Marion @ The Ruby Lounge, Manchester (Regno Unito)
7-4-2012

'Alive In Manchester' è l'emblematico titolo del live che i Marion stanno pubblicando in questi giorni, la prima testimonianza del fatto che quattro quinti della line-up degli anni Novanta è tornata a suonare insieme, riproponendo sia I brani dell'epoca che quelli scritti per il primo tentativo, effettuato tra il 2005 e il 2007, di riportare in auge il nome Marion, dove in realtà erano solo due i protagonisti che avevano vissuto il periodo d'oro, ovvero il leader Jaime Harding e il chitarrista Phil Cunningham. Non poteva che iniziare proprio da Manchester la serie di date a supporto di questa nuove release, che si spera non rimanga isolata e venga seguita, possibilmente, dalla pubblicazione di materiale da studio, visto che i brani consolidati che ancora non sono stati cristallizzati in un vero e proprio lavoro in sala di registrazione sono ormai sei.

Non c'è l'aria del grande evento nel piccolo club sito nel pieno centro della città: i Marion non hanno certo fatto presa su chi già non li seguiva prima, pertanto l'età media dei presenti è piuttosto alta ed è, quindi, tutta gente che di concerti ne ha visti troppi per provare ancora un'eccitazione adolescenziale per il ritorno dei propri idoli. Tutti sono qui per passare una serata tranquilla e spensierata, quindi non ci si accalca esageratamente sotto il palco e gli spazi sono larghi abbastanza per stare tutti comodi e poter assistere al concerto senza dover anche pensare alle botte ricevute da vicini scalmanati che stasera non ci sono o quasi. Si potrebbe obiettare che il rock è anche sudore e lividi ai concerti, ma l'ambiente a un concerto può in realtà essere genuino e coinvolgente anche senza queste forme di partecipazione così energiche, e quello al Ruby Lounge lo è stato al 100%.

In realtà la band non parte benissimo: 'Fallen Through', una delle migliori canzoni del loro repertorio, è eseguita dagli addetti alla parte musicale in modo più attento alla precisione che non all'impatto e Jaime la canta in modo svagato andando talvolta fuori tempo. Per fortuna questi problemi non si ripresenteranno più nel corso della performance: a partire dal brano seguente il cantato è molto più a fuoco e in chi deve suonare il sentimento e la passione prendono il sopravvento sulla timidezza. Ogni canzone viene meglio di quella precedente e, a partire da 'Time' fino alla fine la performance è di livello assoluto. Harding è ancora in grado di modulare il timbro vocale anche su tonalità altissime con una naturalezza ed un'espressività impensabili per moltissimi e i quattro musicisti hanno tutto quello che serve in una live band: compattezza, affiatamento ed il giusto equilibrio tra forza e sensibilità. C'è una tale coesione nel gruppo che quando nella conclusiva 'Sleep' si rompe l'amplificatore del chitarrista solista, il citato Phil Cunningham, quello ritmico, Tony Grantham, passa in un millisecondo a suonare la parte del compagno anziché la propria, ritenendo giustamente che essa fosse più importante per la resa complessiva del brano.

La simbiosi tra i musicisti e i fan è totale anche senza scene di isteria sotto al palco o incitamenti vari da parte del frontman. Jaime ci tiene a stabilire un rapporto intimo e informale con la gente e si comporta di conseguenza: canta con un bicchiere di vino in mano e poi chiede a qualcuno in prima fila di reggerglielo un attimo, riceve da qualcun altro una bottiglia di un superalcolico da cui attingono tutti i musicisti, bacia ragazze in transenna e tra una canzone e l'altra dice sempre qualcosa per far sentire tutti a proprio agio quasi come se fossimo insieme in un enorme salotto indossando pantofole a condividere un ideale divano attingendo a turno da una ciotola di patatine messa in mezzo. È un'ambientazione senz'altro particolare e inusuale che però è perfetta per il tipo di pubblico che i Marion hanno adesso: gente, come dicevamo, con un'esperienza di concerti tale per cui è più importante ascoltare e guardare in santa pace piuttosto che fare casino. E come anche accennavamo in precedenza, funziona tutto alla perfezione. Non c'è un'atmosfera moscia o dimessa, ma il relax è il motore grazie al quale la band e il pubblico si scambiano vibrazioni positive, la cui intensità è ovviamente moltiplicata dalla biunivocità della loro provenienza.

La setlist, ovviamente, ricalca in larga parte quella del live, con un paio di significative deviazioni: prima con 'The Collector', splendida b-side già eseguita nel 2006, poi con l'apertura degli encores affidata a 'Violent Men', il primissimo singolo della band, mai apparso su album. Detto che, ad avviso di chi scrive, la canzone venuta meglio in assoluto è stata una 'Let's All Go Together' davvero travolgente, non si può che constatare con piacere un ottimo stato di forma per la band, con un leader che, anche a giudicare dall'importante aumento della propria massa corporea, sembra davvero essersi liberato dalla schiavitù delle sostanze stupefacenti e con una sensazione generale di totale libertà dalla pressione e dalle logiche di mercato. I Marion del 2012 sono un gruppo di persone adulte che fanno quello che vogliono e che ha un seguito piccolo ma ancora appassionato e che sa supportarli nel modo giusto. Da qui a prevedere una nuova età dell'oro per la band ce ne passa, ma assunto che se son rose fioriranno, la semina stavolta sembra essere stata fatta proprio a regola d'arte.


SETLIST: 'Fallen Through', 'I Stopped Dancing', 'Hurricane', 'Sparkle', Oh Lord', 'Time', 'I Won't Pretend', Vanessa', 'The Collector', 'Let's All Go Together', 'The Biggest Painkiller Of All'. ENCORES: 'Violent Men', 'Vines', 'Sleep'.

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