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23-6-2010
Glastonbury Festival @ Pilton (Regno Unito) - Introduzione
I festival si dividono in due categorie: quelli che non danno alcun valore aggiunto oltre alla qualità dei concerti in programma, e quelli che invece danno la sensazione che i suddetti concerti siano solo una parte di qualcosa più grande. Dopo aver trascorso diversi anni ad andare a festival della prima categoria, nel giro di nove mesi mi sono imbattuto in due che invece fanno parte della seconda: dapprima l'End Of The Road lo scorso settembre, ed ora Glastonbury. Due festival apparentemente agli antipodi, viste soprattutto le dimensioni, ma che hanno in comune la capacità di farti innamorare istantaneamente dell'atmosfera che si crea lì ed in nessun altro posto nel mondo.

Glastonbury, nello specifico, rappresenta una vera e propria dimensione parallela nella quale 200mila persone si radunano nella stessa area per le motivazioni più diverse ma unite dalla voglia di trascorrere qualche giorno con la mente libera da ogni pensiero, talmente libera che si ritrova predisposta ad un'apertura molto maggiore nei confronti di ciò che spinge tutti gli altri partecipanti a lottare per l'acquisizione di un biglietto già molti mesi prima dell'evento. Le stesse persone che si recano nei palchi più nascosti a cercare di conoscere gruppi indipendenti ancora poco noti, si spostano poi sotto ai palchi principali per applaudire gente come Snoop Dogg o Shakira, e poi la notte passano un po' di tempo a ballare la musica dance più pesante e truzza possibile, ma a un certo punto si radunano attorno ad un fuoco ad ascoltare concerti a sorpresa in versione intima ed essenziale di gruppi che hanno suonato durante la giornata.

Ciò potrebbe essere confuso per bifolco generalismo, e invece si tratta semplicemente di voler provare a capire perché tante persone che appaiono come noi abbiano gusti musicali così diversi dai nostri. Ed è grazie a questa mentalità comune a così tanta gente che le vibrazioni positive che portano ad un senso di comunanza generale si sprigionano con tanta forza e rendono i terreni della Worthy Farm e delle fattorie adiacenti un luogo così accogliente e che sa coinvolgere dal primo all'ultimo momento di presenza in esso, anche quando non si sta assistendo a concerti: basta anche solo fare colazione, fermarsi a bere una pinta con gli amici o da soli, chiacchierare con sconosciuti appena ci si ritrova fermi nello stesso posto per un po' di tempo, o anche solo non fare niente che non sia stare seduti in solitudine sul prato. Ogni momento in cui si è vigili viene voglia di ringraziare Michael ed Emily Eavis per ciò che hanno saputo creare.

Le dimensioni dell'area, ovviamente, sono enormi, e le strade che vanno percorse per arrivare da un punto all'altro formano un sistema intricato che è difficile capire al primo impatto. Purtroppo, la cartina che l'organizzazione offre ai partecipanti è poco chiara, perché è vero che c'è l'ubicazione dei palchi, ma non c'è un dettaglio delle strade, cosicché quando ci si muove si subiscono ostacoli non indicati dalla cartina e ci si ritrova a fare giri assurdi quando invece, conoscendo i percorsi, le distanze non sono poi così ampie. Arrivando al mercoledì pomeriggio, si comincia ad avere una buona conoscenza di tutto il venerdì mattina, giusto in tempo per pianificare efficacemente la propria giornata di concerti.

Un aspetto decisivo, a mio parere, per aiutare la coesione tra le persone e tra le stesse e la location è l'assenza di una divisione tra area campeggio e festival, sempre presente a tutte le rassegne a cui sono stato. Qui il terreno è unico, e, a parte opportune limitazioni, si può campeggiare ovunque, anche, volendo, ai confini delle zone adibite ai singoli palchi. Quando ci si sveglia la mattina, quindi, si entra subito in contatto con i luoghi dove si trascorrerà la maggior parte della giornata, e l'osmosi è quindi immediata. Certo, posizionare la propria tenda al centro dell'azione significa avere molte difficoltà nel riuscire a dormire la notte, ma presumibilmente chi si piazza lì ha già deciso che la propria vita notturna sarà lunga ed intensa. Chi invece, come il sottoscritto, non può rinunciare ad almeno qualche ora di sonno, ha la possibilità di campeggiare in aree più tranquille, comunque a pochi minuti a piedi da quelle movimentate. Un altro indizio di come stili di vita diversi si fondano con facilità ed immediatezza in questo luogo incantato.

Glastonbury è noto per il fango e il brutto tempo, ma stavolta c'è stato un sole splendente per tutto il tempo. Ciò ha permesso a tutti di assistere ai concerti con molta più comodità, e di poterne vedere tanti anche se si trovavano su palchi diversi, visto che gli spostamenti non erano rallentati dalle avverse condizioni atmosferiche, e di godere appieno anche della sopra accennata vita notturna, un mondo a parte all'interno di un microcosmo che già di suo ha poco in comune con la vita reale. Quando, a mezzanotte, terminano i concerti, infatti, ci si può dividere tra la zona nord, quella del Dance Village, che offre tre diversi tendoni più uno spazio all'aperto allestito in modo suggestivo, e la zona sud, dove invece non ci sono tendoni ma dominano allestimenti davvero all'avanguardia dal punto di vista estetico: aree come Shangri La, Arcadia, Block 9, The Common e Unfair Ground hanno un impatto visivo difficilmente paragonabile ad ogni altra cosa che si possa trovare in giro dal punto di vista del divertimento delle ore piccole, e non solo ai festival, ma in generale.

Purtroppo la proposta musicale di queste zone non è aderente ai miei gusti, visto che non c'è nient'altro che musica da ballare troppo pesante per me. L'unico posto interessante da questo punto di vista è la Strummerville, situata nell'Unfair Ground e curata dalla fondazione a nome di Joe Strummer: qui c'è un palchetto con un falò di fronte e dei posti a sedere intorno ad esso e, come detto, vi si alternano a sorpresa gruppi che fanno parte della line-up del festival 'istituzionale'. Per chi vuole passare nottate più tranquille, a bere una ale o un sidro di qualità chiacchierando con gli amici, ci sono comunque i Fields Of Avalon e il The Park, personalmente la mia zone preferita, strutturata in modo davvero magnifico ed impreziosita da una torre che dà la possibilità a chi sale in cima di vedere tutta, ma proprio tutta, l'area del festival.

Un aspetto logistico di capitale importanza per chi va ad un festival è la scelta tra campeggiare in loco o affittare una casa o una camera d'albergo. Inutile elencare i pro ed i contro generali di ognuna della due scelte, dico solo che a Glasto, secondo me, il campeggio è una necessità proprio per poter avere tutto il tempo necessario per vivere anche di notte e non solo di giorno, oltre che per far sì che l'osmosi di cui sopra produca il proprio massimo effetto. Il consiglio spassionato che rivolgo a tutti coloro che stanno pensando di organizzarsi per l'anno prossimo è quindi quello di campeggiare, in barba agli ovvi disagi che questa scelta comporta.

Da non sottovalutare la qualità del cibo, magari non esattamente a buon mercato, ma che dà grandi soddisfazioni qualunque sia la propria tipologia culinaria preferita. Sono passato da hamburger a pollo caraibico a piatti giapponesi o messicani e non ho mai trovato qualcosa che non fosse ottimo. Anche a colazione il bacon e le uova erano sempre di qualità, ed ancora di più lo erano le spremute miste di frutta e verdura con dolcetti annessi. La spremuta con carote, mele, barbabietole e sedano accompagnata da un dolce al cioccolato, la mattina appena sveglio, la ricorderò a lungo. Certo, non ho provato i chioschi della pasta e della pizza, per quelle ho preferito aspettare di tornare in Italia. Anche per quanto riguarda le bevande alcoliche proprie della zona, ovvero birre del tipo ale e sidro, siamo ai massimi livelli possibili. Non posso evitare di menzionare da un lato l'ottimo sidro alla pera del The Park, e dall'altro le due migliori ale che ho provato: la Pitchfork (con quel nome non potevo certo evitare di assaggiarla) e soprattutto la Glory: volete mettere, poi, l'effetto che fa andare al bancone e dire con voce sicura “a pint of Glory”?.

Stefano Bartolotta
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