5 SONGS: Radiohead
9-11-2017

di Danilo Nitride

‘Five Songs’ di 'Indie-Rock.it' vuole essere una rubrica frizzante e divertente, ma con uno scopo ambizioso: riassumere la carriera di una band attraverso le loro cinque canzoni a nostro modo di vedere più belle e affascinanti, possibilmente tratte dai loro dischi cruciali. In ogni numero di questa rubrica vi proporremo l’ascolto delle cinque canzoni prescelte, debitamente accompagnate da una breve descrizione.



Chi? Thomas Edward Yorke, I fratelli Colin e Jonathan Richard Guy (Jonny) Greenwood, Edward John (Ed) O’Brien e Philip Selway: insomma, i Radiohead!

Perché? Perchè l’ultimo trentennio non ha visto nessuno mai così capace di innovare, sperimentare ed evolversi senza perdere la propria identità.

Quando? Cosa?




1995 - Cimentarsi in una summa dei Radiohead è quanto mai un’impresa ardua che di sicuro scontenterà i lettori-fans, ma non si può prescindere dal fare un accenno agli inizi. Era il 1992 e i 'nuovi' Radiohead pubblicavano il singolo ‘Creep’, manifesto auto-commiserativo di un’intera generazione di adolescenti che negli Stati Uniti ben accolsero il pezzo, visti i rimandi sonori e testuali al grunge, all’apice in quegli anni. Ecco che 'Creep', ma non il disco in cui è contenuto ('Pablo Honey'), diventa un’etichetta da cui smarcarsi, da cui purificarsi per non cadere nel dimenticatoio. Per cui i nostri dimostrano di non essere l’ennesimo gruppo britannico nato sull’onda delle varie correnti in cui l’alt-rock si stava frammentando in quegli anni, bensì qualcosa di più. ‘The Bends’ è questo, una prova di forza sonora ma al tempo stesso un riuscito esperimento di ballate catartiche nei confronti del passato. Il pezzo scelto è ‘Just’, uno dei singoli del disco, contraddistinto da una struttura sonora standard, intervallata, però, da accelerate chitarristiche che conferiscono potenza all’intero pezzo. Un brano che si presta a diverse possibilità interpretative (autobiografiche, letterarie) ma che nel ritornello assume i contorni dell’ammonimento rispetto ai molteplici modi di autodistruzione che ciascuno può procurarsi: “…Is that you do it to yourself – Just you and no one else – you do it to yourself”.




1997 - Sono passati appena due anni da ‘The Bends’ e la band britannica, sempre più consapevole di sé stessa, sforna uno dei capolavori più amati, oseremmo dire il capolavoro politico: ‘OK Computer’. È il disco dove si comincia ad intravedere una certa crescita intellettuale dei Radiohead: testi che analizzano la realtà, che provano a dare una chiave di lettura lungimirante e che si sintetizzano nell’eccessiva alienazione che imprigiona l’uomo che si affaccia alla finestra del nuovo millennio, una sorta di Taylorismo e Fordismo 2.0. Alienazione sociale, politica ma anche e soprattutto sentimentale: ‘Let Down’, infatti, appartiene a quest’ultima. Il pezzo è un ossimoro emozionale: gli arpeggi delle chitarre di Greenwood ed O’Brien sono dolci, ipnotici ed onirici, una sorta di carillon che fanno da morbida base alla sovrapposizione delle liriche, invece crude e pungenti. Il tutto crea una tensione emotiva che avvolge l’ascoltatore, in cui viene sciorinato il concetto fondamentale del brano, ossia la delusione che proviene dai comportamenti delle persone circostanti, poco inclini all’approfondimento ed alle conseguenze delle proprie azioni. A tal proposito emblematico è il ritornello: “Let down and hanging around, crushed like a bug in the ground”.




2000 - Se si apre la pagina Wikipedia sui Radiohead si legge immediatamente una dichiarazione di Thom Yorke: “Nella storia dei Radiohead, ogni disco rappresenta un’impresa. Per costruire e andare avanti, abbiamo ogni volta demolito tutto quello che avevamo fatto fino a quel momento…”. Ecco, in ‘Kid A’ e nel suo gemellino ‘Amnesiac’, la demolizione è totale, il varco del nuovo millennio è stato superato e gli anni duemila ci consegnano un gruppo rinnovato, soprattutto sotto il profilo dell’approccio sonoro. Le chitarre, preponderanti fino a quel momento, vengono in parte sostituite da una miriade di strumenti elettronici e non: sintetizzatori, drum-machine, onde Martenot, fiati, archi, preponderanza di ritmi sincopati e nevrotici, sono i dominatori assoluti della scena. La scelta qui è ricaduta su ‘Everything In Its Right Place’, pezzo iniziale del disco che sintetizza al meglio il nuovo corso. Le prime note di synth che introducono il brano, rappresentano una caduta del sipario che mostra la ricercatezza di un suono più artefatto che strizza l'occhio alle influenze musicali di York e, con maggiori sfumature sonore dettate dall'elettronica. I testi sono più ermetici rispetto al passato, quasi inesistenti come in questo caso, rappresentando una sorta di accompagnamento vocale all’equilibrio sonoro ricercato, ben tradotto dalla frase d’apertura (nonché titolo) “Everything in its right place”.




2001 - Non è passato ancora un anno da ‘Kid A’ che i nostri pubblicano un nuovo disco, ‘Amnesiac’, quello che da più parti è stato definito come il suo gemello. E per l’appunto di un continuum si tratta se si considera il canovaccio musicale che lo sorregge. Un prosieguo, però, che presenta una propria identità testuale e sonora. Rispetto al predecessore i testi ritornano a rappresentare un ruolo di comprimario con la musica: si parla di amore, di morte, di politica, una sorta di spiegazione di 'Kid A', come lo stesso Yorke ha tenuto a precisare in alcune interviste rilasciate all’epoca, ma anche una sua evoluzione figlia dei tempi così rapidamente cangianti. ‘Like Spinning Plates’ è un brano dalla struttura simile ad altri brani dei Radiohead presenti nei precedenti dischi: il contrasto tra un testo irruente, veemente e una costruzione sonora agli antipodi, fatta di romanticismo e melanconia. È un brano politico, un’invettiva nei confronti dei signori della guerra (“While you make pretty speeches / i’m being cut to shreeds / you feed me to the lions”) – dove uno Yorke visionario presagisce scenari bellici che di lì a qualche mese (vedi 11 settembre 2001) non sarebbero tardati a palesarsi. Il brano è presente nella discografia dei nostri in una duplice versione: quella originaria del disco, contraddistinta da sonorità rarefatte e distorte, e una seconda, invece, contenuta nel disco registrato live 'I Might Be Wrong', dove lo schema iniziale del pezzo viene riarrangiato in una struggente melodia al pianoforte che fa fuoriuscire tutta la carica melanconica di questo brano.
 



2007 - “I don’t want be your friend / I just want to be your lover”, così si apre uno dei brani più romantici e soavi della loro settima fatica in Studio, ossia ‘In Rainbows’. Una parentesi sul disco e su quello che sono diventati i Radiohead è d’uopo. Con ‘In Rainbows’ i Radiohead raggiungono luoghi apicali, si rimettono in discussione, ma questa volta il risultato è una perfetta sintesi di tutto quello che sono stati fino a quel momento: c’è una perfetta compenetrazione delle loro diverse anime musicali, un meccanismo ad incastro dalla sincronizzazione perfetta. Il tutto accompagnato da un sistema di distribuzione mai visto prima: fino alla pubblicazione in formato fisico, il disco era acquistabile in download sul loro sito ad un prezzo scelto discrezionalmente dal compratore. Dicevamo del brano: sì, 'House Of Cards'' è una delle canzoni d’amore più belle mai scritte da Yorke, fatta di pochi concetti, semplici, immediati che ci donano un Thom “stilnovista” (cfr. Gianfranco Franchi – Radiohead. A Kid. Testi commentati, ed. Arcana), innamorato del concetto di amore. L’arpeggio di Jonny e gli echi dei riverberi delle chitarre di Ed completano il quadro onirico, dipinto con i colori dell’arcobaleno.




I precedenti '5 Songs' li potete trovare nella sezione 'Importante!' di questo sito.

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