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Best of '00s: Arctic Monkeys, 'Whatever People Say I Am, That's What I Am Not' (2006)
Erano anni belli. Erano gli anni dell’apice della Musica del primo decennio di questo secolo. Eravamo giovani e innamorati. Siamo ora sicuramente meno giovani, forse ugualmente innamorati. Probabilmente ora c’è un rimpianto in più rispetto a quel periodo, perché si è chiuso un ciclo. Questa è la storia di 'Whatever People Say I Am, That’s What I Am Not', il capolavoro di un intero genere.

Ci sentivamo tutti parte di una piccola generazione, noi che non avevamo niente da controbattere al “Ai miei tempi c’era il 68 / Ai miei tempi c’era il '77 / Ai miei tempi c’era il 45 (giri)”, una nuova generazione che stava vivendo una rivoluzione musicale e di costume iniziata con 'Is This It' a braccetto con 'Up The Bracket', seguiti dai piccoli Franz Ferdinand, 'Silent Alarm' e 'A Certain Trigger'. Gli Arctic Monkeys compaiono dal nulla, da un MySpace qualunque (anche questo, un nome quasi dimenticato) per diventare il gruppo che in Inghilterra, al debutto, ha venduto più dei Beatles. Il nome Arctic Monkeys comincia a girare già nel 2005, e il pubblico italiano più attento all'hype britannico aveva già odorato la next big thing di turno. Ma nessuno si aspettava una deflagrazione così potente.

L’abisso insormontabile che separa gli Arctic Monkeys dalla miriade di gruppi esteticamente uguali a loro ma musicalmente e sentimentalmente lontani anni luce, è la loro genuinità e la serietà, la competenza, la freschezza e un’incredibile introspezione, una poetica stupefacente per un ragazzino di 19 anni chiamato Alex Turner. Proprio così, mentre i riff e la batteria graffiano i padiglioni auricolari con un’energia eccezionale, i testi dipinti da Alex Turner raccontano la vita di quell’inferno freddo che è il nord inglese, il dancefloor delle discoteche di cittadine da periferia e gli amori che durano una notte quando il deejay ferma i piatti, poliziotti canaglie e ragazzini alle prime sbronze, ragazze che vanno e ragazze che tornano. La summa di una vena poetica già molto apprezzata in Albione, la descrizione della working class youth negli svaghi alcolici e nelle pieghe romantiche di una pubertà precoce e fulminante. Turner può e deve essere considerato il miglior songwriter di genere del decennio, perché nessun autore 'indie' è mai riuscito a coniugare una sensibilità musicale ottima (ma non unica) con una capacità narrativa degna di un giovane Dickens con le All Star sgualcite.

Una volta inserito il cd che riproduce un posacenere ricolmo di sigarette e 'sigarette' nel lettore, si parte con 'The View From the Afternoon', una scarica di adrenalina e sudore da mandare in fuoco la neve del sedici gennaio, data di rilascio dell'album. Poi ci scontriamo con 'I Bet You Look Good on the Dancefloor', il primo singolo datato addirittura ottobre '05 che aveva fatto esplodere la Monkeys-mania in più o meno tutto il Vecchio Mondo, descrizione di una nottata sul dancefloor “Dancing like a robot from 1984”, con tutte le avventure sessuali e libidinose che caratterizzano la gioventù inglese (e non solo): “There ain't no love, no montagues or capulets, just banging tunes and djests and dirty dancefloors and derams of naughtiness”. Le successive tre tracce si muovono su ritmi meno consueti, coniando echi dal blues al punk, fino a tornare su note più attuali nel panorama twenties con 'Still Take You Home'. La traccia 7 è l'unico vero lento dell'intero album, 'Riot Van', uno schizzo impressionistico di una serata alcolica underage scoperta da quei “Silly boys in blue”, fottuti coppers. Al numero 9 c'è 'Mardy Bum', forse la miglior traccia dell'album, sicuramente capace di miracoli: trasformare le note in tappeti elastici su cui folle oceaniche saltano per quasi tre minuti a ogni concerto dei lads di Sheffield. Una melodia trascinante come poche altre di questo inizio secolo, condita da un testo che è una perla altrettanto rara. Tra le ultime quattro tracce brilla 'When The Sun Goes Down', il secondo singolo estratto dall'album, diventato in poco tempo un autentico tormentone.

In definitiva 'Whatever People Say I Am, That's What I Am Not' è un album generazionale che descrive, in fondo, l'adolescenza sudaticcia e un po' sballata del ventunesimo secolo, in Albione e in Europa in generale; non per questo si può definire un lavoro poco maturo, non per questo si può definire un lavoro poco originale. Al di là dell'impatto musicale, assolutamente notevole, gli Arctic Monkeys hanno creato una perla dal punto di vista antropologico-culturale, destinata a essere, in tutto e per tutto, il 'Definitely Maybe' di questi cazzo di anni Zero.

"When you say I don't care, of course I do, I clearly do".


Davide Coppo

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