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Interview: Mystery Jets

22-9-2010

I Mystery Jets hanno pubblicato all’inizio di luglio il loro terzo album, ‘Serotonin’. E’ questa, finalmente, l’occasione per portarli in Italia dove, a causa dei molti impegni e anche della spina bifida (la terribile malattia di cui, purtroppo, soffre il frontmen Blaine Harrison), non erano mai venuti a suonare in passato (salvo un opening act per gli Arctic Monkeys a Milano lo scorso gennaio). Noi di 'Indie-Rock.it' abbiamo approfittato dell’imminente tour nella nostra penisola (6 ottobre alla Casa 139 a Milano; 7 al Circolo degli Artisti a Roma; 8 al Covo Club di Bologna; 9 al New Age di Roncade – TV) per intervistare via e-mail proprio il cantante della band di Eel Pie Island.


Indie-Rock.it - ‘Making Dens’ è un ottimo album ed è il mio preferito, ‘21’ è più dancey – il singolo ‘Two Doors Down’ è tuttora il vostro più grande successo commerciale – ora con ‘Serotonin’ mi sembra che vi siate orientati verso atmosfere più pop. Sei d’accordo? Come mai avete abbandonato il sound più psichedelico del primo album per un suono più disco-oriented e più pop? Quale sarà la vostra prossima idea?

Blaine Harrison - Prima di tutto voglio dire che mi fa molto piacere che ‘Making Dens’ sia il tuo LP preferito. Senza voler risultare troppo pretenzioso, penso che il nostro primo album sia stato poco considerato. Per quanto riguarda il cambio di sound dei nostri successivi album, l’affermazione che ora sia più pop tocca solo la superficie. Penso che ora i nostri testi siano molto più rappresentativi di cosa proviamo in relazione al mondo che ci circonda. I nostri arrangiamenti hanno beneficiato d’ampiezza. Quando abbiamo iniziato, le nostre canzoni erano come vecchi cassettoni che noi riempivamo con più caos e reliquie che potessimo.

Come mai per il vostro secondo lavoro, ‘21’, avete deciso di lavorare con Erol Alkan, un guru della musica dance? Di solito lui non produce il vostro stesso genere musicale.

Penso che l’arrivo delle canzoni su ‘21’ abbia molto a che fare con i cambiamenti che stavano avvenendo nelle nostre vite. Eravamo sempre fuori la sera e il nightclub di Erol era l’epicentro del nostro mondo in quel periodo. Se l’hai visto suonare, sai che è il mago nero dietro il suo altare. Verso la fine delle serate veniva da noi, ballando in basso e ci faceva grandi sorrisi. Così è nata la nostra canzone. E la gente è impazzita. Era così chiaro che fosse l’uomo giusto per noi. E avevamo ragione.

Il vostro nuovo album invece è stato prodotto da Chris Thomas che ha lavorato in precedenza con nomi come Beatles, Elton John, Pink Floyd, Pulp, solo per citare alcuni tra i più famosi. Com’è stata l’esperienza di avere un produttore della sua esperienza dietro la consolle?

Nello stesso modo con cui ci siamo attaccati ad Erol Alkan e a James Ford prima di lui, anche Chris Thomas è diventato parte integrante dell’identità del disco. La chiarezza e lo spazio nella sua produzione hanno definito non solo il sound, ma anche il nostro modo di ascoltare le nostre canzoni. Per ironia della sorte lui amava molto ascoltare i nostri demo, che erano stati tutti registrati nelle nostre camere da letto.

Il vostro approccio alla musica è cambiato rispetto all’inizio della vostra carriera?

Come ho già cercato di spiegare, noi siamo solo contenti quando siamo in costante stato d’evoluzione. Facciamo parte della band da quando eravamo a scuola e, per quello che posso prevedere, smetteremo solo quando diventerà evidente che stiamo tornando indietro al nostro passato.

Nel processo di scrittura cosa viene prima: i testi o la musica? Chi di voi scrive le canzoni?

Non abbiamo una regola precisa in questo senso. O, se c’è, non ce ne siamo mai accorti. Ce ne occupiamo tutti: alcuni testi sono scritti collettivamente, altri sono completamente il prodotto di un’unica persona. Per esempio, in ‘Melt’ Kai mi ha mandato la musica che aveva creato su un sequencer, io l’ho tagliata e ho cantato la parola ‘melt’ più e più volte sopra di essa finché non è stato evidente quale parte sarebbe stato il ritornello. Il testo è stato completato solamente quando sono entrato in studio per registrare le mie parti vocali.

Che cosa ci puoi dire di Henry, tuo padre? Perché ha deciso di non suonare più con voi dal vivo, mentre è ancora parte integrante della band in studio?

L’ombra di Henry si sposta nello stesso modo in cui la gente pensa nei sogni. E’ la nostra mascotte ed il nostro segreto. Il nostro tesoro più importante ed il nostro contabile. Ci ricorda da dove veniamo e dove stiamo andando.

Cosa ne pensi dell’attuale scena indie-rock inglese, dove le band si sciolgono dopo appena un paio di album e i frontmen si dedicano a progetti solisti, solamente per scappare al vuoto di creatività del loro gruppo?

Lo stato della musica del mio paese è un mistero per me. Ogni due anni circa nasce una nuova onda. E ognuno sembra deciso sul fatto di dover uscire subito dal mare e cavalcarla. Negli anni '60 la gente lo chiamava 'il carro'. A me piacciono le persone che percorrono le direzioni opposte: gente come i Wild Beasts, i Foals, i Late Of The Pier. E in America Of Montreal, Owen Pallet e i White Denim.

Poche settimane fa vi ho visti al festival di Leeds. Come ci si sente a suonare sul main stage di festival importanti come appunto Reading & Leeds, sebbene a metà pomeriggio?

La nostra posizione al festival di Reading quest’anno ha ben rappresentato il nostro viaggio fino ad ora. Abbiamo scalato, ma non abbiamo mai mollato la presa né siamo scivolati. Abbiamo suonato là per quattro volte ed ogni volta il nostro nome era salito di un paio di pollici sul poster. L’importante è non guardare giù finché non si è raggiunta la cima.

E’ la prima volta che suonerete qui in Italia. Cosa si deve aspettare il pubblico italiano dai vostri concerti?

Ho sempre pensato che venire ad un concerto dei Mystery Jets sia una celebrazione. Di qualsiasi cosa. Puoi uscire da un lato, ma ti prometto che ti sentirai trecento volte meglio di quando sei entrato. Questa è la nostra promessa a te, il cliente.

Che idee avete per il futuro?

Pensiamo di registrare il nostro nuovo album negli Stati Uniti, mentre saremo in tour là. Sono innamorato di Los Angeles. Quel luogo va a pezzi e viene ricostruito su se stesso contemporaneamente. E’ così fantasticamente sbiadito e tagliato, ogni cosa ha questo spesso di fascino antico al suo interno. Mi ricorda di Brighton, la mia città inglese preferita. C’è la sensazione che tutti lo vogliano. Mi piace guardare tutti questi personaggi, ognuno sembra uscito da un quadro di Edward Hopper. Ci compreremo una vecchia carcassa per fare una crociera e creare uno studio di registrazione da qualche parte nel Laurel Canyon. Preparerò una trappola per coyote e ci giocherò. Sarà selvaggio.


Antonio Paolo Zucchelli



Video: Mystery Jets - 'Dreaming Of Another World' (live with Zane Lowe)