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CONCERTI

Arcade Fire @ I-Day Festival, Bologna

di Teodoro Amedeo Roma

Il fatidico giorno è arrivato. Nulla mi avrebbe fatto perdere gli Arcade Fire a distanza di tre anni dall’ultima volta a Ferrara. Se ci penso potrei proiettarmi all’indietro meglio del Dottor Emmett Brown e far riaffiorare le emozioni del concerto che fu. Ora il collettivo canadese porta in giro, a spasso per il mondo, il nuovo ultimo lavoro, quel 'The Suburbs' tanto discusso nel bene e nel male, ma che alla fine sembra aver convinto tanti iniziali scettici. Personalmente, visto l’affetto che mi lega alla band e ai precedenti dischi, ho preferito arrivare 'vergine', consentitemi il termine, all’appuntamento del 2 Settembre. A parte qualche ascolto estemporaneo, ho preferito non imbattermi in una recensione del disco al fine di avere come primo impatto quello live.

Tornando alla giornata, il programma prevede non solo i beniamini tanto attesi, ma altre rinomate band per quello che risulta essere un vero e proprio festival di un giorno. La posizione però alquanto ostica nel calendario, ovvero in un giorno infrasettimanale peraltro post-vacanze, non aiuta i gruppi che suonano per primi a farsi promozione più di tanto. Infatti già noi, che siamo tra i primi a giudicare dall’affluenza iniziale, arriviamo tardi per le esibizioni di Joy Cut, gruppo locale bolognese a cui è stato affidato il compito di aprire le danze, e Chapel Club, promettente band britannica alla prima esperienza italiana, (ma non ultima, aggiungerei, dato che li rivedremo al Tunnel di Milano il prossimo 3 Dicembre).

Dopo aver così trovato un comodissima postazione all’ombra, vediamo salire sul palco i Fanfarlo. Sdraiati sull’erba comodamente ci facciamo trasportare dalla loro musica avvolgente canticchiando a distanza e, pur non conoscendo appieno la loro discografia, riconosciamo i pezzi noti dell’ultimo 'Reservoir', come la stupenda 'The Walls Are Coming Down', capace di togliere al non ancora folto pubblico ogni freno dovuto a timidezza. Apprezzabile anche il tentativo, ben riuscito, di parlare in italiano, per altro giustificato, vista l’amicizia che lega i ragazzi inglesi, in parte svedesi, ai bolognesi A Classic Education, ai quali, presenti per l’occasione, viene rivolto un saluto. Un destino sembra unire le due band. La volta scorsa erano stati proprio i bolognesi ad aprire per gli Arcade Fire e loro stessi avevano, tempo addietro, introdotto i Fanfarlo in Italia.

Che dire invece dell’esibizione dei tanto attesi Modest Mouse? Li si attendeva con ansia e tutto è stato vanificato dal loro fonico, che non è riuscito a trovare i giusti equilibri per tutto lo spettacolo (o forse avrà bevuto troppo sotto al sole del pomeriggio bolognese). Fatto sta che l’esibizione dello storico gruppo statunitense perde così tanto di efficacia e di mordente da farci virare verso gli stand delle piadine, anticipando così la ressa tra un’esibizione e l’altra.

Bella mossa è stata dal momento che a stomaco pieno e ancora in forza siamo pronti a vedere coloro per cui abbiamo pagato per intero il prezzo del biglietto. Gli Arcade Fire salgono sul palco alle 21:30 in punto e l’inizio è veemente, con due dei nuovi pezzi: 'Ready To Start' e 'Month Of May'. Sul palco sono in otto e ovviamente ad accompagnarli non c’è Owen Pallet, che persegue al momento nella sua carriera solista. Alle loro spalle, una scenografia che prevede un monitor/tabellone, come quelli delle autostrade, che trasmette immagini per lo più di riprese di loro dal vivo, con effetti aggiunti o tolti a seconda del pezzo. C’è anche un riflettore in pieno palco: una specie di palo con faretti da stadio, ma più in piccolo.

Insomma, tutto questo, unito alla loro energia, crea uno spettacolo unico, come nel terzo pezzo in scaletta, 'Tunnels', in cui cantano all’unisono col pubblico e alle loro spalle sembra stia davvero nevicando. Siamo in una di quelle ampolle o bolle di vetro usate come souvenir, fermi in quel luogo e in quel tempo, e non ce ne stiamo rendendo conto, come un sogno dal quale non vorremmo mai svegliarci.
Il concerto continua con tanti pezzi di 'The Suburbs', che sembrano incastonarsi alla perfezione al resto della discografia che poi, per l’occasione, è soprattutto repertorio 'Funeral'. Da 'Neon Bible' invece verranno tratti solo tre pezzi: 'Intervention, 'Keep The Car Running' (nei bis) e 'No Cars Go'.

Come si diceva, i pezzi del nuovo, tra cui c’è anche una stupenda interpretazione di 'Sprawl II' che vede una Regine meravigliosa donna/ragazza/bambina esibirsi in una danza al tempo stesso energica e sensuale, si alternano a quelli vecchi in veri e propri blocchi, ma il momento più intenso di tutto il concerto lo si deve al loro capolavoro del 2004: stiamo parlando di un’accoppiata mozzafiato di undici minuti e mezzo che ha visto susseguirsi senza respiro 'Power Out' e 'Rebellion (Lies)', alla fine della quale si arriva stremati e contenti. Sono gli ultimi due pezzi del set prima dei bis con la già citata 'Keep The Car Running' e l’immancabile, in chiusura, 'Wake Up', che rende l’Arena Parco Nord un coro univoco, una danza all’aperto da cui è difficile staccarsi e arrestarsi (ma bisogna pur farlo quando l’ultima nota è andata e le luci si sono spente).

Sono le 23, e quando dopo pochi minuti cominciano ad indicarci l’uscita capiamo che quella bolla altro non era che una bolla di sapone in volo per un’ora e mezza, e così non ci resta che aggrapparci all’ultima frase di Win Butler prima di lasciare il palco: “We’ll be back”, sperando che stavolta non saranno tre lunghissimi anni.


Setlist: 'Ready to Start', 'Month of May', 'Neighborhood #1 (Tunnels)', 'Crown of Love', 'Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)', 'The Suburbs', 'Suburban War', 'Intervention', 'Modern Man', 'No Cars Go', 'Haïti', 'We Used to Wait', 'Neighborhood #3 (Power Out)', 'Rebellion (Lies)'. Encore: 'Keep the Car Running', 'Wake Up'.


[Le foto sono di Alessandra Beatrice Castelli]