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Indie-Roccia.it

IMPORTANTE!

Interview: Shearwater

24-4-2012

di Guia Cortassa

È il giorno di Pasquetta, e la nostra tradizionale gita fuoriporta ha destinazione Mezzago. Al Bloom, infatti, stasera, gli Shearwater di Jonathan Meiburg (unico membro originario della band presente sul palco per questa tournée) suoneranno nella prima delle tre date che li vedranno in Italia per il tour di Animal Joy. Incontriamo Meiburg appena finisce il soundcheck, nel dehor del Bloom. Il sole sta iniziando a tramontare sugli alberi e la campagna.


Indie-Rock.it - Allora, Jonathan, come sta andando questo tour?

Jonathan Meiburg - Molto bene, il pubblico è il più numeroso che abbiamo mai avuto, la band sta suonando bene, andiamo anche d’accordo, c’è una forte connessione - incrocio le dita, come minimo bucheremo una gomma domani! [e neanche a farlo apposta, il giorno seguente, sulla pagina Facebook della band è apparso questo post “quasi schiantato il furgone contro un acquedotto romano mentre scaricavamo al Circolo degli Artisti. Roma!” ndr]

La storia degli Shearwater inizia nel 1999. Tredici anni e sette dischi più tardi, come racconteresti questa esperienza?

A dire il vero, i primi tre dischi sono stati una sorta di training, probabilmente dopo di quelli avremmo dovuto cambiare il nome alla band, ma non l’abbiamo fatto. Credo che comunque il primo vero album degli Shearwater sia 'Palo Santo', del 2006, quindi per me in totale sono quattro.

Parliamo di 'Animal Joy', vorrei iniziare dall’ultima frase che compare nella sua presentazione: "Nessuno strumento ad arco o glockenspiel sono stati toccati durante la realizzazione di questo disco". Mi sembra sia un disclaimer che voglia mettere della distanza tra voi e i vostri dischi precedenti. È così?

[Ride] Sì, l’anno scorso a Austin abbiamo suonato tutti e tre i dischi precedenti nella stessa sera, e alla fine del concerto mi sono proprio detto “Ok, siamo arrivati alla fine di questo tipo di approccio”, non volevo fare un altro album così orchestrale, con questo sound così ampio, volevo qualcosa più serrato, più diretto.

Ma anche tra voi e la cosiddetta scena Folk. Ti sei mai sentito parte di essa?

No, mai, assolutamente. C’è una nostra canzone in cui compare una parte di banjo, e inserirla è stata un’idea pessima, perchè non ho fatto altro che essere fotografato mentre lo suonavo, per poi vedere immancabilmente la foto pubblicata con la didascalia ‘Il gruppo folk Shearwater’ e pensare: “Oh, no, un’altra volta, no!!”. Ho cercato di suonare quel pezzo il meno possibile negli ultimi otto anni per togliere quell’etichetta, ma è veramente difficile, una volta che le persone ti identificano in un genere, raramente cambiano idea.

'Animal Joy' è presentato come un nuovo inizio, non come una transizione. Ci sono molte canzoni importanti, e la sensazione generale è quella di un vero e proprio spartiacque. Era questa l’intenzione reale?

Sì, credo proprio di sì. Mi sembra sia un’esigenza che tutte le persone sentono a un certo punto della propria vita in generale, non solo legata alla musica. Ci sono periodi in cui senti che hai bisogno di ricominciare da capo, di trasferirti in un posto nuovo, di interrompere vecchie relazioni e magari conoscere nuove persone, di cambiare lavoro... Sono momenti nella vita di chiunque.

Hai mai pensato che questa cesura forte potesse disorientare gli ascoltatori?

Disorientare? No, alla fine il disco suona molto Shearwater; è diverso, ok, ma ci si diventa subito famigliari.

Dopo la trilologia dell’'Island Arc', interamente imperniata sulla relazione tra uomo e natura, 'Animal Joy' mi sembra abbia un suono molto più urbano, con un approccio più ‘cittadino’ che ‘selvatico’, mi sbaglio?

È un commento molto interessante, non ci avevo mai pensato. Probabilmente è molto più legato alle persone che vivono nel mondo, piuttosto che alle persone lontane dalla vita reale, come è accaduto per i due dischi precedenti.

Come abbiamo detto prima, rispetto alla produzione precedente, con questo disco siete passati da uno stile lirico e sospeso, a un suono più energico, aggressivo, elettrico.

Sì è vero, anche se non è un disco non-stop-rock, ci sono molti momenti più calmi e tranquilli...

Ho letto che il tuo desiderio, per questo album, era di partire con una nuova esplorazione, questa volta proprio nel mondo della musica rock.

Sì, ho ricominciato a suonare la chitarra elettrica, ne ho trovata una che ha un ottimo sound, e ho comprato un amplificatore nuovo! [ride] Alle volte comprare una chitarra nuova fa un’enorme differenza! Era da tanto che non suonavo più, e mi sono ritagliato uno spazio per provare con un batterista - che purtroppo non era Thor [Harris, ndr] perchè impegnato con il tour [con gli Swans, ndr] - e divertendoci siamo arrivati ad alcuni demo, abbiamo pensato: “dai, facciamolo, perché no?”

Io sento molto rock anni Ottanta in “Animal Joy”.

Davvero? Cosa, per esempio?

Ehm... Billy Idol?

Billy Idol? Oh mio Dio! [ride] No, comunque, il risultato a cui siamo arrivati con 'Animal Joy' mi soddisfa molto.

Anche l’aspetto visivo è decisamente cambiato dai dischi precedenti.

Sì, nonostante abbiamo lavorato con lo stesso artista e lo stesso designer di sempre.

Mentre per la trilogia anche l’immagine era quella di un uomo sempre più perso nell’immensità della natura e lontano dall’umanità, questa volta compare una zampa felina, salda al terreno.

Sì, esatto, volevo che la sonorità del disco fosse esattamente quella. Con 'The Golden Archipelago' siamo arrivati a musica che dovesse essere contemplata da lontano, mentre stavolta volevo che la dimensione fosse molto ‘umana’.

La copertina di 'The Golden Archipelago', infatti, mi ricorda molto 'L’Isola Dei Morti' di Arnold Böcklin.

Sì, è vero, è stata la nostra ispirazione primaria.

So che sei solito viaggiare molto, e che da queste tue esperienze abitualmente trai tutto il materiale e le fonti per il tuo songwriting. È stato così anche questa volta?

No, per la prima volta no. Questo disco è molto legato a dove stavo vivendo, sia in tour, sia proprio a casa. Volevo che per le persone fosse un po’ più semplice identificarsi in ciò che racconta.

Un altro cambiamento per voi è stato quello dell’etichetta: dalla Matador, siete passati al roster della Sub Pop. Questa cosa ha avuto qualche effetto sul vostro modo di lavorare o di registrare?

A dire il vero è successo in modo del tutto naturale, ma è rientrato perfettamente nella nostra ottica di cambiamento. Abbiamo sottoposto i nostri demo alla Matador, che li ha rifiutati. Conoscevamo da molto tempo i ragazzi alla Sub Pop, e loro hanno subito accolto la nostra proposta. In realtà, non è cambiato nulla nel nostro modo i lavorare, non ci è mai stato chiesto di modificare nulla di ciò che compariva sui demo, né prima, né ora dalla Sub Pop; in adesso abbiamo una nuova squadra con cui collaborare, ed è ottimo.

Sono usciti due videoclip, per altrettanti brani da 'Animal Joy', in cui compari come protagonista...

Sì, in realtà non amo molto i video.

Quindi, per te, la parte visuale della musica non è così importante?

No, semplicemente non amo comparire io nei video. Al contrario, mi piace molto tutto quello che è relativo all’immagine, cerco sempre di partecipare al design di ciò è legato ai dischi. Hai visto il primo dei due video?

Sì, e ho sentito che ci sono stati delle questioni con il Museo in cui è ambientato.

Sì abbiamo avuto qualche problema, ma amo molto quel video, mi sono divertito a girarlo.

Nel secondo, invece, sei in una veste un po’ più attoriale.

Sì, più o meno recito. Per quanto si possa recitare con un testa di toro gigante addosso.

E sangue dal naso.

Sì, c’era sangue ovunque.

Un paio di mesi fa la Misra Records ha pubblicato una ristampa in vinile di 'Winged Life', il terzo album degli Shearwater, del 2004. Come mai? Cosa ne pensi?

Beh, è molto bello vederlo in vinile. No, come ti ho già detto, i primi dischi sono un po’ come le fotografie del liceo: ti riconosci, ma ti chiedi come potessi portare quei vestiti e quel taglio di capelli.

Come hai anticipato prima, il 15 gennaio dell’anno scorso, ad Austin, avete suonato tutta la Island Arc Trilogy nella stessa sera. Come è nata l’idea di questo concerto di ‘addio’?

È un’idea che mi è venuta quando siamo stati invitati a suonare per una stazione radio. In quell’occasione, però, suonare per tre ore è stato infattibile, ma la stessa radio si è offerta di sponsorizzare quest’iniziativa in un altro momento. Quando siamo riusciti è stato veramente divertente... [Passano due uccellini sopra di noi, cinguettando, all’imbrunire] Aspetta un secondo, cos’è quella, un’allodola?... Comunque, è stata un'esperienza veramente unica suonare tutte le canzoni, avevo il timore che la gente se ne andasse, perchè c’erano delle pause tra un disco e l’altro, e credevo che alla fine non ci sarebbe stato più nessuno. Invece no, è stato veramente speciale.

So che alcuni pezzi sono stati suonati live per la prima volta, quella sera.

Sì, è vero, 'Going Is Song' o 'Sing Little Birdie', per esempio.

Non abbiamo suonato le extra-songs, però, altrimenti sarebbe stato un concerto di quattro ore.

Io sono una grande fan dei progetti editoriali, e ho visto 'Perfect Bound', il booklet che accompagna l’edizione limitata di 'The Golden Archipelago'...

Ah il dossier! Ti è piaciuto?

Assolutamente sì. Cosa ti ha spinto a realizzarlo?

Ah grazie. Ecco quella è stata una delle cose più divertenti a cui ho preso parte per accompagnare visivamente un disco, che potesse essere un extra. Abbiamo pensato a questa raccolta di immagini e documenti dei posti in cui sono stato.

Quindi erano veramente i tuoi materiali di ricerca?

Sì, sì, è tutto ciò che ho raccolto in Australia, tranne pochissime eccezioni, fotografie, documenti per l’immigrazione, tutte cose che amo molto, e che non volevo essere l’unica persona a possede, che volevo mostrare. Così, parlando con Mark, il designer, abbiamo pensato: “Perchè non trasformale in un raccoglitore di quelli che potrebbero essere trovati nello studio di un vecchio ricercatore ormai morto?”; la cosa ha preso sempre più piede, ricreando questo immaginario.
Sono molto orgoglioso di quel booklet, certe volte penso sia addirittura meglio del disco stesso.

Sei un appassionato birdwatcher, e mi incuriosisce sapere quanto questa passione influenzi il tuo rapporto con la realtà, soprattutto nel songwriting: guardi il mondo in modo distaccato, attraverso una lente, come fai con gli uccelli, o ti senti profondamente calato nel reale?

Guardare gli animali è un po’ cercare di entrare nel loro mondo, cercare sapere cosa si provi a essere come loro, perché non ne siamo poi molto lontani, ci piace pensare di esserlo, ma non è così; e allo stesso tempo, è essere consapevoli che non sarà mai possibile penetrare totalmente la barriera, ma è già così interessante anche solo guardarli... Aspetta, scusa...[Si ferma, e dal suo zaino estrae un binocolo, con cui cerca di capire se quelle che svolazzano in mezzo agli alberi che abbiamo davanti siano davvero allodole. Ma il tramonto, controsole, non lascia intravedere che ombre nere, indistinte, con suo sommo disappunto.] In nessuna delle mie canzoni in particolare ho mai usato una prospettiva animale tranne quella dell’essere umano, che è anch’esso animale, mi piace raccontare di come l’uomo sia vivo nei miei dischi.

Ho visto su YouTube alcuni video di spezzoni quasi documentaristici dei tuoi viaggi esplorativi.

Ah quelli alle Falkland! Sai che ci torno ad agosto? Vogliamo vedere come si comportano quelle specie in inverno, non vedo l’ora.

Ma, allora, qual è il tuo ‘vero’ lavoro? Sei un musicista o un etologo?

Un musicista, senza dubbio. Sono uno scienziato per hobby. [ride]

So che in questo tour state portando una cover dei REM, 'These Days', come mai questa scelta?

Sì, la faremo anche stasera! Ho pensato, visto il loro ritiro dalle scene, che fosse giunto il momento in cui poterla proporre. È una delle mie canzoni preferite, e fa parte di un disco, 'Lifes Rich Pageant', che per loro è stato un punto di transizione, mi ci ritrovo molto in questo periodo. C’è quel verso che recita “Takes this joy wherever you go” che chiude il pezzo...

L’ultima domanda: se dovessi consigliare un disco, al di fuori dalla produzione degli Shearwater, che presenti la band e, contemporaneamente, ci faccia capire chi è Jonathan Meiburg, cosa sceglieresti?

Penso proprio 'Lifes Rich Pageant'.

E se dovesse essere un libro, invece?

Mi piacciono i libri molto lunghi, al momento sto leggendo 'Vita e Destino' di Vasilij Grossman, è veramente bello.

Ti sono di ispirazione per il tuo songwriting i libri che leggi?

Sì, mi ispira qualsiasi cosa con cui entri in contatto.

Grazie, Jonathan.

Grazie a voi!