Intervista: Woods
17-3-2017

di Antonio Paolo Zucchelli

La settimana scorsa vi abbiamo annunciato ‘Love Is Love’, il decimo album dei Woods, che uscirà il prossimo 21 aprile, ma pochi giorni prima avevamo scambiato due chiacchiere via Skype con Jarvis Taveniere, il bassista e produttore della band di NYC, in vista del loro imminente tour europeo, che li porterà anche in Italia per quattro imperdibili date (venerdì 31 marzo allo Spazio 211 di Torino, sabato 1° aprile al Monk Club di Roma, domenica 2 al Bronson di Ravenna e martedì 4 al Serraglio di Milano). Oltre che dei concerti italiani e del recente album, ‘City Sun Eater In The River Of Light’, e delle sue interessanti nuove direzioni sonore, abbiamo parlato del progetti futuri, di Donald Trump, delle cassette, dell’Hana-Bi, della Woodsist Records e di tanto altro. Ecco cosa ci ha raccontato Jarvis.


Indie-Rock.it – Ciao Jarvis, buon pomeriggio. Come stai?

Jarvis Taveniere - Tutto bene. Sono al lavoro in studio.

I Woods stanno lavorando su nuovo materiale?

Io lavoro sempre in studio, ma ti posso dire che anche i Woods stanno lavorando su nuovo materiale.

Siete sempre molto impegnati e produttivi.

Sì, non ci fermiamo mai.

Allora ti chiedo subito se avete l’intenzione di pubblicare qualcosa di nuovo quest’anno oppure il prossimo.

Abbiamo lavorato in studio e molto presto faremo sapere quali sono i nostri piani. Dopo l’elezione di Trump come presidente ci sentivamo… non lo so… avevamo bisogno di creare della musica.

Credo di aver capito quello che stavi dicendo.

Il giorno dopo delle elezioni ci siamo detti: “Andiamo in studio”.

Volevate lavorare sulla vostra musica per non pensare alla politica?

In un certo senso è stato così. Creare musica è stata un’esperienza molto bella, sebbene il soggetto avesse a che fare con le elezioni. E’ stato bello poter fare qualcosa.

Ci saranno testi politici nel vostro prossimo album o nella vostra prossima uscita?

Siamo sempre stati molto diretti a livello di testi e ci piace lasciare le cose aperte all’interpretazione, ma credo che sia inevitabile.

Quindi anche a voi, come quasi a tutti, non piace il nuovo presidente?

Sì, come alla maggior parte delle persone.

Parlando del vostro tour europeo, quando inizierà?

A fine marzo.

Quindi inizierete proprio in Italia?

No, l’Italia sarà nel mezzo e credo che ormai avremo passato il jet-lag, quando suoneremo da voi. Sono sicuro che sarà fantastico.

Parlando di Ravenna, cosa ne pensi della venue in cui avete suonato due estati fa, l’Hana-Bi?

L’Hana-Bi è il meglio. E’ così bella, ci è piaciuta tantissimo e non vediamo l’ora di poter tornare a suonare lì.

C’è sempre un’atmosfera magica lì.

Sì e anche le persone che lo gestiscono sono fantastiche. Ci siamo divertiti molto. Quella sera siamo rimasti alzati fino a tardi a ballare.

Nel vostro nuovo album, 'City Sun Eater In The River Of Light', si nota una importante crescita nel vostro sound e una grande aggiunta di nuovi elementi. Che cosa ci puoi dire in merito a queste nuove idee? Come sono entrate nella vostra musica?

Con il disco precedente, ‘With Light And With Love’, abbiamo portato quello che stavamo facendo, il folk-rock, alla fine. Eravamo esausti delle idee che avevamo. E’ anche stato il primo disco registrato in uno studio vero e proprio. E’ bello perché abbiamo realizzato queste nuove idee. Questo ci ha permesso di muoverci verso cose nuove, come poter lavorare con una sezione di fiati.

Che cosa ci puoi dire delle vostre influenze jazz?

Quella è stata soprattutto un’influenza di Jeremy (Earl, voce, chitarra). Tutti noi comunque amiamo il jazz ed è stato un’ispirazione soprattutto per la prima canzone del disco. Molta musica africana che abbiamo ascoltato ha questi arrangiamenti di fiati, sono più intensi, sono più aggressivi ed era lì che volevamo andare.

E’ una cosa molto positiva ed è fantastico che, dopo dieci anni che suonate insieme, riusciate a evolvervi ogni volta. Con ogni disco riuscite ad aggiungere qualche nuovo elemento e a mantenere le cose sempre interessanti sia per i fan che, immagino, anche per voi.

Sì, assolutamente. Prima di fare questo disco abbiamo parlato dei vari stili musicali che non avevamo veramente utilizzato nei lavori precedenti o almeno non quanto avremmo voluto: la ragione per cui è stato così gratificante e così divertente è perché, se c’è qualcosa che ci piace, cerchiamo di incorporarla, nel modo in cui possiamo, all’interno della nostra musica. Non c’è nulla che non possiamo fare o che non possiamo provare. Non credo che faremo un disco jazz, ma possiamo prendere questi elementi e inserirli all’interno di ciò che stiamo facendo.

Quali sono state le vostre maggiori ispirazioni per ‘City Sun Eater In The River Of Light’?

Per alcune canzoni la maggiore ispirazione è stata il jazz. Abbiamo ascoltato queste compilation etiopi. Siamo stati molto influenzati da questo musicista etiope, Mulatu Astatke, ma ce ne sono parecchie altre nel disco.

Parlando dei vostri live-show, spesso fate queste lunghe jam e le canzoni diventano differenti rispetto alla loro versione sul disco. In che modo cercate di trasformarle, durante i vostri concerti?

E’ sempre diverso perché non sai mai quali canzoni diventeranno più accessibili dal vivo fino a quando non le hai suonate alcune volte o magari venti o anche trenta volte. Per questo nuovo disco, abbiamo dovuto suonare le nostre nuove canzoni dal vivo per alcuni mesi, prima che diventassero quello che sono ora live. E’ sempre differente; quando facciamo un nuovo disco non sappiamo mai quale canzone scateni nuove idee, ma accade sempre qualcosa e tutti hanno una reazione.

Negli ultimi anni hai prodotto alcuni dischi per altre band. Che cosa ci puoi dire delle tue capacità come produttore? Pensi che potranno esserti d’aiuto anche per i prossimi album dei Woods?

Sì, certamente. Ho iniziato a registrare dischi insieme ad altre band da parecchio tempo e questo sicuramente aiuta. Ho imparato molto da quelle esperienze e l’ho potuto portare all’interno della musica dei Woods, ma ci sono anche molte cose che ho imparato nei Woods che ho potuto inserire nei lavori delle altre band. E’ più un fatto di lavorare sempre. Credo che iniziare a collaborare con delle altre band mi abbia aiutato a capire le mie forze e a vedere come riuscivo a lavorare al di fuori dei Woods. Poi ritorno a lavorare con i Woods con maggiore fiducia in me stesso perché conosco ciò che sono capace di fare, conosco le mie parti deboli e so quello per cui ho bisogno di fare affidamento nelle altre persone con cui sto lavorando. E’ sempre stato un aiuto.

Quanto pensi che siate cresciuti come band in questi dieci e più anni insieme? E quanto si è evoluto il vostro sound nel corso di questo periodo?

Credo che si sia evoluto molto e molto velocemente. Amo ancora molto i nostri primi dischi, ma so che, quando li portavamo in tour, non eravamo ancora molto bravi con i nostri strumenti e nemmeno a registrare, ma era un’espressione di persone che volevano fare arte e fare musica. Abbiamo fatto musica per tanto tempo, prima di diventare una vera band e di essere capaci di suonare gli strumenti. Gli ultimi anni sono stati molto emozionanti per vari motivi rispetto ai primi tempi nella band, dove abbiamo dovuto imparare come suonare insieme. Ora abbiamo imparato a fare un disco in studio, che è qualcosa veramente eccitante, perché noi registriamo sempre, sia all’interno di uno studio che in casa con solo due microfoni.

Penso che possa essere abbastanza diverso registrare in camera o in uno studio.

Sì, puo’ essere qualcosa di molto diverso. Essendo stato così spesso in studio, mentre lavoravo con altre band, mi ha fatto perdere la vergogna. Non sono più spaventato e non mi sento più a disagio a lavorare in uno studio. Volevo abbattere quel muro. E’ stato qualcosa che non avevo pianificato.

Preferite registrare nella vostra camera?

Sono felice di essere a mio agio ora e registrare all’interno di uno studio è diventato come registrare in camera. Non ho paura. Non faccio affidamento sull’atrezzatura, credo che le persone con le loro idee possano far sì che gli strumenti suonino nel modo giusto.

Possiamo parlare della Woodsist Records? Come riuscite a gestire la vostra casa discografica, pubblicando la vostra musica e quella di altre band? E’ qualcosa di difficile? Con quali criteri decidete le band con cui lavorare?

Molto spesso le band che escono per la Woodsist sono nostri amici. La maggior parte delle volte siamo legati a qualcuno: ovviamente ci deve piacere la loro musica, ma dobbiamo anche avere il senso che possa essere facile lavorare con loro oppure deve essere qualcuno con cui ci piace passare del tempo o parlare al telefono. Vogliamo mantenere la nostra etichetta nello stesso modo in cui funziona la nostra band, cioè vogliamo che ci si possa divertire. Vogliamo produrre buona musica di cui le persone possano godere. E ovviamente anche le relazioni sono importanti.

Avete sempre realizzato i vostri lavori sia in vinile che in cassetta: che cosa ne pensi di questi due supporti, che negli ultimi anni sono tornati in maniera importante sul mercato? A me piacciono molto entrambi.

E’ ciò con cui siamo cresciuti.

Sai che la prima volta che vi ho visti dal vivo, credo che fosse nel 2014 a Bruxelles, in una venue chiamata Atelier 210, ho comprato una cassetta, penso di ‘Bend Beyond’ e tu me l’hai autografata?

Davvero? Mi fa piacere. Quando siamo cresciuti compravamo sempre le cassette e i primi dischi dei Woods sono stati registrati su una cassette 4-track. Le cassette sono sempre state nella nostra vita. Ho ancora un registratore a casa. Sono belle, poco costose e hanno un buon suono. Tendiamo a dimenticarcelo, ma la gente vuole registrare su nastro, in maniera analogica. E’ divertente e anche economico. Ora molte case discografiche pubblicano cassette. Per i dischi devi far pagare troppi soldi, mentre le cassette sono molto più economiche. La puoi mettere nella tua macchina e magari hai delle cassette che ascolti solo quando sei in macchina e magari non le ascolti da nessun altra parte, perché hai un lettore di cassette solo nella tua macchina. A dire il vero ora sono pochi quelli che hanno le cassette in macchina.

Oggi non ci sono più nemmeno i cd, ma solo le chiavette Usb.

Sì, ma io sono un romantico e mi piace il passato.

Ti capisco, anch’io amo moltissimo le cassette. Non so, sono economiche e le puoi toccare, per me sono fantastiche.

Se si rompono, le puoi aggiustare. E’ bellissimo.

Che cosa ci puoi dire del processo creativo all’interno della vostra band: c’è qualche persona in particolare che scrive la musica o i testi o è qualcosa di più collaborativo?

Jeremy è quello che scrive la maggior parte delle canzoni. Molte partono come idee su cui noi poi collaboriamo, ma nella maggior parte dei casi lui scrive ottime canzoni e ha ottime idee. Molte delle parti dei fiati sul nuovo disco sono idee sue e altre dei suonatori dei fiati.

Che cosa ci puoi dire di NYC, la vostra città? C’è sempre stata una fantastica scena musicale lì. Quanto siete stati influenzati dalla vostra città nel corso degli anni?

Per me è sempre stata una grande influenza.

Ho letto che ora Jeremy abita a nord dello stato di New York.

Ha una casa lì, ma abita anche a New York City, divide il suo tempo (tra i due luoghi). New York è sempre stata un’influenza importante, ma va e viene. Abitando in città, abbiamo sempre reso romantico andare ad abitare fuori dalla città. La città si attacca in un modo molto strano. Questo disco ha un’atmosfera della città per quel che riguarda la velocità della musica, specialmente in ‘Sun City Creeps’. Sarebbe potuta essere un po’ più lenta, ma fa parte del ritmo della città che non puoi evitare. Abbiamo anche canzoni più rilassate, dove sogniamo a occhi aperti la California.

Hai qualche nuova band interessante da suggerire ai nostri lettori?

Di recente sto ascoltando moltissimo Ebo Taylor. E’ un musicista africano.

Sai che suonerà proprio in questi giorni a Bologna? Magari lo vado a vedere.

E’ fantastico. Ti consiglio il suo album ‘Love And Death’. E poi ‘Conflict Nkru!’ è un altro che noi amiamo molto. Ha degli ottimi arrangiamenti di fiati e un bel ritmo. E’ materiale veramente eccellente. E poi, sempre in quel genere, prova ad ascoltare Pat Thomas.

Grazie mille Jarvis. Ci vediamo presto in Italia.

Grazie mille. Ci vediamo in Italia.


Pubblicità

NEWS.-

DISCHI.-


CONCERTI.-

Facebook