Best of '00s: Death Cab For Cutie, 'Transatlanticism' (2003)
31-12-2009

Qualcuno potrebbe dire che trattasi solo di “un po’ di storia che si ripete”. Qualcun altro potrebbe semplicemente chiudersi in camera, indossare le cuffie, far andare questi 46 minuti scarsi e lasciare al flusso di pensieri ed intuizioni derivative l’onore ed onere di spiegare perché questo 'Transatlanticism' meriti di essere impacchettato tra i migliori 10 album della variegata decade che ci lasciamo alle spalle.

Il 2003 è un anno di confine: da un lato, i fasti del rinato garage rock degli Strokes rimbalzano dall’altro lato dell’Atlantico, spolverando i dancefloor d’Europa, creando di nuovo una 'scena' degna di questo nome e figliando schiere di post-adolescenti che s’arruffano i capelli, con Converse sdrucite ai piedi e corde vocali altrettanto sdrucite da abuso di Marlboro. In terra nordamericana, quando tutti credono che il gioco sia tornato di nuovo a farsi a NYC, in realtà i baricentri musicali cominciano a spostarsi, muovendosi sulla linea che dal limite occidentale estremo degli Stati Uniti ammicca alle terre canadesi, da Vancouver, giù di corsa per tutta la route transcanadienne, fino a Montreal. Da Portland, Oregon, esplode infatti l’ensemble di Colin Meloy che conquista il mondo indie con il folk-pop barocco e pindarico di 'Castaways & Cutouts', ripubblicato dopo l’uscita nel 2002, e di 'Her Majesty The Decemberists'. È sempre nel 2003 che la dimensione folk rivisitata e corretta esplode nel mondo con l’eco di 'You Forgot It In People': il disco dei Broken Social Scene, dopo l’esordio nella natia Canada, viene ripubblicato negli US con clamore maximo di pubblico e critica. In pochi mesi, Toronto è la nuova “Berlino che incontra Londra che incontra L.A. a braccetto con Parigi” e la coralità della sperimentazione è il nuovo must che troverà suo massimo compimento, qualche mese più tardi e qualche chilometro più ad est, nel meraviglioso esercizio di 'Funeral' degli Arcade Fire.

È in questa porzione di Nordamerica e in questo territorio musicale neo-intimista che si rifugia la generazione dei geek che non si riconoscono nel clamore sfacciato da vetrina degli figliocci degli Strokes. Spinti da un rifiuto profondo, ostile e consapevole verso la politica di George W. Bush che, proprio nel 2003, avvia la famelica campagna verso il Medioriente di Saddam, i post-adolescenti dei campus universitari americani, e i loro spiriti affini nell’Europa “che sta a guardare”, preferiscono indulgere alla contemplazione di se stessi e all’immane fatica dell’analisi delle relazioni umane e sentimentali. Quando l’esterno è troppo spiacevole da osservare, è il proprio micro-cosmo a segnare il perimetro di conforto della propria quotidianità. E della musica che si ascolta.

Ed in questa “trappola meravigliosa” 'Transatlanticism' si incastra a perfezione. Ben Gibbard & soci provengono dalla zona di Seattle, sono geograficamente e culturalmente vicini ai Decemberists, hanno dalla loro parte un forte spessore letterario e un non comune impegno politico (emblematico l’album del 2000 'We Have the Facts and We Are Voting Yes'), ma di Seattle e dei movimenti musicali che la città ha generato nel passato portano nelle loro composizioni solo l’aria umidamente malinconica. I ragazzi hanno già 4 album e almeno un paio di EP all’attivo, ma è il 2003 l’anno di grazia del gruppo e, in particolare, di Ben Gibbard. L’allora bolso ma talentuosissimo songwriter diventa una sorta di Morrissey nordamericano d’inizio millennio, tale è la facilità con cui crea e mescola parole in descrizioni poetiche ma realissime; a Seattle, sulla testa di Gibbard, Walla, McGerr e Harmer, convergono per mistica congiunzione astrale il distillato romantico dei primi Radiohead, la poetica semplice e limpida dei Built To Spill e l’energia melodica e descrittiva di alcuni episodi di beatlesiana memoria.

'Transatlanticism' fa innamorare e merita la Top 10 proprio perché risulta immediatamente familiare senza neanche per un momento suggerire una soluzione lirica o melodica banale o ripetitiva. È un disco che ha inventato un modo nuovo di raccontare una nuova generazione. Come nella suggestiva immagine di copertina (un piccolo capolavoro dell’artista Adde Russell), con questo disco si rimane immediatamente imbrigliati in un fil rouge di impressioni, di vivide immagini e sensazioni di un vissuto che sia personale quanto musicalmente e sentimentalmente universale.

È 'The New Year' ad aprire l’album: una cavalcata fatta di pause, frustate sferzanti di chitarra e un ritmo nervoso dell’allora esordiente nel gruppo Jason McGerr. L’atmosfera del disco è già in questi primi 4 minuti: alla tensione satura di chi aspetta invano il nuovo anno, Gibbard preferisce contrapporre senza troppi giri di parole che “I don’t feel any different” e che forse è meglio indulgere da subito al ricordo, quando le distanze erano minime e il contatto facile.

La dimensione della distanza e del ricordo sono il significato sotteso a tutto il disco: nella successiva 'Lightness', il ruolo della proustiana madeleine spetta ad un abito, anzi, ad un leggero strappo nell’abito della controparte amorosa. Più il dettaglio viene contemplato, più esso si svela per un significato simbolico: la razionalizzazione dei sentimenti non porta mai a spostare il proprio desiderio verso ciò che sarebbe più opportuno desiderare.

'Title & Registration' è l’unico momento di 'Transatlanticism' dove Gibbard confonde il suo ruolo di frontman dei DCFC con quello di co-autore dei Postal Service (che sempre in quel 2003 sfornano l’incredibile 'Give Up'), importando nella casa madre una ritmica sintetica e metronomica che dà metrica al riff limpido e puntuale della chitarra e a liriche curiosamente metaforiche. L’invettiva nei confronti di un inventario di guanti fatto in maniera approssimativa è solo l’ennesimo gancio mnemonico: a mettere nel posto giusto dei guanti ci si può imbattere in foto che ricordano amori e relazioni che vivono solo finché si ha l’occasione di ricordarle e che lasciano in bocca il sapore amaro di rimpianto e delusione assieme. La metafora del guanto, poi, non è casuale se si pensa alla più celebre 'Hand In Glove' degli Smiths, di cui i DCFC sono grandissimi fan (la cover di 'This Charming Man' presente in 'You Can Play These Songs with Chords' ne è prova) e del cui geniale frontman Gibbard è il migliore degli emuli della sua generazione quando si tratta di composizione di testi.

I due brani successivi, 'Expo ‘86' e 'Sound Of Settling' sono quelli che hanno guadagnato a Chris Walla l’epiteto di “colui che inventava i pop hooks”. Non chiedete la spiegazione di cosa un pop hook sia, il pop hook è una verità sonora dogmatica assoluta. Ascoltate il distorto bridge intriso di flanger al minuto 2:45 della cantinelante'Expo ‘86' e capirete la dimensione di genio di Walla, non tanto per la composizione in sé, ma per il mondo in cui l’escamotage melodico è assolutamente coerente con la dichiarazione del testo: è inutile chiedere i nomi delle persone, sono tutti uguali se le storie si ripetono ciclicamente, soprattutto per come di solito finiscono (male). Il “pa-pà” e il battito di mani di 'The Sound Of Settling' rendono addirittura quasi credibile Gibbard quando, ben prima di perdere (sovrap)peso e prendersi Zooey, dichiarava che non vedeva l’ora di invecchiare per “avere qualcosa di affascinante da dire”.

Il capolavoro del disco è – e questa ne è probabilmente la cosa più banale – nella canzone che all’album da il titolo. 'Transatlanticism' è il neologismo gibbardiano – di diritto entrato nel vocabolario urbano – che indica la sensazione di straniamento nel vivere una relazione quando è dilatata da distanze paragonabili a quelle di un oceano. Che poi l’oceano si formi sotto i tuoi occhi in una genesi di acqua che invade te stesso e il mondo intero sembra un fenomeno assurdo quanto quasi sentimentalmente prevedibile. Altrettanto prevedibile è che la canzone, nonostante i suoi quasi 8 minuti di durata che la rendono la 'Bohemian Rhapsody' delle campus radio di questo decennio, viva e riviva di un citazionismo televisivo spinto: da O.C. ad una delle puntate più memorabili della serie TV più memorabile di sempre, 'Six Feet Under', si inseguono gli sceneggiatori che da questa canzone provano a spremere bellezza e struggimento fino all’ultima goccia.

Scivolare in 'Passenger Seat' con ancora nelle orecchie il mantra di “I need you so much closer” è facile questione: come molti altri pezzi del disco, il flusso emozionale la fa da padrone, agevolato da un continuo ricorso allo sfumato. E se 'Death Of Interior Decorator' è un episodio minore del disco, che richiama istintivamente il neorealismo narrativo da working class di 'She’s Leaving Home' dei baronetti, le due ultime tracce sono ancora ai massimi livelli. A dispetto chi pensa che 'Transatlanticism' possa essere un album contemplativo e platonico, 'We Looked Like Giants' spazza via ogni dubbio: anche in un disco così si può parlare di sesso, fatto in macchina, di esplorazioni reciproche di corpi fatte al suono dei Jesus & Mary Chain, frenetiche e inconsulte come la ritmica dell’intro suggerisce.

Tutto si conclude con la pacata, devastante bellezza acustica di 'A Lack of Color', un delicato inno al mondo visto e vissuto tramite gli opposti: le cose come sono in realtà e come vengono percepite, la razionalità contro l’istinto, la realtà dei fatti verso la finzione. Una summa perfetta di un disco che la perfezione la rasenta in maniera tangibile, riportando in primo piano la semplicità compositiva e i sentimenti più veri, così come non si sentiva probabilmente da 'The Bends' dei Radiohead: “This is fact, not fiction, for the first time in years…”.

Chiara Fracassi

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