5 SONGS: David Bowie
10-1-2017

di Luca Petinari

‘Five Songs’ di 'Indie-Rock.it' vuole essere una rubrica frizzante e divertente, ma con uno scopo ambizioso: riassumere la carriera di una band attraverso le loro cinque canzoni a nostro modo di vedere più belle e affascinanti, possibilmente tratte dai loro dischi cruciali. In ogni numero di questa rubrica vi proporremo l’ascolto delle cinque canzoni prescelte, debitamente accompagnate da una breve descrizione. Si parte con i Primal Scream.


Chi? David Robert Jones, dal 1962 meglio noto artisticamente come David Bowie. Artista eclettico, attivo e icona su e di più campi, dalla musica alla moda, fino alla sua morte, avvenuta il 10 gennaio 2016, due giorni dopo il suo 69esimo compleanno e dell’uscita del suo ultimo album 'Blackstar'.

Perché? Per aver cavalcato, trainato e ispirato oltre cinquant’anni di musica, sperimentando e reinventando ogni genere vissuto e affrontato di decade in decade.

Quando? Cosa?




1969 – Sulla falsa riga del debutto omonimo uscito due anni prima, Bowie ripete la solita formula folk in ’Space Oddity’ (inizialmente titolato anch'esso in maniera omonima), ma questa volta aggiungendo una vena psichedelica di sottofondo, a dare maggior onirismo al prodotto. La title-track di questo album è l’unico episodio degno di nota, ma è una nota che conferisce la lode gridando al capolavoro. Ispirato a '2001: Oddissea nello Spazio' di Kubrick, uscito l’anno prima, il singolo descrive l’avventura stellare del Major Tom – personaggio più volte ripreso nei brani di Bowie – tra proetin pills, elmetti e countdown. Il brano uscì a pochi giorni dalla prima spedizione sulla luna dell’Apollo 11 e la Terra non era ancora stata mai vista dallo spazio: sulla scia visiva di Kubrick, Bowie la descrisse come un sentimento: "Planet Earth is blue and there’s nothing I can do". ’Space Oddity’ lanciò la carriera di Bowie letteralmente in orbita. E dal quel giorno "The stars look very different today".








1971 - Abbandonate le ballad folk-acustiche degli esordi e dopo aver sperimentato riff che richiamano con largo anticipo la rudezza punk e l’oscurità gotica con ‘The Man Who Sold The World’ (1970), David Bowie si affaccia con ’Hunky Dory’ al mondo del glam, entrando così di prepotenza tra i protagonisti degli anni ’70. In un campionario di capolavori compositivi, spicca l’orchestrale ’Life On Mars?’, la quale richiama, ancora una volta già dal titolo, le ambizioni spaziali di Bowie. Il testo è stato definito tra i più criptici e strani di sempre, un surrealismo artistico messo in parole, che lasciano pensare a una provenienza aliena. È il brano manifesto di quel periodo e il preludio ideale per la scesa di Ziggy Stardust tra gli umani, il primo dei tanti personaggi messi in scena da Bowie, che sarebbe arrivato l’anno successivo.








1972 – Se ’Hunky Dory’ aveva attestato le capacità compositive e il gusto pop stratificato di Bowie, ’The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars’ eleva tutto all’ennesima potenza. Un concept album su una futura venuta aliena sulla Terra, fortemente influenzato dalle sonorità e dall’estetica glam che ha caratterizzato la realizzazione del personaggio Ziggy Stardust, figura tramite la quale Bowie si è esibito nei vari live alimentando l’ambiguità sul suo orientamento sessuale. Cruciale per la sua carriera fu ’Starman’, singolo inserito per il rotto della cuffia all’interno dell’album (al suo posto doveva esserci una cover di ’Round And Round’ di Chuck Berry). Si tratta di un brano dalle venature pop-rock, con parti acustiche di chitarra e arrangiamenti di archi, che narra l’intromissione nelle frequenze radio del messaggio alieno di un Uomo delle stelle che promette ai giovani la salvezza del pianeta Terra, tragicamente condannata nella opening-track. ’Starman’ è considerato il più grande successo di Bowie all’epoca dai tempi di ’Space Oddity’, grazie alle sue parti melodiche irresistibili e a una performance a Top Of The Pops entrata nella leggenda il 6 luglio del 1972. Un Bowie vestito con una tuta che ricorda quella degli astronauti di '2001: Oddissea nello Spazio' ammicca davanti alla telecamera: "I had to phone someone so I picked on you". E’ la chiamata di Ziggy Stardust al grande pubblico, il quale rispose lasciando entrare quel messaggio alieno nelle proprie case.








1977 – Nel giro di sei anni la vita e la carriera di Bowie hanno subito diverse metamorfosi: dalla morte – artistica, si intende – di Ziggy Stardust si è passati al volto saettato ‘Alladin Sane’ (1973), passando per i costumi con richiami alla cultura indiana in periodo ‘Pin Ups’ (1973) e all’ibrido individuo raffigurato in ’Diamond Dogs’ (1974), passando al plastic soul di ’Young Americans’ (1975) che porta così al sorpasso del glam verso generi e forme sperimentali. Da ’Station To Station’ (1976) ne esce un nuovo personaggio, il Duca Bianco, elegante ma visibilmente segnato dall’uso della cocaina ("non ricordo un singolo giorno delle registrazioni", disse Bowie a proposito del suo soggiorno losangelino) nella sua figura semplice, magra e longilinea. Qui l’apertura verso l’elettronica, l’ambient e il kraut-rock che portarono Bowie – accompagnato dall’amico Iggy Pop – a una storica ‘disintossicazione’ in quel di Berlino. Qui nacque una delle trilogie fondamentali della storia della musica, partita con ’Low’ (1977) e terminata con ’Lodger’ (1979). L’intermezzo con ’Heroes’ rappresenta al meglio la maturazione e l’elevata produzione artistica di Bowie in quel periodo, suggellata da una collaborazione con Brian Eno. Il brano che dà il titolo all’album è il simbolo del soggiorno berlinese del Duca Bianco. Una nota infinita di chitarra suonata da Robert Fripp su propulsione kraut danno vita a un crescendo sonoro, tanto accessibile quanto votato alla sperimentazione, che cattura ogni umore e ogni sentimento della Berlino post-bellica alla fine degli anni ’70: due amanti "Standing by the wall", uniti sotto il simbolo della divisione sociale e politica e con un sogno. "We can be heroes, just for one day".








2016 – Dopo le sperimentazioni del period berlinese, Bowie si dedicò nei decenni successivi alla new wave, alla disco (con ’Let’s Dance del 1983 aiutato alla produzione da Nile Rodgers, rompendo il periodo di collaborazione con Tony Visconti), all’elettronica di derivazione techno e jungle negli anni ’90 e al rock nelle sue forme più classiche a cavallo tra anni ’90 e ’00. Da lì una pausa di dieci anni, che si interruppe con ’The Next Day’ nel 2013, album che attesta un buono stato di forma compositivo ma che si limita a essere un’ottima sintesi di quanto prodotto in carriera. La svolta arriva tre anni dopo con ’Blackstar’, l’album che si rivelerà essere il testamento del Duca Bianco. ’Lazarus’ è il brano che più di tutti suggerisce l’imminente scomparsa dell’artista, vero e proprio Lazzaro discografico, nato e risorto più volte tramite i suoi personaggi e non solo. Questa volta però ci suggerisce essere quella definitiva. ’Lazarus’ è una mini-suite che progredisce tra jazz e art-rock, sostenuta da un assolo di sax e racconta il male che sta portando via Bowie: "I’ve got scars that can’t be seen, I’ve got drama that can’t be stolen", è l’evidente riferimento al suo cancro. David Bowie scompare il 10 gennaio del 2016, due giorni dopo l’uscita di ’Blackstar’, avvenuta nel giorno del suo 69esimo compleanno. La doppia lettura di ’Lazarus’ prima e dopo la morte restano uno dei momenti più toccanti e artisticamente più alti dell’intera carriera di Bowie. "Look up here, I’m in heaven", recita il primo verso. La conclusione perfetta di questa storia, cominciata con uno sguardo verso il cielo. "And the stars look very different today".







Gli episodi precedenti:

- Arctic Monkeys
- Blur
- Death Cab For Cutie
- Bob Dylan
- Nine Inch Nails
- Oasis
- Pixies
- Primal Scream
- Queens Of The Stone Age
- Sigur Ros
- Strokes

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