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20-7-2010
Wavves @ Hana-Bi, Marina di Ravenna
Dicesi “tormentone estivo” un brano pop di sicuro impatto e orecchiabile, trasmesso a ripetizione da tutte le radio e TV musicali e che si finisce irrimediabilmente a canticchiare sotto la doccia. Non so quale sia quello del 2010 per i comuni mortali, ma potrei indicare in 'King Of The Beach' di Wavves il pezzo più 'in' nelle playlist alternative di questa torrida stagione (preferisco usare il singolare per parlare del gruppo, one-man project di Nathan Williams e soprattutto suo doppelganger psicotropo). Titolo, testo, melodia, ritornello: 2:38 minuti di lo-fi surf pop a cavallo di un'onda del Pacifico con biondine in bikini fucsia che salutano felici dalla spiaggia. Pezzo del momento e location in riva al mare = happening perfetto, dal quale presagire ottime prospettive.

Arrivo all'Hana Bi poco prima del tramonto, c'è ancora tempo per il concerto e ci si concede volentieri due passi in riva al mare per godere della brezza. Vicino al bagnasciuga un gruppetto di gente ridacchia e fuma sigarette dalle quali si propaga un odore diverso rispetto alle mie. Incrocio uno di loro, mio grande amico di Milano, che con il sorriso più innocente del mondo mi rende partecipe del progetto post-concerto ideato in spiaggia assieme a Nathan e soci: creare dalla sabbia un mostro anfibio chiamato Wavves che distrugga la città e il mondo. OK ragazzi, le prospettive sono diventate certezze: la band è carica (in tutti i sensi), stasera ci si diverte.

Appena dopo il calar del sole dietro le dune sul palco salgono Wavves e i suoi due corpulenti valletti, ex componenti della band del compianto Jay Reatard: il bassista ha i capelli come Buzz Osborne dei Melvins e probabilmente deve aver ereditato maglietta candeggiata e shorts di jeans da un vecchio zio hippie 20 chili più magro. Il batterista appena sedutosi di fronte ai tamburi rivendica la somiglianza con Jack Black che gli è stata affibbiata nel pomeriggio, io ribatto con un più calzante Philip Seymour Hoffman in 'Radio Rock' con i capelli lunghi. Nathan Williams a.k.a. Mister Wavves è il meno appariscente del trio, un Conor Oberst dallo sguardo smaliziato capace di skateare e provarci con le ragazze, più intento a sistemare chitarra e pedali che ad intrattenere il folto pubblico già in fibrillazione. Distorsioni OK, riverberi della voce OK, Wavves e il batterista cominciano a urlare più volte il nome di Satana con l'effetto eco alla voce, sostenendo di suonare in suo nome. Ottimo incipit.

Si parte con 'Friends Were Gone', archetipo del brano Wavves nella cui struttura si incontrano e scontrano le chitarre graffianti noise punk e i coretti pop alla Beach Boys. Al secondo pezzo si entra nel vivo del concerto: la tanto attesa 'King Of The Beach' in versione super adrenalinica viene cantata a squarciagola dai presenti e un accenno di pogo fa ruzzolare qualcuno della prima fila sul palco, ovviamente non delimitato da transenne o barriere. La maggior parte dei pezzi in scaletta proviene dal nuovo disco e la differenza con le vecchie composizioni è palese: le melodie nei primi due album erano soffocate sotto tonnellate di effetti a pedali e una registrazione lo-fi. Ora, come un serpente che si libera della vecchia pelle, Wavves suona molto più pulito e mainstream, mantenendo immutata la dose di teen angst, marchio indelebile della sua produzione a livello musicale e di artwork.

'Idiot', 'Take On The World' e 'Green Eyes' sembrano omaggiare rispettivamente Nirvana, Pixies e Sonic Youth, gruppi dei quali Wavves è stato definito il naturale erede nei commenti post-concerto che ho sentito in giro. Si torna al passato con l'esecuzione di 'Beach Demon' e 'Weed Demon', i due unici pezzi del primo singolo pubblicato nel 2008. Il primo è un brano dalla spericolatezza garage mutuato dai No Age, padrini del lo-fi californiano, mentre il secondo è la sua nemesi, unico passaggio semi acustico del concerto, quasi un'invocazione pagana in falsetto per omaggiare la loro principale fonte d'ispirazione compositiva.

Si riparte con i pezzi nuovi, il pubblico lievemente assopito dall'ultimo mantra lisergico si risveglia, si balla di nuovo e ci si spintona felici con le note di 'Post Acid' e 'Super Soaker'. La prima fila sembra uscita da una pubblicità del dentifricio, tutti sorridenti e soddisfatti da una performance live di assoluto livello. L'alto tasso di nerdaggine californiana tra un brano e l'altro, con i classici richiami a weed e alcol, lascia il posto a una nevrotica ma controllata meticolosità durante l'esecuzione dei pezzi, con frequenti digressioni finali in cui le chitarre si disperdono nel rumore puro e la batteria arriva alla soglia delle mitragliate di matrice death metal. L'esecuzione di 'So Bored', con ritornello cantato dal pubblico in modalità curva da stadio, consente di arrivare a fine concerto con un tasso di adrenalina ben oltre i livelli di guardia. I saluti e i ringraziamenti della band dopo la conclusiva 'No Hope Kids' non ripagano un pubblico che chiede ancora del fottuto rock 'n' roll, richiesta purtroppo non esaudita dai tre skaters di San Diego.

Dopo circa 40 minuti di musica suonata a mille i commenti del pubblico sono unanimi, la felicità tangibile e sincera: Wavves spacca il culo, Wavves è il nuovo Kurt Cobain, Wavves è il futuro. Anche se ha già raggiunto lo status di cult band, il concerto mi ha pienamente soddisfatto e alcune canzoni sono già dei potenziali classici, non mi spingerei a paragoni con icone generazionali. La scalinata per l'Olimpo del rock ha molti gradini ed è disseminata di ostacoli, la storia (come l'archivio di NME) è piena di band talentuose spacciate come next big thing che non hanno saputo spiccare il volo verso l'immortalità. Wavves è ancora al livello di talenti grezzi o incompiuti, più Craig Nichols che Kurt Cobain, più divertimento e attitudine punk fine a sé stessa che reale disagio interiore convertito in musica. Forse a Nathan Williams non importa diventare una faccia su una maglietta, una rock star milionaria con Rolex al polso e antidepressivi in tasca. Forse gli bastano una chitarra e uno spinello che gira allo skatepark dietro casa. Cantare di demoni e sognare mostri che distruggono il mondo. King for a day, fool for a lifetime.


[Le foto sono di Margot Pandone]

Fabio Marcon
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