testimoniano uno stupore, una felicità, ma soprattutto una voglia di ricostruire tutte le tappe di un viaggio meraviglioso, durante il quale la nostra mente si è volontariamente consegnata nelle mani di sei musicisti di Chicago e nei loro tentativi di spezzarci il cuore.

Sarebbe però quasi umiliante limitare l’operato degli Wilco alla mera ragione: potremmo perderci in discorsi su una perizia tecnica e una cura per i suoni che raramente capita di sentire, ma questo significherebbe sminuire la passione con cui ognuno di loro interpreta le canzoni. Canzoni che solo a nominarle viene la pelle d’oca (su tutte, 'Ashes Of American Flags' in apertura, con un assolo di Nels Cline da lacrime) e che qui esplodono letteralmente grazie ad una band che mette le proprie capacità al servizio della sola Musica, talmente potente da abbattere ogni barriera. La straziante steel guitar su cui vola 'Remember The Mountain Bed', la voce soffocata di un Jeff Tweedy su di giri nell’onirica 'Reservations', le dinamiche di Glenn Kotche nella schizofrenica 'Via Chicago', le senti crescere dentro di te e ti chiedi come possa una musica apparentemente così sofisticata assumere toni quasi confidenziali. Perché quello che rende veramente speciali questi straordinari modernisti musicali è il fatto di riuscire, con la loro arte, a rappresentare la vita nei suoi aspetti più evanescenti, senza avere la presunzione di spiegarla, solo col desiderio di proporci una loro interpretazione, che tutti noi ci porteremo dentro per molto tempo.


Il concerto della vita di Marco Masoli

Quando la Musica ha scavato indelebilmente a fondo nelle tue ossa, possono capitarti serate che lasciano senza parole, che ti abbandonano lì con il tuo sorriso sulle labbra ed un'emozione immensa nel cuore. Serate che cancellano dalla testa qualsiasi brutto pensiero e che ti danno mille buoni motivi per cui valga la pena aver vissuto ed andare avanti a vivere. Serate in cui tutti i presenti sanno perfettamente che la musica "ha salvato loro la vita" e decidono di lasciarlo trasparire candidamente dal proprio volto felice. Serate in cui ti ritrovi a pronunciare un “grazie” spontaneo all'attacco di 'Via Chicago', mentre ti corre un brivido lungo la schiena. Serate in cui canti a squarciagola l'intero assolo di 'Impossible Germany', ormai più che interiorizzato, insieme ai tuoi vicini di posto del Colorado, perché per una sera non esistono più confini e divisioni, ma veniamo tutti dall'Illinois e possediamo lo stesso alfabeto di sette note. Serate in cui rimani completamente esterrefatto di fronte a delle clamorose doti tecniche individuali, messe al servizio della canzone, con le divagazioni solitarie e schizofreniche di Cline e Kotche elegantemente sopite dal più mite incedere di Stirrat, Jorgensen e Sansone e con quelle interpretazioni da pelle d'oca di cui è capace solo Tweedy. Serate in cui ti senti parte di un qualcosa di più grande, perché il tuo identico sorriso è scolpito sulle facce di altre duemila persone che hanno finalmente a disposizione due ore e mezza di riconciliazione con il mondo. Serate in cui vorresti che il tempo si fermasse su quella tanto attesa 'Misunderstood', perché "you still love rock 'n' roll". Serate che ribaltano le già elevate aspettative con un set al di là della tua immaginazione. Serate in cui 'grandi e piccini' fanno tremare le pareti, per richiamare sul palco la band per gli encore ed il pavimento, per i salti e le danze sulle note di 'Spiders (Kidsmoke)' e della conclusiva 'I'm A Wheel'. Serate in cui senti suonare dal vivo, a pochi metri da te, la canzone che ti ha cambiato la vita e gli occhi ti si fanno un po' lucidi. Serate condivise con persone a te care, con cui poterle ricordare man mano che passeranno gli anni. Serate che terminano con la mesta consapevolezza di dover tornare al tran-tran di tutti i giorni, ma di poterlo fare con una marcia in più, con una rinnovata voglia di vivere. Serate che non necessitano di un commento tecnico per essere capite.

Semplicemente serate come quella del 14/11/2009. Il concerto della tua vita. In un Conservatorio profanato da una band ultraterrena.

[Le foto sono di Paolo Fumagalli]