22-7-2010 A Place To Bury Strangers @ Carroponte, Sesto San Giovanni (MI)
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Per iniziare, qualche nozione spicciola: il Carroponte è una grandiosa struttura metallica di architettura industriale inserita nell’ex-area delle acciaierie Breda. Si presenta come una cassa toracica di dinosauro infilzata in terra, al cui interno trovano spazio un paio di stand gastronomici, una manciata di bancarelle e quelli che pensiamo essere spazi espositivi. All’estremità del Carroponte è stato ricavato un grande palco dalla struttura semicircolare, ma stasera l’attività live è dirottata sul palco dei 'poeretti', piccolo e bruttino, spostato ad un’estremità dell’area. Per quanto l’ambientazione sia piacevole, non nascondiamo un certo disappunto sul parco uso che è stato fatto dell’area. La sensazione è quella di essere capitati nel giorno dopo l’Apocalisse, con poche anime vaganti, il nulla intorno ai pochi punti ristoro, un senso d’abbandono che stringe il cuore. Detto in altri termini, ci si aspettava la mondana vivacità da festa dell’Unità, ed invece non si è nemmeno nei pressi di una sagra di frazione di paese.
Il senso di tristezza ci viene spazzato via però quando il palco piccolo e brutto viene occupato dal gruppo supporto, segnalato da nessuna parte, e sconosciuto perfino ai tecnici del mixer. Le atmosfere dream pop/darkeggianti alla Cocteau Twins prima maniera ci lasciano ben sperare, per quanto il genere sia ormai archeologia tanto quanto il Carroponte, ma l’attacco delle voci ci riempie di terrore e poi di ilarità. Poche volte in vita nostra ci è capitato di assistere ad uno spettacolo così indecoroso e straziante, e con tutta la buona volontà, con tutta la carità umana che ci è possibile, non ci riesce di salvare nulla in un live che speriamo finisca prima che ci ritrovino sversi con la schiuma alla bocca. Le nostre preghiere però non vengono esaudite nell’immediato, in quanto la vergogna si protrae ancora per molto tempo con l’inevitabile spopolamento di pubblico. Finalmente poco prima delle 22:30 il gruppo lascia il palco, dando modo ai tecnici di sbaraccare e preparare il campo per il live successivo.
Una pioggerella fastidiosa ed inutile comincia a scendere nell’esatto momento in cui gli A Place To Bury Strangers imbracciano gli strumenti, una mezz’ora scarsa più tardi. Prima novità: Jono Mofo, il bassista, non c’è più. Il rimpiazzo si chiama Dion Lunadon, si presenta composto e ordinato come uno scolaretto alla prima interrogazione. Fischi, stridori e sibili introducono il primo pezzo, 'Ego Death', durante il quale ci rendiamo subito conto dell’esiguità dei mezzi del palco piccolo e brutto. "The loudest band in New York" deve fare i conti con una notevole dispersione di suono ed un impianto penalizzante che li rende almeno all’inizio terreni, vulnerabili e simili a qualsiasi altro trio noise. Oliver Ackermann, come d’abitudine, aggiunge una nota coreografica strapazzando e lanciando in area più volte la chitarra, salta posseduto e travolge il microfono durante l’esecuzione di 'I Know I’ll See You'. 'In Your Heart' è un bombardamento di suoni e deragliamenti, sarà anche un impianto da Barbie Piccola Star, ma il suo porco lavoro lo svolge con una certa dignità.
La seconda novità è in scaletta: un nuovo brano intitolato 'Leaving Tomorrow'. Riff di chitarra e basso fortificato sono la struttura portante, raffiche di luci bianche aggiungono vertiginosità ed è subito delirio. Dal feedback tremolante e distorto di quelle che sembrano cento chitarre sovrapposte prende forma una velocissima 'To Fix The Gash In Your Head', la voce quasi si perde inghiottita nel marasma sonoro. Distorsioni e sferragliamenti sono invece la piccola sinfonia che introduce 'Dead Beat', acidissima colonna sonora di film di spionaggio anni sessanta. La terza novità viene con 'Alone', brano inedito che ci consegna il gruppo in una veste meno devastante. Ma il vero finimondo è conservato per 'I Lived My Life To Stand In The Shadow Of Your Heart', introdotta da un lunghissimo ruggire di chitarra.
Durante l’assolo di basso del sempre composto Lunadon, Ackermann si spinge a bordo palco, getta una panoramica sul pubblico per poi riprendere la devastazione di suoni. Si accartoccia sulla chitarra, si schianta al suolo per un finale tiratissimo e assordante. Le luci impazzano, sembra che prima o poi il palco debba saltare in aria per l’accumulo di energia immagazzinata. Il bombardamento noise comincia a prendere una forma più definita, gli strumenti vengono imbrigliati a fatica in un flusso coerente di note. Dal Big Bang di alta metallurgia scaturisce un’apocalittica versione di 'Ocean', dilatata e terribile, che sa farsi perdonare dei decibel risparmiati ad inizio concerto. Così all’aria aperta è praticamente impossibile trincerarsi dietro qualsiasi cortina di fumo, ma nonostante tutto, i fumogeni avviluppano i tre musicisti che lasciano ad uno ad uno il palco. Jay Space è il primo ad abbandonare il campo, lasciando basso e chitarra a sferragliare come carri merci in un disastro ferroviario. Poi è Lunadon a dismettere il basso, e di fatto lascia il solo Ackermann alle prese con le sue stratificazione di feedback. Quando anche lui saluta il pubblico, il palco piccolo e brutto rimane in balia degli ultimi urli di chitarra, che lentamente si affievoliscono e sanciscono la fine definitiva del concerto.
Le luci si accendono su un pubblico comunque numeroso, nonostante la facile possibilità di dispersione in un’area così vasta. Le stanche gocce di pioggia ci hanno concesso tregue solamente verso il finale, l’aria se non altro è fresca e rende piacevole il rientro a Milano. La quarta novità è tutta mia: non ho le orecchie sanguinati e, incredibilmente, ci sento.
Setlist:
'Ego Death'
'I Know I’ll See You'
'In Your Heart'
'Leaving Tomorrow'
'Everything Always Goes Wrong'
'To Fix The Gash In Your Head'
'Girlfriend'
'Dead Beat'
'Alone'
'I Lived My Life To Stand In The Shadow Of Your Heart'
'Ocean'
[Le foto sono di Stefano Ferreri e si riferiscono al concerto di due giorni dopo a Torino]
Paolo Coccettini |
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