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L'Italiano del Mese: Jobi 4, 'Jobi 4'
Si sa che i mesi estivi vedono sempre molte meno novità tra gli scaffali dei negozi di dischi rispetto al resto dell'anno. Per questo abbiamo scelto un solo disco adatto a rappresentare i tre mesi più caldi dell'anno. L'estate è fatta di diversi momenti e sensazioni: non c'è solo la spensieratezza e la voglia di divertirsi, ma anche il riposo necessario per alleggerire la mente e trovare quel relax che durante l'anno sembra sempre sfuggirci. Per quest'ultima tipologia di contesto, il disco di cui andiamo a parlare è semplicemente perfetto: vediamo perché.

I Jobi 4 sono una gruppo composto da tre italiani ed uno svizzero, di recente formazione ed arrivato con questo lavoro omonimo all'esordio sulla lunga distanza, uscito per la Novunque. Voce femminile, pianoforte, contrabbasso e batteria: questo lo scheletro di tutti i 10 brani, quasi sempre arricchito da altri suoni comunque. Già la line-up dovrebbe aiutare a capire di che tipo di proposta è portatrice questa band: le canzoni sono indubbiamente pop, ma a caratterizzare lo stile dei Jobi 4 non sono solo le melodie, comunque interessanti, ma il suono, che risulta morbido, vellutato, quasi jazzato. Non si va mai sopra le righe per quanto riguarda l'intensità e non c'è traccia di alcuna spigolosità: tutto è rotondo, pieno e di immediato comfort per l'ascoltatore. Una cosa più da Blue Note, o da Montecarlo Nights, piuttosto che per amanti dell'indie-rock. E allora perché ne parliamo qui?

Personalmente non sono tra quelli che considerano gli steccati di genere come il male assoluto: secondo me è giusto che essi esistano, e che ognuno coltivi la propria passione per la musica secondo i gusti che ha, senza che l'eclettismo dei propri ascolti debba essere visto come una necessità. Ci sono casi, però, in cui i pregi di un disco sono così fruibili da qualunque tipologia di ascoltatore, che non si può evitare di consigliare il lavoro in questione ad ogni appassionato di musica. Ed il pregio più importante di questo debutto non sta nella perfezione formale degli arrangiamenti, o nella varietà di idee mostrate, o nella messa in mostra di abilità tecniche del quartetto (abilità che vengono assolutamente confermate assistendo ai loro live): ciò che colpisce prima di tutto il resto è la grande carica emotiva, che in teoria è nascosta dietro un'impostazione che, per chi non ama questo stile, può far sembrare il tutto come un'asettica raccolta di canzoni.

Invece è impossibile non sentirsi immediatamente avvolti da un grande senso di calore già da 'The Rope', la prima canzone, con il primo dei tanti azzeccati giri di pianoforte di Fabio Visocchi e Federica Caiozzo che intona la melodia con il suo timbro vocale tanto pieno e consistente quanto dotato di grazia e dolcezza. E' un'armonia semplice quella con cui la band si presenta ai propri ascoltatori, ma che non si limita ad essere immediata grazie a questa semplicità, ma sa colpire con la forte genuinità di ogni cosa che sia vera e fatta con passione. Altre canzoni nel disco sono caratterizzate da quest'idea artistica, ma altre ancora, invece, hanno una complessità strumentale molto maggiore: la successiva 'Too Blonde' è la più ostica di tutte, con la voce dall'andamento placido che si adagia sopra linee frenetiche e nervose di percussioni analogiche e digitali, di synth e di sax: elementi in teoria slegati tra loro, ma che invece insieme si fondono mirabilmente. 'Sunflower' ha un suono dilatato e in continuo saliscendi ed un'atmosfera giocosa; 'All Has Been Said' torna su una presenza marcata delle percussioni, 'Sing Me Your Song' acquisisce nuove sfumature grazie prima all'utilizzo di una chitarra acustica e successivamente al ruolo di primo piano che assume la batteria, 'What You See' si fonda sull'alternanza tra momenti di quiete assoluta ed altri molto colorati e dall'andamento marziale.

La fantasia e la libertà da ogni schema, quindi, hanno un'importanza fondamentale in un contesto che comunque rimane coerente con l'idea di dare semplicità e relax a chi ascolta, ed anche la sezione ritmica, che in proposte come queste normalmente si limita a recitare una parte di mero accompagnamento, ha un dinamismo molto spiccato, sia quando Cesare Pizzetti con il suo contrabbasso e Johannes Bickler (autore delle canzoni e produttore artistico del disco) con la batteria sono soli, che quando altri strumenti giungono a rafforzare il loro lavoro. Questo vale non solo per i tempi tenuti, ma anche per il bilanciamento dei loro volumi con quelli degli altri strumenti, che ora pongono i loro ritmi in evidenza, ora invece li sistemano “dietro le quinte”. Allo stesso modo è importante lo sviluppo melodico: come dicevamo non è il solo elemento che rende il disco meritevole, ma il suo contributo è fondamentale, nell'alternare, come per la parte strumentale, semplicità a complessità, con alcuni brani molto lineari ed altri che svoltano, sempre con la dovuta dolcezza, dove meno ce lo si aspetterebbe.

Un disco, in conclusione, arrivato a metà giugno e che, per chi lo ascolterà, saprà rendere speciali i momenti del classico riposo estivo, in attesa che arrivi settembre e ricominci la voglia di un sano e ruvido rock.

Stefano Bartolotta


Audio: Jobi 4 - 'Sunflower'

L'Italiano del Mese: Jobi 4, 'Jobi 4'
data: 22-7-2010

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