24-6-2010 Glastonbury Festival @ Pilton (Regno Unito) - Giorno 1
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Possiamo passare alla disamina delle esibizioni, iniziando da quelli del giovedì, una giornata di riscaldamento nella quale solo pochi palchi sono attivi, e prevalentemente in orari serali. Questo crea il problema che i concerti risultano difficilmente accessibili, visto che la scelta è scarsa e le persone presenti già moltissime. Infatti ho dovuto rinunciare alla curiosità di vedere cosa avrebbe combinato Boy George dal vivo, dato che già un’ora prima il tendone risultava inavvicinabile. Mi è comunque andata bene lo stesso. Coi prossimi capitoli parleremo delle tre giornate clou insieme all’amico Antonio Paolo Zucchelli, uno dei miei compagni di avventura: i miei voti potranno apparire un po' troppo alti, e forse lo sono, ma vivere dei concerti in un’atmosfera del genere fa sì che la benevolenza non possa che prevalere.
Josh Thorner @ Avalon Café (voto 7/10)
L’Avalon Café si trova, ovviamente, nei Fields Of Avalon e non va confuso con l’Avalon Stage. Il giovedì mattina questo posto è l’unico che propone musica dal vivo, sotto forma di cantautori non certo conosciuti. Thorner si presenta con un batterista e accompagna la propria voce dapprima con la tastiera e poi con la chitarra acustica. Il suo stile compositivo è molto classico ed il mood dei suoi brani è piuttosto tormentato: decisiva, per la resa live dei pezzi, è la voce, dal timbro molto pieno e decisamente brillante ed espressiva, capace di far vivere pienamente all’ascoltatore le sensazioni propri di testi semplici ma che interpretati in questo modo diventano molto efficaci. “These feelings are real, I can’t help the way I feel”, sembrano parole da boyband, ma Thorner è molto bravo a dare ad esse estrema credibilità, con il proprio talento vocale e con un buon tocco sugli strumenti. Un buon modo per iniziare; purtroppo la cantautrice seguente, Barbara J. Hunt, si rivela invece troppo scialba e scontata, così mi allontano e raggiungo le mie amiche per un lungo pomeriggio di svago, che comprende, purtroppo, anche la visione della partita Italia – Slovacchia.
Two Door Cinema Club @ Queen’s Head (voto 7/10)
Il tardo pomeriggio vede la presenza di questa band che sta riscuotendo un buon numero di consensi in giro. Certo, la loro proposta non devia molto da altre presenti in questo periodo: si tratta, infatti, del classico indie-rock da dancefloor con ritmiche serrate e regolari, riff di chitarra angolari con un suono pulito, voce impostata ed enfatica e inserti di tastiera dall’evidente ispirazione Eighties. Ciò che piace del repertorio della band è la bontà delle melodie, decisamente ispirate, mentre ciò che mi convince a dare un buon voto al live è un’esecuzione di ottimo livello, non certo da gruppo esordiente ma da band matura e che ha già il piglio giusto e quel po’ di sfrontatezza che è indubbiamente una componente irrinunciabile per la resa live di questo tipo di stile musicale. La Queen’s Head è strapiena di gente, le ovazioni per il gruppo sono continue, l’entusiasmo è sempre più straripante man mano che il concerto va avanti. Difficilmente avrò voglia di ascoltare assiduamente a casa un disco di questo genere, ma è un fatto che questi ragazzi sanno suonare molto bene e che quindi potrebbero, una volta acquisita un po’ di personalità in più, dare buone soddisfazioni a chi vorrà seguirli.
Local Natives @ Queen’s Head (voto 9/10)
Come detto il tendone che ospita Boy George è inavvicinabile, così decido di tornare al Queen’s Head per prendere posizione per i Local Natives. Riesco ad entrare ed a mettermi in buona posizione (erano veramente tutti dall’ex Culture Club quindi?) già prima che inizi il concerto precedente, di tali The Cheek, inutile rock da teenager, che giustamente vede un pubblico di adolescenti saltare e cantare felici, beata gioventù. Alle 23 attaccano i losangelini e offrono una performance che merita di diritto di essere considerata tra gli highlights di tutto il festival. Le prime due canzoni servono per scaldare l’atmosfera, tra l’altro già bollente per via della massiccia presenza di fan scatenatissimi pronti ad accogliere con urla e strepiti qualunque cosa facciano i propri idoli. Poi partono i pezzi da novanta di 'Gorilla Manor' e il tendone potrebbe scoppiare vista la potenza dell’adrenalina mista a gioia che il pubblico sprigiona, spinto da un’esecuzione da parte della band davvero sensazionale per robustezza ed espressività. Ogni sfumatura del ricco campionario della band è resa come meglio non si potrebbe, con una carica irresistibile e con una potenza di fuoco micidiale, e più il pubblico lancia boati che sembrano bombe, più la band si gasa, e viceversa. Quando viene annunciato che il cantante Taylor Rice compie 25 anni proprio quel giorno, il coro di "happy birthday" è un terremoto. Non avrebbe potuto esserci modo migliore per caricarmi a pallettoni per le tre lunghe ed intense giornate di lì a venire.
[La foto è di Andrew Allock ed è tratta dal sito ufficiale del festival. altre ne trovate qui]
Stefano Bartolotta |
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