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Primavera Sound Festival @ Poble Espanyol, Barcellona (Spagna) - Chiusura

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Primavera Sound Festival @ Poble Espanyol, Barcellona (Spagna) - Chiusura

di Cristiano Gruppi

"[da 'Wikipedia'] Il Poble Espanyol (Paese Spagnolo) è un museo all'aria aperta ubicato sulla collina Montjuïc di Barcellona. Fu costruito in occasione dell'Esposizione Universale del 1929 sulla base di un'idea dell'architetto Josep Puig i Cadafalch. Venne concepito come un paese che racchiudesse le principali caratteristiche dei paesi spagnoli, e al suo interno sono riprodotte (su diversa scala) gli edifici, le piazze e le strade più rappresentative di alcune città spagnole."

E' proprio nella Plaça Mayor del Poble Espanyol che si sono tenute le prime edizioni del Primavera Sound, ed è proprio qui che il festival è tornato quest'anno, per il prologo e l'epilogo della manifestazione. La cornice è senza dubbio caratteristica, e i 4 concerti di oggi fungono anche da progressiva decompressione rispetto alle abbuffate dei giorni scorsi: del resto, è sempre più proficuo 'smettere' gradualmente che tutto d'un colpo.

Ad aprire sono i locals Me And The Bees (voto: 6), un quintetto catalano formato da tre ragazze e due ragazzi che è riuscito a far parte della scuderia della K Records. Sono autori di un indie-pop gradevole ma piuttosto innocuo, con melodie quiete influenzate dal lo-fi dei Pavement. Da perfezionare la dizione inglese della cantante. Seguono i My Teenage Stride (voto: 4), americani ma di spirito britannico, appaiono come una versione alquanto peggiorativa dei Wombats; certamente è la band che meno abbiamo apprezzato di tutte quelle viste.

Grande simpatia suscita Douglas T. Stewart, pacioso leader dei BMX Bandits (voto: 7), band che a noi dice poco ma che ha fatto la storia dell'indie-pop scozzese. Attiva dal 1986, ha visto passare tra le sue fila gente come Eugene Kelly dei Vaselines e Norman Blake dei Teenage Fanclub, ed è considerata una delle influenze principali anche per i Belle And Sebastian. Douglas, che si presenta in un eccentrico gessato bordeaux sopra a una t-shirt dei Puffi e a delle Gazelle rosse, continua a dialogare con il pubblico suscitando sorrisi e tanto buonumore, al punto che quasi si rimane davanti al palco, più che per le canzoni della band scozzese (buone melodie di pop piuttosto classico, ma senza grandi guizzi), per sentire cosa si potrà inventare il frontman nell'introdurre il brano successivo. Lo show si conclude con lo stesso Douglas che morde una mela in modo da disegnarvi un sorriso, immagine perfetta per descrivere l'amabilità di questa performance live.

Caricati a mille appaiono subito i Mercury Rev (voto: 9), autori di una delle migliori esibizioni dell'intero festival, aiutati dalla location che di certo si addice alla loro musica e al fatto di riproporre il loro disco migliore per intero, 'Deserter's Songs'. Sul palco sono in 5 ad affiancare i 'membri fondatori' Jonathan Donahue e Grasshopper, 5 musicisti evidentemente scelti per le loro capacità tecniche, dato che tutti insieme riescono a scatenare immediatamente un magma sonoro che rivolta come un calzino il famoso LP del 1998. Il barocchismo multistrumentale rimane intatto, ma vi si aggiunge un tiro debordante, grazie soprattutto a basso e batteria, ma anche alla coordinazione dei due tastieristi, abili a rileggere le sfumature ornamentali che accompagnano canzoni come 'Holes' o 'Endlessly'. E se la splendida 'Goddess On A Hiway' è certamente il brano che suscita i consensi maggiori, è un'inedita versione di 'Opus 40', con lunghissima coda strumentale finale, a lanciare definitivamente l'esibizione e a candidarsi per l'oscar di serata.

La mimica di Donahue è al solito coinvolgente e suggestiva (la voce a questo giro meno), ma è evidente come questa sera, anche grazie al folto pubblico che non manca di tributare applausi continui al gruppo, i Mercury Rev siano in particolare stato di grazia. Lo si capisce da come tornano dietro le quinte per la pausa antecedente i bis, dandosi grandi pacche sulle spalle l'un l'altro e saltellando come dopo la vittoria di un trofeo sportivo. Il concerto si chiude con altri tre brani: la cover di 'Salsbury Hill' di Peter Gabriel e le loro 'The Dark Is Rising' e 'Senses On Fire', che suggellano uno show impeccabile quanto trascinante.

Per abbeverarci delle ultime gocce di quanto il festival ha da offrirci, ci spostiamo nel vicino Apolo, uno dei club più rinomati di Barcellona (dall'architettura che ricorda un teatro, con tanto di loggione e lampadari a cascata accessoriati di fluorescenti luci rosse). Qui i Black Angels (voto: 8) chiudono definitivamente il festival con un concerto sporco e cattivo, come solo certo rock-blues psichedelico riesce a essere. Se siete dei nostalgici dei Led Zeppelin e/o vi sentite orfani di Jim Morrison e dei Doors, questa è la band che fa per voi. Una degnissima conclusione che segna lo spartiacque per il ritorno a casa: tra qualche ora ci sarà un aereo pronto per riportaci a Milano, dove per fortuna e per altri motivi la festa continua.