Daniel Blumberg: ‘Minus’ (Mute, 2018)

2008, 10 anni fa. Daniel Blumberg è co-frontman dei Cajun Dance Party, una delle band inglesi più promettenti di tutti gli anni ’00. Appena maggiorenne, il suo nome già compare di frequente negli articoli di magazine e webzine musicali grazie a un ottimo album di brit/indie-rock, ‘The Colurful Life‘. I Cajun Dance Party, però, esisteranno solamente in quel 2008: già nel 2009 Daniel e l’amico Max Bloom li sciolgono per formare gli Yuck, e spostare le radici del proprio suono dall’Inghilterra all’America. Fortunatamente per loro, non cambia molto a livello ricettivo: l’esordio omonimo è un altro buon successo e anche agli Yuck tutti prospettano un radioso futuro. A Daniel, però, questo non basta. Vuole di più, a livello personale e soprattutto artistico, e comincia ad avvertire una forte insofferenza nei confronti degli impegni e dei compromessi a cui una band di quel livello deve sottostare. Decide così di lasciare gli Yuck e l’amico Max per intraprendere un lungo e tortuoso percorso in autonomia, tra progetti abbozzati e altri portati a termine: Hebronix, Oupa, Heb-Hex, Daniel Blumberg And Guo. Frequenta spessissimo il Café OTO di Londra, intorno al quale gravita una comunità di musicisti ‘radicali’ con cui si immerge in ore e ore di improvvisazioni. E’ come se non riuscisse a stare fermo un attimo, in continua ricerca di un’identità artistica che è evidentemente anche la ricerca di sé stesso. Purtroppo, questo fuoco che non riesce a spegnere ha anche conseguenze sulla sua psiche, tanto che viene ricoverato più volte per disturbi mentali. Il colpo di grazia lo dà, poco prima della registrazione di questo disco, la separazione dalla compagna con cui stava da 7 anni. Tenendo conto che Daniel di anni ne ha 27, è praticamente l’amore di una vita.

Non deve essere stato facile per Peter Walsh, produttore di lungo corso, portarlo in uno studio di registrazioni in quelle condizioni. Peraltro, in una zona sperduta e isolata del Galles, che di certo non aiuta a tenere alto il morale. Lo accompagnano due amici che aveva conosciuto al café OTO, il violinista Billy Steiger e il contrabbassista Tom Wheatley, più l’esperto batterista Jim White, uno che ha suonato con Dirty Three, Smog e Cat Power. Tutti insieme cominciano a costruire canzoni che sono diretta emanazione della complessa personalità di Daniel, che, anche se profondamente debilitato, per la prima volta sente di essere riuscito a trovare ciò che stava cercando. Lo si può sentire dalla sua voce, dal trasporto con cui interpreta i suoi brani. A partire dalla title-track ‘Minus‘, un quasi-capolavoro di sensibilità come non si sentiva dai tempi di Sparklehorse. Difficile non essere coinvolti da una scrittura e da un’esecuzione che appare immediatamente intima e sincera, cui danno grande apporto gli arrangiamenti essenziali incentrati su piano e violino. Certo, anche in questo suo primo LP solista Blumberg attraversa momenti di confusione, ‘Madder‘ ad esempio è un altro ottimo brano di tre minuti ‘nascosto’ da suoni improvvisati e decisamente ridondanti che lo dilatano fino a 12′ 30″, ma quando l’ex Yuck riesce a trovare sintesi (‘The Fuse‘, ‘Stacked‘, ‘The Bomb‘) i risultati sono, come direbbero gli inglesi, “outstanding“. ‘Minus‘ è un album che lascia il segno, non soltanto in chi l’ha concepito e realizzato ma anche in chi avrà l’attenzione e la pazienza di ascoltarlo, e si aggiunge alla serie di grandi esordi che stanno caratterizzando questa prima parte di 2018.

VOTO: 😀



 

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